Messa per la solennità di san Petronio, patrono della città e della diocesi di Bologna

La celebrazione di San Petronio ci aiuta ad alzare lo sguardo per contemplare la città ma anche la nostra Chiesa di Bologna, raccolta tutta intorno al suo Signore, nel suo giorno, intorno alla sua tavola. Non dobbiamo mai smettere di contemplare l’una e l’altra, sempre così unite. Ci aiuta proprio San Petronio che tiene la città tra le sue mani, la solleva in alto per mostrarcela, per ricordare che la custodisce, come un padre, padre di tutti e specialmente dei poveri. Siamo quindi custoditi dal vero Padre, quello che San Petronio ci mostra, è padre perché sa che c’è solo un Padre e impara da Lui ad amare. Amore di padre e non di padrone.

È amore, non una definizione. Un padre ricorda che siamo una casa, perché il Padre del cielo vuole che tutto quello che è suo sia nostro e chiede lo stesso a noi. Questa è casa di amore e, quindi, di condivisione. Se condividiamo il pane del cielo come non condividere quello della terra? Viviamo nella città come in una casa, dove non diventiamo tutti uguali perché siamo tutti diversi, ma tutti fratelli e sorelle, non estranei o un condominio di egoisti da amministrare. Come furono a Gerusalemme pieni di Spirito: tutti capiscono la lingua dello Spirito. Non Babele, ma un mondo unito. È il contrario della divisione.

L’amore di San Petronio per la città è servizio, dono di ciò che ha di più suo, il nome e l’amore di Gesù Cristo. Far vedere l’amore – e si può fare solo amando, non offrendo definizioni o riducendolo a interpretazioni o buoni consigli – è il primo modo per fare conoscere il suo nome. Se siamo comunità anche la città sarà più comunità, meno anonima, meno individualista, perché la comunità cristiana è se stessa quando fa sentire a casa, tratta già tutti come fratelli e sorelle. La comunità non è un club di iniziati, una scuola di perfetti che giudicano a distanza per non farsi contagiare dagli impuri. In questo anno dedicato al pane, che si concluderà con il centenario del Congresso Eucaristico, scopriamo e riscopriamo la gioia di essere comunità, cioè amici e non servi, creando con tutti relazioni piene di umanità, gratuite e fedeli.

Il Signore ci affida il suo seme non perché lo teniamo nascosto, giustificando questo con la protezione di un’identità altrimenti minacciata, ma per gettarlo nel campo perché questa è la nostra identità, anche quando il seme sembra perdersi e che gettarlo sia inutile, mentre così fa il seminatore, che con tanta larghezza semina perché almeno una parte dia frutto. Se mostriamo l’amore è molto più facile far conoscere il segreto di quell’amore, cioè il nome di Gesù, la sua presenza nella vita nostra. Non si tratta sempre di parlare di Gesù – non vergogniamoci mai di farlo e aiutiamo a legare la nostra vita all’amore per il Signore – ma di farlo sempre mostrando il suo amore, questo sì diverso, perché solo Gesù ci insegna a rendere uno sconosciuto il prossimo e ad amare i nemici perché liberi dall’inimicizia.

“L’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo ristretto dei più intimi, e rinunciano al realismo della dimensione sociale del Vangelo” (EG  88). Ma il Vangelo parla nella vita. Gesù si è incarnato perché anche noi diamo carne all’amore con la nostra vita e con quella del prossimo, nella storia. “Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. Siamo «piccolo gregge» ma siamo chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo”.

Che cosa vuol dire per noi? Nell’anno del pane non è forse preparare la mensa e spezzare il pane dell’amicizia nelle tante condivisioni che possiamo vivere con il prossimo? Alla Casa della Carità di Corticella, che ha compiuto sessant’anni e che ho visitato nei giorni scorsi, hanno posto una tovaglia sull’altare che però scendeva davanti fino a terra, verso l’assemblea, hanno deposto sull’altare il pane e il vino e sulla tovaglia che arriva fino a terra i piatti della tavola ordinaria con gli ospiti. L’Eucarestia ci chiede di condividere il pane della terra, dandolo a chi non lo ha e offrendo quel pane preziosissimo che è quello dell’amicizia. La comunità inizia nel legame di amicizia – amicizia amicizia, non vaghe promesse, non follower perché l’unico da seguire è Gesù – tra di noi e verso gli altri. Dice la Gaudium et Spes:

“L’uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti”. Sociale, cioè non può vivere senza gli altri. Al contrario assistiamo a polarizzazioni crescenti, violenze verbali, giudizi senza misericordia, dimenticando che siamo cristiani e chiamati non a condannare ma a salvare, perché questa è la nostra vera identità. Certo, spesso facciamo fatica a comprendere la città, i suoi cambiamenti, le sue domande, le ferite profondissime che nasconde. A volte appare indifferente e pericolosa, imprevedibile. Dobbiamo guardarla con la compassione, in modo “amorevole”. Solo così sappiamo riconoscere già oggi proprio nella città la presenza del Signore e quei frutti che si vedono anche se mancano quattro mesi alla mietitura.

Se guardiamo con compassione vediamo in tutti, anche nel lupo, non dei nemici ma delle persone da amare, e ogni incontro può diventare occasione per far conoscere l’amore attraverso il nostro amore, per far conoscere il nome di Gesù attraverso il suo amore. Quanta solitudine nei cuori e quanta fragilità! E queste non sono senza conseguenze: fanno star male, fanno star peggio se uno sta male, producono tante difficoltà nelle relazioni, squilibri, anche psichiatrici. Siamo un corpo perché siamo membra gli uni degli altri. Siamo un corpo che unisce la Chiesa verticale, cioè coloro che ci hanno preceduto e ci hanno trasmesso la fede, con quella orizzontale, che possiamo vedere qui questa sera e che sono le nostre comunità oggi.

Abbiamo bisogno di tutte e due: raccogliamo dove altri hanno seminato ma anche capiamo la Chiesa vivendola in un presente di comunione vera, non virtuale. La dimensione verticale chiede di guardare al dopo di noi, cioè a coloro che verranno dopo e che possono avere un’eredità da noi, coloro per i quali amare e morire per far nascere. Lo abbiamo vissuto, domenica scorsa, nella beatificazione di don Ubaldo Marchioni, don Elia Comini e padre Martino Capelli, grazia che ci ha aiutato a comprendere come solo se il chicco di grano cade a terra dà frutto. Sono testimoni dell’amore cristiano: sono rimasti per amore di Gesù con la comunità. Non morirono per le comunità, ma con le comunità. Ci ricordano l’amore eucaristico: essere comunione, pensarsi insieme, una cosa sola con Cristo e tra di noi, “ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri”. Accolti alla mensa della sua Parola e del pane, apparecchiamo ovunque con il nostro amore la tavola dell’amicizia.

In quel pezzo di amore che doneremo si manifesterà e brillerà l’amore di Cristo pane vivo, amore che illumina la solitudine, che libera dall’odore di morte, e che è pane di vita eterna.

Basilica di San Petronio, Bologna
04/10/2026
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