La Parola di Dio, Parola di vita eterna, è lampada per i nostri passi, illumina la nostra vita, risponde alla domanda del suo fine, non con consolazioni palliative e per dimenticare, perché indica la gloria di Dio, la vita eterna nel “già” e in quello che “non ancora” vediamo. Capiamo quello che non finisce e che ci libera da ciò che, inevitabilmente, è vano e caduco. La Parola che ci è stata proclamata è quella del giorno della morte di don Angelo, la memoria di San Lorenzo, diacono e anche lui testimone generoso. Egli diceva che l’unica ricchezza della Chiesa sono i poveri, ciò significa che non ne cercava altre o non le stimava tali. Lorenzo ha amato Cristo nella sua vita e per questo lo ha imitato nella sua morte. Come sappiamo, è anche il giorno delle stelle cadenti, del cielo che lacrima per la sua scomparsa. Ciò lo sento così vero, con tante lacrime qui sulla terra, increduli davanti a questa improvvisa, e sempre ingiusta, morte di un uomo forte come Angelo. Noi desideriamo conservare e pensare che sia per sempre quello che amiamo, pur segnato dal limite e dalla scadenza a cui non riusciamo ad abituarci. La vita finisce. Sperimentiamo che quello che è ordinario, abituale, tanto da essere scontato e poco considerato, si interrompe. La presenza diventa assenza, la luce si spegne, l’oggi è senza domani. Da uomo con i piedi per terra, e che conosceva bene il valore della vita, don Angelo era attento al cielo. Ha voluto proprio essere questo pastore per il suo gregge, per le varie comunità, Pilastro, Badi, Suviana, Bargi, Baigno, le Budrie, Amola Castagnolo di Persiceto, così come i Cursillos e la Coldiretti, e qui a Pieve dove questo era il decimo anno del suo ministero. Le ha servite tutte con un coinvolgimento personale, affettivo. Ecco, uno dei primi doni dei quali desidero ringraziare il Signore e don Angelo – che i doni non se li è tenuti per sé e non li ha spesi per affermare se stesso o ingrossare il conto in banca – è proprio questo legame affettivo con le persone. Ha sempre speso tutto se stesso per la Chiesa e quindi per tutti. E davvero possiamo dire dandosi da fare fino alla fine. Con quel dono di coinvolgersi nelle situazioni, delle lacrime, di ascoltare e parlare con la compassione che ci chiede il Signore. Gesù piange per Lazzaro, piange perché vede piangere Marta e Maria, piange perché si commuove per la folla perché non la può vedere stanca e affaticata. La realtà si vede solo con gli occhi puliti dalle lacrime. Non è una questione tecnica ma di cuore, del far proprio il dolore degli altri, del rendersi partecipi senza protezioni, calcoli, convenienze e furbizie, del disagio e della sofferenza del prossimo, specie di quanti vivono nelle situazioni più dolorose. Chi ama Gesù lo vive per sé e di conseguenza verso gli altri. San Francesco, quando un contadino lo vide piangere e gli chiese: “Cos’è successo, fratello, perché piangi?” rispose “‘L’Amore non è amato!’ Com’è possibile che gli uomini possano amarsi se non amano l’Amore?”. Don Angelo si coinvolgeva nelle situazioni, magari con qualche inconveniente per l’impegno che sentiva necessario e che sentiva richiesto proprio a lui. Non delegava e non evitava. Del resto anche Gesù si è preso tutti gli inconvenienti causati dall’amore per gli altri, di dare la vita senza sacrificio e per amore. Quando coltiviamo un’idea alta di noi stessi finiamo prigionieri della supponenza, della considerazione di sé, quella da verificare continuamente e che se non trovata causa tristezze e rivalse. No. Per don Angelo era proprio la gioia di servire volentieri il prossimo, come chiede l’Apostolo, semplicemente, che vuol dire contento senza altra gioia, che non sia questa e considerando una grazia poterlo fare. Ed è una grazia poterlo fare, per tutti noi sempre immeritata. Lo faceva con l’irruenza dell’innamorato, che qualche volta diventava anche testarderia, ma sempre per amore, con le lacrime agli occhi, come quando si immedesimava in qualche situazione e la faceva sua, o doveva raccontare le emozioni che lo avevano coinvolto. L’amore era nutrito dalla preghiera, come nel primo giorno alle Budrie, quando rimase davanti al Santissimo. A volte anche nel sonno, come quando in mezzo alla notte iniziò a recitare il Padre Nostro con don Paolo che era preoccupato che partisse con una decina del Rosario! Nel confessionale accoglieva fino ad esaurimento e con disponibilità piena di orario, così come i tanti che bussavano per qualche aiuto e trovavano sempre aperto. Era un padre e non un tecnico, un amico e non un manuale di buoni consigli, un fratello e non un organizzatore. La lettera di Pietro ammonisce gli anziani, i presbiteri, a pascere da pastori il gregge affidato. Il pieno dono di sé lo portava a essere inquieto quando gli sembrava di non aver fatto abbastanza, o quando avvertiva acuta la necessità di chiarire tutta la centralità del Signore, per lui decisiva, così come lo è per noi. Volentieri ha abbandonato i campi per servire la messe del Signore, con qualche scrupolo per lasciare il lavoro e, quindi, togliere un sostegno a quella prima comunità che per lui è stata la sua famiglia. Si trovava certamente a suo agio nelle tante parabole che parlano dei campi e degli annessi e connessi: semi, frutti, stagioni, messi, aratri, giogo, buoi, voltarsi indietro, pazienza, attesa. Era la sua vita, compresa, ma questa non ha riferimenti evangelici, la capacità di riconoscere da lontano, dal rumore prodotto, la marca del trattore. È stata la sua passione, rimasta intatta in questi anni, e ha conservato uno stupore come quello dei piccoli, quello richiesto da Gesù, trasparente come i suoi occhi chiari, sempre con il sorriso che accoglieva più di un discorso. Non smetteva di ringraziare per la bellezza della vita, quasi incredulo di poter raccontare tutto quello che aveva fatto e il male sconfitto. Penso così oggi il suo incontro con il Signore, come quando i discepoli tornano e raccontano quello che il Vangelo aveva prodotto, è Gesù che esulta perché hanno capito il segreto del regno e della vita, quello che i sapienti e gli intelligenti, i pieni di sé ma vuoti di amore non sanno capire. La sua vita è stata quel chicco di grano che, solo se cade in terra e muore, non rimane solo e produce molto frutto. L’essenziale della vita. Lo aveva imparato presto, a casa, quando da grande – e non perché non avesse trovato la sua vita ma perché ne voleva una davvero più piena – il suo papà in maniera asciutta gli disse solo: basta che diventi un prete serio. E lì c’era tutto, senza troppe interpretazioni. Lo sanno bene Maurizio, Marisa, Valter, Rosa, Rita, Giovanna, Morena e poi le varie generazioni di nipoti e pronipoti. Ma lo sanno le comunità a cui la vita di don Angelo si è legata, con quello stesso legame familiare di amore. Amiamo così le nostre comunità. Come cambia anche la morte, vissuta in comunità! Non solo per la pur decisiva solidarietà che sappiamo quanto fa bene, quanto ci aiuta a non sentirci soli, sballottati in uno spazio senza riferimenti e orientamento. Ma comunità cristiane che in questa amicizia testimoniano la fede, quella che illumina di speranza anche la croce, che si affidano ad un Padre e non a un’entità luminosa, che credono nella vita eterna e dove ognuno per questo dona tutto se stesso. Ringrazio Dio perché in questi giorni di tanto dolore per la nostra Chiesa, per Pieve e per tutte le comunità, ci sosteniamo con le parole della fede, dell’amore per Dio, per il nostro Dio che ha mandato Gesù, suo Figlio, perché impariamo ad amare, a capire quello che ci rende davvero della terra, perché non siamo fatti per vivere come bruti, e del cielo, perché è un Padre e ci vuole con sé, nella sua casa. Comunità di fede e per questo di amore. Quanto ne ho visto, e tanto, in questi giorni! Solo amore. Costruiamo comunità, ricordiamoci che c’è bisogno non di teorici ma di agricoltori, di pietre vive con entusiasmo, perché sia una casa di amore, accogliente a tutte le ore e per tutti, dove si vive sempre l’incanto di ogni incontro perché occasione di amore. Il mondo, accarezzato dalla tentazione della forza, ha proprio bisogno di cristiani e di cristiani così. Un’ultima cosa voglio ricordare: il prete. Don Angelo era proprio il don. E per questo lo prego, con don Luciano Sarti, con don Zarri, don Pullega, di aiutare noi preti a vivere con gioia il servizio e a pensarci in comunione, servi di una famiglia, di aiutare tutti noi ad essere pietre vive in un edificio vivo, che si serve e di cui non ci si serve, e non si serve solo se conviene ma perché conviene sempre, amando e difendendo, nella diversità, quello che unisce. Devo chiedere a don Angelo dei frutti: che tanti facciano un incontro e che chiedano anche ad altri compagni di cammino, come è successo a lui, di pensare al ministero sacerdotale! Gli sembrava impossibile. Don Angelo racconta che aveva solo la licenza di quinta elementare e faceva il contadino. Si mise a studiare. A casa diceva che andava in parrocchia, mentre frequentava il corso serale delle centocinquanta ore, perché non voleva dare un dispiacere visto che tutti in famiglia lavoravano. Angelo, in realtà, ha sempre lavorato tanto, perché il ministero è lavoro, l’amore richiede tanto impegno. Mi ha colpito come don Angelo descrisse don Luciano Sarti nella sua testimonianza per il processo di beatificazione, perché io trovavo lui nella descrizione: “Sempre sorridente, incoraggiante ad andare avanti, pronto a spendersi per gli altri senza tenere nulla per sé, condivideva tutto, in qualsiasi orario disposto ad ascoltare, anche rinunciando a mangiare (come mai non ha sofferto burnout?), che toccava con mano Maria e alla sera non andava mai a dormire senza avere salutato Gesù e la Madonna, che infondeva speranza, che quando gli portavano qualcosa lo dava alla prima persona bisognosa che arrivava, che non faceva mai aspettare gli altri e piuttosto aspettava lui, sempre presente ai ritiri del Vicariato, umile e umorista, allegro, che nessuno ce l’aveva con lui perché nessuno aveva ricevuto uno sgarbo o una mala parola”. Ecco perché don Angelo nel suo 25° aveva detto: “Dio mi ha scelto senza merito e non so come ha fatto per farmi dire sì. Ho lasciato qualcosa ma mi ha dato molto di più! Io sono importante solo tanto più rimango nascosto, perché le cose più belle le ho viste e sentite proprio quando sono rimasto nell’ombra. Costruisce con il tuo contributo, ma è Dio che costruisce. Al di là dei miei limiti, che riconosco tanti e nonostante i miei limiti, posso dire che è bello essere prete, bellissimo e vorrei con tutto il cuore che il Signore chiami qualche ragazzo che scelga di servire il Signore nel sacerdozio”. Concludeva con un grazie. Noi concludiamo con un grazie a te don Angelo che da buon contadino con tanto lavoro hai gettato in terra il seme della tua vita, e ringrazio Dio sicuro che questo seme darà ancora tanti frutti.
Prega per noi e per la tua chiesa di Bologna, con Santa Clelia, con don Luciano e tutti i nostri santi.
“Dai de gas”.
