Dobbiamo sempre ringraziare, di cuore, come quando riceviamo un regalo enorme, ingiustificato, che ci fa felici. Perché il cuore resta amaro, agitato, preso da tanti affanni quando non ringraziamo, come per la pur generosa Marta che però perde la parte migliore, o come per il fratello maggiore, impietoso, acido, presuntuoso tanto da umiliare il Padre convinto com’è delle sue ragioni da difendere e preso dal suo capretto da mangiare. Aveva una festa straordinaria a cui partecipare, e invece resta da solo a fare i conti, a parlar male, a certificare i problemi. Mi sono sempre chiesto se alla fine il fratello maggiore fosse andato alla festa e se si sia abbracciato anche lui con al fratello e, soprattutto, al Padre! Solo questo permette anche a lui di tornare in vita! Prima lo facciamo meglio è!
Oggi ringraziamo di cuore – il noi non è generico, ma è il plurale della vera maiestatis che è la Chiesa, nostra Madre, alla quale sono grato di appartenere e che, con timore e tremore ma anche con tanta gioia, amiamo e serviamo – per questi nostri tre fratelli che il Signore chiama al Diaconato e, sempre con il suo aiuto, al Presbiterato. Dio ci chiama e ci manda.
Guai al cristiano che vive per se stesso, che pensa al proprio benessere senza sentire la chiamata, segno di predilezione! Questa chiamata che è nella Chiesa, la Chiesa che vuol dire le nostre comunità, che sono la casa dove siamo a casa, dove siamo figli e dove ci viene affidato tutto quello che è suo, del Padre, che diventa nostro, ed è nostro se lo viviamo con lo stesso amore che si chiama comunione. Dio vuole un banchetto. Lo prepara già. Si fa nutrimento, perché anche noi non abbiamo paura di essere in comunione, di amare, insomma, di regalare.
L’Eucarestia, questa di oggi come quelle ordinarie, è anticipo del banchetto nel quale è già strappato il velo che copriva la faccia di tutti i popoli, nel quale è già eliminata per sempre la morte. Lo vivremo in questo anno dedicato proprio al Pane. Non celebriamo un passato, ma una presenza viva che dà vita. “Tutto posso in Colui che mi dà la forza”. Certo, è una forza che capiamo solo se ci spogliamo da quella del mondo. Non puoi pensare di averle tutte e due: si escludono! Questa sera capiamo la nostra forza, quella dell’amore che unisce questa nostra famiglia di invitati presi dai crocicchi delle strade, buoni e cattivi come siamo ognuno di noi. Non è una famiglia di perfetti, o di quelli che si credono tali, che parlano male, che si mettono in cattedra da soli, che giudicano e guai a provare a dirgli qualcosa, Gesù ci prova sempre perché li ama ma loro condannano Gesù! Siamo discepoli peccatori, contraddittori, traditori, eppure chiamati da Lui e resi suoi dalla sua misericordia.
È la forza di Gesù che accompagna e accompagnerà i nostri tre fratelli, che rende piene oggi, e renderà piene domani, le loro scelte, sempre segnate dalla debolezza e fragilità eppure piene di gioia e di forza. Curatela sempre, questa forza, con la preghiera e lasciandovi amare da Dio e dai fratelli, dando voi forza, con tutto voi stessi e senza risparmio, a chi è ferito, povero o semplicemente compagno di strada. Dando forza sarete forti. Un amore così ci conferma e aiuta tutti noi a rinnovare e a trasformare le nostre scelte, a non perdere l’amore dell’inizio e finalmente a scegliere, a non rimandare cercando sicurezze che non troveremo mai mentre abbiamo oggi il suo amore che libera dagli affanni, che dona il centuplo e ci fa vedere le messi che già biondeggiano. È amore vero a cui appartenere, e non significa possedere ma prendersi cura, che non significa dominare essere fedeli, che trasforma e rinnova perché l’amore stesso non finisca. Scegliere non è perdere altre possibilità.
Anzi, è capire finalmente quella che cercavo. Scegliere è trovare in una foresta dove mi sono perduto non tutte le strade, ma la strada, non quella di un altro ma la mia, non moltiplicare le esperienze ma vivere quella che cercavo. È la vocazione, il senso del mio stare a questo mondo, il perché oggi e qui e sempre dove Dio mi vorrà condurre, sapendo che la sua volontà compie e richiede la mia. E per questo l’obbedienza ci e vi aiuta sempre, tenendoci stretti a quel giogo che è il più dolce e leggero, che unisce noi ma anche Gesù, a noi. Obbedienza che passa attraverso le persone che cammineranno con noi.
Vocazione non vuol dire non avere problemi, amarezze, delusioni inevitabili, dubbi da risolvere, ma che proprio in questi ci aiuterà a trovare i nostri passi anche nelle notti della fatica e del dolore. Rendiamo forte la Chiesa che come ha detto Papa Leone XIV “non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita”. In un mondo segnato da tanta animosità tra le persone e i popoli, evidente non solo nei conflitti tra Paesi ma anche nell’acredine che caratterizza le relazioni tra le persone, ringraziamo del nostro camminare assieme dietro a Colui che si è fatto viandante e che riconosciamo nello spezzare del pane.
Ringraziamo Samuele, Gabriele, che abbiamo visto crescere, fra Aljun Maria Casimiro, Servo di Maria, che ci ricorda quanto è universale il Vangelo e questa nostra Madre, ringraziamo i tanti che loro tre portano nel corpo e nel cuore, la loro famiglia e la famiglia che è la Chiesa, gli incontri, le persone che li hanno aiutati a riconoscere, come Eli con Samuele – l’originale, ma anche l’omonimo -, che la voce che ascoltavano era proprio quella di Dio che parlava anche se ancora non lo conoscevano. Ringraziamo i tanti che ci hanno aiutato ad amare il Vangelo e la Chiesa e a dedicare la vita al Signore nel sacerdozio.
Essi oggi promettono di donarsi al Regno di Dio, scegliendo il celibato che certo non è mutilazione ma unità spirituale e corporale del proprio io e con il prossimo, per essere più liberi di servire Dio e gli altri. Avete riconosciuto questa vostra vocazione di amore che, come ogni vocazione, rende capaci di regalare tutto di voi e di tessere quei legami di amicizia che sono così intensi e affettivi, come la prima comunità aveva un cuore solo e un’anima sola. È amore nuziale. Siete voi stessi perché siete interamente per gli altri. È un dono ricevuto che va custodito, per il bene della Chiesa e degli altri.
Vi chiedo ora: Custodite per sempre questo impegno per il Regno dei cieli, a servizio di Dio e degli uomini? È affidato a voi e custodire significa farsi custodire dal Signore, ma anche dalla comunione di cui abbiamo sempre bisogno e che rende presente la forza dello Spirito. Lo custodite ricordando la grazia, questa grazia e stando attenti a seguire gli altri impegni che oggi promettete di osservare, cioè di alimentare nel vostro stato di vita con lo spirito di orazione, conformando a Gesù tutta la vostra vita? Lui non si vergognerà mai di noi. Ci aiuta il Vangelo che ci è stato proclamato e che è proprio l’invito alla sua festa, per farci vivere della sua gioia, per donarcela. Lui ci invita perché ci vuole con lui, personalmente.
L’invito si accetta volentieri se ne capiamo l’importanza – un re che invita proprio me! -, e la gioia che ci può dare. Se lo accogliamo distrattamente, come un impegno tra i tanti, con la sufficienza dei ricchi cioè dei pieni di sé, rimane solo un sacrificio. Solo noi possiamo rispondere, personalmente, a questo invito di amore, solo noi possiamo prenderlo sul serio, andare, o rifiutare con orgoglio e facendoci noi dei piccoli re. “Non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”. Il benessere individuale è una idolatria che rende violenti e cancella il prossimo. Occorre, però, rivestirsi tutti dell’abito nuziale: non si può partecipare alla festa del Signore così come si è, senza stare insieme agli altri, senza cercare la gioia, difendendo tristemente la propria felicità individuale.
L’abito che ci è chiesto è il suo e nostro amore. E, in realtà, partecipare alle nozze è l’occasione per toglierci finalmente il vestito vecchio e partecipare ad un banchetto di amore, fin da oggi, in questa casa di pietre vive, piccolo anticipo della gioia del cielo dove tutti i popoli e gli uomini saranno insieme. È quella che servirete con il vostro servizio alla Parola e alla Mensa eucaristica, quella dell’altare e quella dell’altra presenza che sono i poveri. I tre beati di Monte Sole, don Ubaldo, Padre Martino e don Elia, vi benedicano e vi proteggano.
Concludo leggendo con voi la bellissima preghiera per le vocazioni di San Giovanni Paolo II che avete scelto per il vostro ricordino. Sia così.
“O Spirito di verità, che sei venuto a noi nella Pentecoste per formarci alla scuola del Verbo Divino, adempi in noi la missione per la quale il Figlio ti ha mandato. Riempi di te ogni cuore e suscita in tanti giovani l’anelito a ciò che è autenticamente grande e bello nella vita, il desiderio della perfezione evangelica, la passione per la salvezza delle anime. Sostieni gli «operai della messe» e dona spirituale fecondità ai loro sforzi nel cammino del bene. Rendi i nostri cuori completamente liberi e puri, e aiutaci a vivere con pienezza la sequela di Cristo, per gustare come tuo dono ultimo la gioia che non avrà mai fine. Amen”.
