Messa per il 58° della Comunità di Sant’Egidio

Ci raggiunge oggi l’invito appassionato del profeta Geremia: «Camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici». Se ascoltiamo la Parola di Dio senz’amore, riducendola a prescrizione, a legge, senza capirne il cuore, il cuore si indurisce e diventa asfittico. È Parola di amore che cerca e genera amore. È piena di speranza in un mondo e in cuori prigionieri della paura, indifesi di fronte all’aggressività, spenti dalla disillusione che rovina anche la gioia travolgente di un muto che inizia a parlare.  Non si crede più al bello e si vede il male dove non c’è. Il Signore ci vuole felici e ostinatamente parla perché non smette di avere fiducia in noi, perché crede che anche il più resistente e distante tra noi possa cambiare per essere felice e per rendere felici gli altri, per trovare quello che non passa, ciò che rende già oggi piene e nostre le cose che passano. La Parola libera dall’inganno della felicità individuale, e questa può sentirsi ferita, addirittura limitata. La felicità vera è nel dare, perché ce n’è di più che nel ricevere, nel possedere, nell’appropriarsi. E credo che questo sia il ringraziamento personale di ognuno di noi, quello di avere il cento volte tanto, noi che, in realtà, abbiamo lasciato molto poco e quello che avevamo era davvero poca cosa! Il nostro mondo rincorre una vita folle e per questo è intristito e alla ricerca di eccitazione per trovare felicità.

Oggi ringraziamo per questa via di felicità che è la comunità, di beatitudine che non è per qualche iniziato o privilegiato ma per tutti, ad iniziare da chi ne ha di meno o non ne ha per niente, da quei fratelli più piccoli di Gesù che interrogano e inquietano gli altri fratelli di Gesù, insegnando loro ad esserlo per davvero pensandosi insieme. Felicità umana, cioè compagnia, vicinanza, protezione, cura, fedeltà, amore reciproco e anche tanto spirituale, perché ha un significato molto più grande di quello che noi comprendiamo. Lo spirituale non cerchiamolo in astratto, o nel banale benessere soggettivo, ma nell’amore che passa sempre attraverso le situazioni, le persone, anche con i loro limiti e contraddizioni, creta nella quale vediamo il tesoro prezioso versato da Dio. E questo non smettiamo di capirlo, perché è vero anche per noi che «non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». Dio non vuole la sua felicità, ma la nostra, perché ci ama. Vuole ricostruire quella che il male ha rovinato insinuando la divisione, facendo sentire esclusi quando hai già tutto, con la convinzione di essere se stessi senza gli altri o sopra di loro, con la convinzione di coltivare tante felicità individuali pensando che così vi sia una felicità di tutti. Gesù lo renderà ancora più chiaro: voglio che la mia gioia sia in voi e che la vostra gioia sia piena.

Ha indicato per noi la via della beatitudine, cioè della gioia più forte del male, che è quello spiraglio di luce che anche nel buio più fitto e inquietante mi fa sentire infinitamente amato da Dio. Gioia umana, felicità così diversa da quella scomposta e consumista del mondo, possibile a tutti perché rende teneramente amata la fragilità di ognuno, che insegna a non nasconderla, a non averne paura. Felicità che è personale ma non individualista, mia perché nostra, speranza nello sconforto, paziente ricostruzione di quello che la solitudine e la divisione rovinano.

Papa Benedetto XVI quando visitò la mensa della comunità a Roma disse che non si distingueva chi serviva e chi era servito, descrivendo in maniera efficace una relazione che non è funzionalistica, burocratica, professionale, dall’alto in basso, paternalista, ma affettiva, amichevole, tanto che molti ospiti sono diventati – come descrive la lingua italiana – ospiti nell’altro senso, cioè aiutano l’accoglienza. Ecco, analogamente qui la felicità è per tutti, circolare. Celebriamo questa storia che è tale solo perché al centro c’è il Signore, la sua Parola, roccia che permette di resistere alle piogge e ai fiumi delle avversità o delle soggettività personali. E che ci fa gioire dei frutti così abbondanti e fa sentire maggiormente l’inquietudine per l’enorme sofferenza che incontriamo, la compassione per una folla stanca e sfinita, lo sdegno per tante persone spogliate di tutto, senza dignità, che hanno bisogno di qualcuno che sia il suo prossimo. Il nostro è un mondo che colpevolizza il povero, che deve far stare bene eliminando i problemi e non affrontandoli. Un mondo dove le diseguaglianze sono aumentate, anzi teorizzate come l’idea di forza che fa illudere di dare sicurezza a qualsiasi prezzo. Oggi ringrazio anche per i tanti fratelli di diverse confessioni cristiane, molti amici delle Comunità musulmane genovesi (uniti alla Sant’Egidio da diversi fili di amicizia e di collaborazione nella solidarietà) e la Comunità ebraica, con la presidente, Raffaella Petraroli Luzzati (con loro – presenza piccola ma molto importante nella città – ogni anno a novembre Sant’Egidio organizza la marcia per la memoria della deportazione degli ebrei genovesi).

Genova è una città anziana in una regione anziana, con l’età media più avanzata d’Europa. La demografia parla inequivocabilmente di un declino, un di un “inverno”, come si dice. Ogni anno i nati sono la metà delle persone morte. Quanti cuori e quante mani da disarmare e ciò non avviene armando ma amando! Preoccupa il clima di paura e di violenza che attraversa il mondo e che poi diventa violenza e aggressività tra adolescenti. Eppure in questa Basilica oggi non si respira aria di declino. Non solo perché è una festa, ma per la presenza di giovani, italiani e nuovi europei, e perché tutti, anche i meno giovani, con la Comunità hanno imparato a guardare non al passato ma al futuro e, nell’inverno, a saper vedere i segni della primavera. In questo anno la Sant’Egidio a Genova ha insegnato l’italiano, a differenti livelli, a oltre mille persone – giovani e adulti – provenienti da 80 paesi.

Ha sostenuto nello studio tanti giovani che provengono dalle periferie e da contesti fragili, per dare forza ai loro sogni e alle loro ambizioni: nelle Scuole della Pace, e in diversi spazi aperti per loro, dove non solo i giovani liceali ed universitari ma anche insegnanti e professionisti in pensione si sono appassionati al futuro di centinaia di ragazzi. Nel quartiere Cep ha promosso un progetto – “Nuovo Orizzonte” – per sostenere la scuola e gli insegnanti del quartiere e dare, come diceva don Milani, più scuola a chi ne ha più bisogno. Da tre anni, ad aprile, raccoglie più di duemila bambini e ragazzi con i loro insegnanti in una grande marcia per ricordare i bombardamenti su Genova durante la Seconda guerra mondiale, e per riaffermare il ripudio della guerra come soluzione delle controversie internazionali. E poi incontra tantissime persone in tutta la città – circa 50.000 ogni mese! – e vive la passione della Comunità e del Vangelo per il mondo, sostenendo i servizi della Sant’Egidio con i malati nella Repubblica Centrafricana, in Malawi, in Albania. Amiamo questo “noi” così prezioso, che vuole crescere, abbracciare tanti, tendere le mani a chi affoga nella disperazione o nella solitudine. Vogliamoci bene, amiamoci di più, con i nostri difetti, senza scontatezza, in modo umano e spirituale, cioè pieno di amore, sempre con tanta gratitudine per un corpo così umano. Andrea, Marco e voi tutti di Sant’Egidio.

Il noi si confronta in questi tempi difficili di guerra, come in Ucraina, come ci testimoniano con tanta passione i nostri fratelli. È sempre stata attenta ai pezzi della guerra mondiale e non si ricorda dei cristiani a seconda delle proprie utilità ma sempre, direi da sempre, con un accumulo di relazioni, conoscenze, straordinario frutto proprio della fedeltà e della pazienza. L’impegno per la pace va sempre circondato con tanta preghiera e solidarietà. Il noi è cresciuto nel fragile corpo di Floribert Bwuana Chui, 26 anni, testimone di amore e giustizia, che non ha ceduto all’intimidazione e alla paura perché aveva fede. La preghiera della sera è per noi l’intimità con Dio e tra di noi, in cui tutto si ricompone nell’ascolto e nell’invocazione, quella che ringrazia anche quando raccoglie le lacrime e le grida delle vittime dei conflitti e della guerra della fame. San Francesco – fratello maggiore che tanto ha accompagnato il cammino della Comunità – scriveva nelle sue ammonizioni «Sono morti a causa della lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri. E sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura coloro che ogni scienza che sanno e desiderano sapere, non l’attribuiscono al proprio io, ma la restituiscono, con la parola e con l’esempio, all’altissimo Signore Dio, al quale appartiene ogni bene». (155) Continuiamo a sentire il grido che chiama, quello degli anziani negli istituti o soli; continuiamo la vocazione di fronte a persone che vivono senza casa, ai profughi che non conoscevamo ma di cui c’era cara la sofferenza, la disperazione. Continuiamo a sentire il grido di futuro di tanti bambini, dei giovani che chiedono luce per non essere avvolti dalla rassegnazione che porta all’apatia e alla rabbia. Ecco, ringraziamo quindi della chiamata di questi anni, di questa vocazione che sentiamo così importante oggi e che ci interroga ancora: chi manderò, chi andrà per noi?  L’umiltà̀ di Gesù è per noi scuola di adesione alla realtà, per essere essenziali, per buttare via tutto ciò̀ che ci appesantisce o disperde, forti della memoria del tanto bene ricevuto, per combattere il male perché esso torna sempre, più insidioso, «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». Ringraziamo il Signore per questi anni in cui, malgrado il nostro peccato, siamo stati condotti a stare con Lui, a mostrare la sua presenza, a vincere lo spirito di paura e di timidezza, e ad essere riflesso dell’infinito amore di Dio.

Genova, chiesa dell’Annunziata
12/03/2026
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