Dio è mistero di amore che si rivela, non si nasconde, diventa amore, luce, forza perché non vede l’ora di raggiungere l’amato. Senza amore non lo capiamo. Amore e non emozione dell’epidermide. L’amore emoziona, ma nel profondo, nell’interiorità per coinvolgere tutta la nostra vita. Scende nel profondo e parte dal profondo. Dio dimostra il suo amore verso di noi facendo qualcosa che solo chi è innamorato può scegliere. Ci ama mentre eravamo ancora peccatori, ci ama anche quando torniamo ad esserlo, non smette di cercarci, non ci condanna, ma butta le braccia al collo e ci riveste con la sua misericordia. Il suo amore ci riempie ma anche ci manda, ci chiede di amare pure i nostri nemici, anche se sono armati e noi no. Amiamo perché Lui è sceso nel nostro cuore e si è fatto trovare lì. Quando, finalmente, anche noi siamo scesi nel nostro cuore lì abbiamo trovato il suo e anche il nostro, ciò che cercavamo. Ce lo spiega S. Agostino: “Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Eri con me, e non ero con te”. Il suo amore lo possiamo fare nostro solo amandolo, facendoci amare e donandolo. Non siamo amati se non amiamo: Dio ci ama sempre, siamo noi che non lo capiamo, ne facciamo un possesso, un diritto o un’abitudine o, semplicemente, qualcosa di inutile.
“Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Solo se guardi – quindi senza distrazione, sufficienza, indifferenza – e solo se guardi con compassione – non da rilevatore di dati, da vittimista, da giudice che indaga sulle colpe, da banali egocentrici che pensano solo a sé e che sono problemi degli altri, e quelli degli altri non sono i miei – capisci la sofferenza. Tanti sono in realtà stanchi e sfiniti perché camminano e cercano una strada e si sbagliano, si perdono, si deludono, ingannati da false indicazioni che confondono ancora di più e fanno sentire perduti. Quanta angoscia! Quanta sofferenza nel perdersi convinti di trovare vita, nell’esaltazione di sé o banalmente nel cercare speranza, come chi è perduto nell’immensità del mare!
Gesù vede la folla e parla a noi. Ci chiama e ci manda per questo. Non ci manda a giudicare, a trattare male, a fare i maestri, a dare lezioni, ma ad amare, umili come siamo per mostrare con il nostro amore il suo. La messe è abbondante. Non si misurano gli operai su loro stessi ma sulla messe. Andiamo noi a lavorare nella messe e invitiamo tanti a aiutarci. Coinvolgiamo, parliamo, stabiliamo relazione. Non chiama tutti. Chiama me. Chiama te. Abbiamo ascoltato i nomi degli Apostoli. È il mio. È il tuo! “Io sono” ci fa essere. Io sono perché Lui ci ama e Lui è quando anche noi amiamo. L’invito è parlate e parlare con tutti. Non restate fermi ad aspettare. Fate voi il primo passo! Andate a trovare chi è solo, andate in presenza e invitate in comunità e siate comunità, cioè relazione, affabili, attenti, ascoltando, senza mettersi a far da maestri. Parlate per rendere la Parola concreta, Gesù un incontro, una presenza, appunto, un amore.
Chi si è perduto pensa che è colpa sua, che non può far niente, che non ha altre possibilità. Gesù non si mette a indagare sulle colpe e ci chiede di non giudicare, ma di cercare i motivi per amare, dicendo sempre che il Regno dei cieli è vicino, e voi lo fate vedere. Lo riconosciamo e lo riconoscono guarendo – è la vicinanza, la visita, il farsi carico – purificando i lebbrosi – San Francesco li abbracciò e li trattò da persona e non per la loro malattia – scacciate i demoni, perché l’amore rende consapevoli, libera dallo spirito inquinante e fortissimo della vendetta, della gelosia, del possesso, dell’ira, della solitudine, demoni che fanno male e portano fuori di sé e ci imprigionano. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Guai a calcolare. Siamo contenti di amare e amiamo liberamente, liberi da considerazioni, ruoli, calcoli e convenienze. Basta l’amore. Ecco perché ringraziamo per i dieci anni della Adorazione. È stato fernarsi con Gesù, per imparare a stare con il prossimo.
Come cerchiamo di stare in silenzio vicino al Corpus Domini, di guardarlo con amore, in quella “reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione”, come suggeriva Papa Benedetto XVI, in un incontro profondo, personale, interiore, così cerchiamo la stessa attenzione per lo stesso Corpus, quello Pauperum e per il Verbum Domini. Lo spirituale diventa molto concreto e la nostra vita rende concreto lo spirituale. Adorare per non adorare gli idoli, quelli che fanno credere che è più importante avere e non essere, avere sempre di più per stare bene. Penso sempre che Lui è il centro che raccoglie, come l’ostensorio, ma anche il centro da cui i raggi partono e da cui pure noi partiamo.
Per far questo occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, di adorazioni perpetue dell’Eucaristia. Adorare ci aiuta a capire il limite che abbiamo, che siamo, che la vita ha e l’amore e lo supera. Lo dice Papa Leone XIV quando incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità tendono ad essere letti anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. “L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio”.
“La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. Oggi ci vogliono operai semplici, umili, deboli e fortissimi perché il mondo non si distrugga e scopra il senso della sua vita, amando.
