Messa del Giorno di Pasqua

Prendiamo sul serio l’invito dell’Apostolo: “Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù”. Non è da poco! È un invito importante, specialmente se pensiamo quanto tempo perdiamo su quelle di quaggiù, davvero vane. In realtà, chi cerca le cose del cielo vive bene sulla terra. Apre gli occhi su quelle del mondo e le usa per ciò che servono, capisce quello che resta, impara a non sprecarle. È la storia dei molti testimoni del Vangelo che hanno acceso di amore il mondo, proprio perché cercavano il cielo e lo sapevano vedere nelle persone e nel creato, e così hanno fatto scoprire a tanti il cielo che avevano dentro. San Francesco cercava solo Gesù e ha riconosciuto il prossimo, ha amato tutti e tutti lo amavano, ha trovato se stesso, ciò che desiderava per davvero. E ancora molti, a distanza di secoli, incontrando lui capiscono quello che cercano: il segreto è l’amore, quello che ci insegna Gesù.
Lui ci ama, e ci mostra come l’amore è più forte del male per liberarci dall’inganno che, in fondo, non serve amare. Ieri abbiamo recitato un inno sorprendente: Gesù risorto va a ricercare tutti coloro che attendono vita. Tra questi penso anche a coloro che muoiono nella terribile solitudine in mezzo al mare. Possiamo ancora criminalizzare l’umanitario quando non si salva la vita delle persone? Gesù va a cercare chi vive sprofondato negli inferni delle guerre, abbandonati dall’umanità ma non da Dio. Quando Adamo, il progenitore, e quindi ogni persona, vede Gesù grida con gioia: “Il Signore è con noi!”. “Sono con te” gli risponde il Signore, “destati ora e risorgi dai morti! Sono il tuo Dio, il Figlio dell’uomo, sono Colui che si è fatto tuo figlio, svegliati, esci, ritorna ad amare. Torna Colui che da sempre ti cerca. Seguimi ora e risorgi dai morti, guarda la gloria a cui sei innalzato: pronta è la mensa, allestita la sala, è spalancato il Regno dei cieli”.

Ecco la Pasqua. Gesù solleva Adamo, e tutti noi, amandoci, insegnandoci ad amare per iniziare a godere della mensa del suo Regno sulla terra, perché chi cerca quella del cielo condivide quella sulla terra. È la gioia di oggi. Noi siamo proprio come quei due discepoli. Quanto facilmente la disillusione si impadronisce dei nostri cuori e li spegne! Speravamo, ma al passato. Adesso non più. Cosa vuol dire tornare a Emmaus? Chiuderci in un piccolo mondo, rimettere al centro la nostra vita, pensare che dobbiamo preoccuparci solo di noi? Il futuro mette paura e cerchiamo sicurezza in un mondo protetto, senza più problemi. Erano partiti, come ha detto saggiamente Papa Leone XIV “prendendo il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo”. Seguire il Signore significa che “nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.

Adesso fanno esattamente il contrario: cercano sicurezza e una tana che li protegga. Non avevano ascoltato, in realtà, perché stolti e tardi di cuore. Si sentono in diritto del loro malumore, che può diventare rabbia, insofferenza. I risultati non sono arrivati, la sconfitta è evidente, sanno qualcosa ma non credono più a niente. È anche la storia di tante speranze finite, magari con nostalgia, che hanno riempito i cuori di cinismo e giustificato il banale pensare a sé. La speranza si è rivelata un inganno e non vogliono più soffrire: sono diventati minimalisti nel cercare qualcosa di nuovo e massimalisti nel il pensare a sé. Certamente conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto, discutevano, ma al passato. Quante discussioni inutili che non accendono il cuore, che lo interpretano soltanto e così finiscono per imprigionarlo ancora di più! Se non ascoltiamo Gesù e ci facciamo scaldare il cuore (è sempre in realtà la prima volta, perché la Parola cresce con chi la legge), viviamo senza speranza, solo attenti al presente, segnati dal passato ma senza futuro.

Colpisce che i loro occhi sono impediti a riconoscerlo. Qual è l’impedimento? La tristezza, che significa amarezza, rassegnazione, cinismo, difesa. Hanno capito che nel mondo vince la forza e non serve essere miti e umili perché vincono l’inganno, le trame di potere, la violenza, il tradimento. Hanno davanti ai loro occhi Gesù, di cui pure parlano, dicono che gli altri non l’hanno visto ma anche loro non lo riconoscono. Devono imparare a riconoscerlo presente nel loro cammino. E, poi, come si fa a voler bene a qualcuno che non vedo? Come si fa ad aprire gli occhi affinché possiamo riconoscere la Sua presenza? C’è un segreto semplice ma mai capito fino in fondo: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Ma l’essenziale della vita non è un sogno fuori dal mondo che vede cose che non esistono. Questo lo facciamo chiudendoci in un mondo virtuale, al punto che non sappiamo più distinguere realtà e finzione. Ci impiegano parecchio a farsi toccare il cuore, ma Gesù non si stanca di camminare con loro.

Noi, spesso e dobbiamo dirlo, ci stanchiamo subito, pensiamo sia inutile oppure che se vogliono ci cerchino loro! Gesù, come ha detto Papa Leone XIV, non si presenta “coi segni del potere, con logiche di dominio” perché “il bene non può venire dalla prevaricazione”. Gesù si avvicina “in punta di piedi”, ha per metodo la “condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto.” Gesù parla, cammina insieme, spiega, tocca il cuore perché gli pare il suo. Così il cuore arde. Ogni volta che ascoltiamo la Parola, ci mettiamo in ascolto, avviene proprio come sulla strada di Emmaus. Non smettiamo di capire Gesù e Gesù ci aiuta a comprendere le Scritture, per vederlo, per diventare come Lui, per imparare a parlare come Lui, per ascoltare le sue parole facendo nostri i suoi sentimenti. E sappiamo che le amarezze, le delusioni, i risultati incerti non arriveranno mai.

Perché i risultati saranno pieni solo in cielo, ma, se ascoltiamo, pur nella parzialità sapremo riconoscerli nella nostra fragilità. I discepoli hanno bisogno di ascoltare perché gli occhi si aprano, e così anche noi per saper vedere la Sua presenza già piena nel nostro oggi parziale. Gli occhi si aprono quando mettiamo in pratica la Parola, quando essa diventa vita, amicizia, amore, quando impariamo a chiedere amicizia a quell’uomo, quando scegliamo noi di chiedergli di fermarsi perché sappiamo che anche quel pellegrino ne ha bisogno e che, in realtà, cercava proprio noi. Gli occhi si aprono nello spezzare il pane. Sono quelli che San Paolo chiama gli occhi del cuore (Ef 1,12), illuminati dall’amore. Vediamo Gesù, e con Lui i tanti poveri, pellegrini che, in realtà, cercano proprio noi e una tavola di amicizia.

Ma ci trovano se siamo per strada, se ci facciamo pellegrini, se parliamo e non restiamo a lamentarci sempre vittimisti delle nostre difficoltà, se parliamo come Gesù con un cuore pieno di amore e capace di toccare il cuore degli altri. Non è un problema di tecnica ma di amore, e se le nostre parole parlano di Gesù speranza che fa scaldare il cuore. Se spezziamo il pane in semplicità e letizia, come le prime comunità, tanti vedranno la presenza di Gesù. Le nostre Liturgie siano la mensa di Emmaus dove gli occhi vedono l’invisibile nel pane spezzato, pane che poi diventa amicizia, condivisione, servizio. Inizia così il giorno che non conosce tramonto. Non si arriva alla verità senza l’amore. Che ottusità pensare di capire e spiegare la verità senza l’amore! E non si arriva all’amore di Dio senza l’amore per l’uomo.

Quella sera diventa un’aurora. “È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”. Egli sparì dalla vista, perché entrò nel cuore e ha aperto gli occhi che vedono. Così tornano dai fratelli. Hanno capito che sono degli inviati, che hanno una missione.  I discepoli del Risorto non lo riducono a benessere individuale, perché è la vita che risorge e il Vangelo ci porta a essere comunità, perché non è mai un fatto individuale. È sempre personale ma sempre con la comunità.

Cantava Padre Turoldo: “A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore”.

Cattedrale di San Pietro, Bolugna
05/04/2026
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