“Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi ricordandovi nelle nostre preghiere”. È il legame di comunione che unisce Paolo alle sue comunità, quelle per cui arriva a piangere, legame di comunione che lo accompagna nei suoi viaggi e nella prigionia. Il cristiano non è un’isola, è sempre un figlio e un fratello perché il Signore vuole una famiglia, la sua e la nostra. Ci riunisce intorno alla sua mensa, non da estranei o da utenti, facendosi comunione perché viviamo l’essere una cosa sola, con noi e tra di noi, come indica Papa Leone XIV nella Giornata Missionaria che oggi si celebra. Siamo chiamati dal mondo e mandati nel mondo, ai tanti che, come prima eravamo anche noi, hanno paura dell’amore, che pensano che amare sia possedere, consumare, esibirsi. Ognuno di noi è una missione in questa terra ma la capiamo, eppure gli altri la capiscono e ci aiutano a comprenderla e a viverla, solo amando. La comunione ci unisce tra noi in una dimensione orizzontale, che non è impersonale e nemmeno limitata, perché è universale e accogliente. Non ci chiudiamo in recinti e i “tutti” per i quali il Signore spezza il pane sono anche i tanti che ci manda ad incontrare e per i quali noi spezziamo la nostra amicizia e rendiamo presente la comunione con il nostro amore. Poi c’è una dimensione verticale, una comunione che ci unisce con chi ci ha preceduto, con quanti ci hanno reso quello che siamo e i cui frutti noi raccogliamo oggi perché loro hanno seminato ieri.
E questo ci fa anche pensare a quello che lasciamo noi, superando il limite della nostra vita e del nostro tempo. Nell’Eucarestia le due dimensioni si incontrano, unendo la gratitudine per quanti camminano con noi oggi, ci incoraggiano, ci mostrano la grandezza e la bellezza della Chiesa, ci aiutano a scegliere a non perdere le opportunità, a non rimandare, a vivere l’eternità nel nostro presente così incerto e fugace. Il Vangelo aiuta a non fare confusione tra Cesare e Dio, che può essere da tutte e due le parti, cioè quando Cesare impone la benedizione di Dio per le sue scelte, lo usa, ma anche viceversa, quando si dimentica la laicità. Siamo chiamati a testimoniare nel mondo la fede e le nostre convinzioni, illuminandolo con la luce che viene da Dio e ispirando le scelte con la necessaria mediazione. Sappiamo come Cesare può essere arrogante, spietato, corrotto, imprevedibile, sfacciato nell’esibizione della forza che distrugge. L’immagine Dio non la imprime sulla medaglia ma nel cuore. Siamo noi la sua immagine, lo è nel prossimo, in ogni persona, senza distinzioni, e proprio per questo con lo stesso valore identico e infinito. Quando si offende l’altro o, peggio, l’altro diventa un nemico, un oggetto, un’etichetta, un gioco, offendiamo, possiamo dire bestemmiamo Dio presente in loro e anche in noi, tradendo quell’immagine che portiamo dentro. Dare a Dio quello che è suo è donare gratuitamente a Lui e al nostro prossimo.
Così anche noi e gli altri riconosciamo l’immagine di Dio nel prossimo. Accadde così a San Francesco. Ringraziamo Dio per il dono del Cardinale Lercaro, a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Al momento dell’ingresso in Diocesi, il 22 giugno 1952, aveva detto: «Risorse non ne ho: sono nato povero, sono vissuto povero; penso, spero, desidero morire poverissimo», riprendendo le parole del testamento di Pio X. Poi disse: «La mia casa è aperta come la casa di Sant’Ambrogio che ha la porta sempre aperta. […] Aperta a tutti è la mia porta, ma a quelli che soffrono, ai più umili è aperta in modo particolare. Siano benedetti i loro piedi quando varcano la soglia della “loro” casa. Essi ci portano con le loro lacrime, con la loro miseria, la Benedizione divina». E la sua casa fu aperta nella generosità a Genova durante guerra a tanti ebrei e a Bologna ai più poveri e a quella famiglia dei suoi ragazzi, ragazzi sempre amati da questo padre che offrì loro opportunità altrimenti precluse, e soprattutto una paternità, un seme di amore che non smette mai di dare frutto. «Mi garantiscono un contatto con la giovinezza e con la vita. Essi portano alla mia casa i bisogni del tempo presente. Mi impediscono di vivere nel passato, di fossilizzarmi», scrisse. Il Collegio universitario internazionale Villa San Giacomo continua in quello stesso spirito. Giustamente uno di loro ha ricordato come tutto partiva dalla Messa, il «sole della vita», e dall’insegnare ad amare sempre la Chiesa.
Ricorderò tre aspetti del suo insegnamento: poveri, pace e liturgia. Visse la stagione del Concilio, preparandolo e applicandolo con intelligenza e passione. Intervenne il 6 dicembre 1962 su Chiesa e povertà: “Il mistero di Cristo nella Chiesa sempre è stato ed è, ma oggi è particolarmente il mistero di Cristo nei poveri: in quanto la Chiesa, come ha detto il santo padre Giovanni XXIII, se è la Chiesa di tutti, oggi è specialmente ‘la Chiesa dei poveri’”. Proclamò: “Noi non faremo il nostro dovere, non sapremo intendere la volontà di Dio e l’attesa degli uomini su questo Concilio, se non metteremo al centro del suo insegnamento dottrinale e della sua opera di rinnovamento, il mistero di Cristo nei poveri, l’annunzio dell’Evangelo ai poveri. Questo è il dovere più chiaro, più concreto, più attuale, più imperativo di un’età in cui, più che in qualunque altra, i poveri sembrano non essere evangelizzati e in cui i loro cuori sembrano alienati ed estranei al mistero di Cristo e della sua Chiesa”. “Non un tema aggiuntivo dopo tutti gli altri. Non si tratta di un qualunque tema, ma in un certo senso dell’unico tema di tutto il Vaticano II”. Confesso che, pensando al nostro cammino sinodale che poco spazio ha dato alla riflessione sui poveri, rileggendo queste affermazioni mi sono vergognato.
La pace. Parto dal discorso del 1° gennaio 1968 pieno di indicazioni importanti oggi per noi. Si interrogò personalmente, cosa non scontata. “Mi chiedo quale è stata la testimonianza di pace mia personale e dell’intera nostra comunità ecclesiale”. Confessa che abbiamo visto “solo in altri la causa dei disordini e dei conflitti” e che siamo eventualmente pronti “a giudicarli come fomentatori di guerra e perturbatori della pace, piuttosto che esaminare noi stessi ed eventualmente preoccuparci di togliere da noi le pietre d’inciampo sul cammino della pace e le ragioni di scandalo”.
E indica la scelta: “Voglia il Cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera”. Si interrogava senza rimozioni o giustificazioni se “quello che ho detto sinora può bastare o se ancora non vi sia qualche cosa da aggiungere, per orientare ancor meglio le nostre anime a pensieri e a opere di pace, proporzionate alla estrema gravità del pericolo e dell’impegno storico che, variamente ma solidalmente, grava su tutti e su ciascuno”. Perché aveva maturato qualcosa così vero ancora oggi: “La Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio”. Sentì l’obbligo personale e di tutta la comunità ecclesiale di un più largo e più approfondito sforzo catechetico per dare ai ragazzi e ai nostri giovani in dimensioni nuove una coscienza evangelica dell’universale fraternità in Gesù, del rispetto assoluto della dignità di ogni uomo redento da Cristo, del rifiuto radicale di ogni forma di violenza, interiore od esteriore, privata o collettiva. Il suo desiderio era: “Vorrei essere un servo dell’Evangelo di pace, vorrei che tutta la Chiesa di Bologna non fosse altro che un unico generale annunzio dell’Evangelo di pace a tutti, ma specialmente ai giovani, perché tutta la nostra gioventù possa divenire — malgrado tutte le tentazioni, tutti i miti e tutte le compromissioni di guerra — una forza grande, spirituale e storica, nei nostri giorni «operatrice di pace» e perciò, secondo la promessa delle Beatitudini, veramente «figlia di Dio»”. Lo faceva con grande libertà e diceva: «È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo – quando c’era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio». Nella pace è incluso l’impegno per la giustizia. Penso tra l’altro – a settant’anni da quei tragici eventi – ai suoi interventi per l’Ungheria a seguito dell’invasione sovietica. Si ricordano la quantità di Messe e preghiere pubbliche, oltre agli esorcismi. E una grande operazione di raccolta fondi e solidarietà per l’Ungheria e per i profughi ungheresi, celebrando a San Petronio una Messa per la libertà e la gloria delle Chiese del Silenzio e, infine disse, “farò le esequie per le vittime”. La Polisportiva di Villa Pallavicini volle fosse dedicata a Antal, martire cristiano, condannato a morte dal regime.
Infine, la liturgia, lezione e impegno importantissimi tanto più in questo anno del Pane a ricordo del centenario del primo Congresso Eucaristico. “Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quella della terra?”. Don Domenico Nucci, che fu suo segretario dal 1961, racconta come la Messa è sempre stata il sole della sua vita, che voleva garantita ovunque e per tutti. Per questo, nel giugno 1955, andò in molte zone periferiche della città per mettere le croci dove sarebbero sorte le nuove chiese, ognuna delle quali lui la definiva “la casa di Dio fra le case degli uomini”. La Messa non termina con «ite missa est», perché messa e vita sono strettamente legate e non a caso sopra la cappella c’era la sala da pranzo frequentata dai numerosi giovani accolti, assistiti in Arcivescovado per studiare e inserirsi nella vita. Una volta egli ebbe a dire: “Io mi trovo bene soprattutto quando sono all’altare”. Nella liturgia – egli diceva – la lode di Dio è perfetta, perché il sommo “liturgo” è sempre Cristo; e di lui noi siamo solamente gli strumenti. “La liturgia è preghiera, preghiera di Cristo in noi e di noi in Cristo. La liturgia è il senso della famiglia di Dio, un senso di comunità, di solidarietà, di carità”. È il centro della Chiesa che, ricordava, è da amare sempre: “Amatela tanto più quando la sentite incompresa, perseguitata, circondata da diffidenza. Amatela difendendola, perché la Chiesa è santa anche se non siamo santi noi che la rappresentiamo: la Chiesa è santa perché è santo Cristo che parla in noi, che agisce in noi, che perdona per mezzo nostro, e che santifica e benedice con le nostre mani, che non cessa mai di guidare la sua Chiesa”. “Come è bella la Chiesa, o miei figlioli!” (Omelia del 25 luglio 1960).
Concludo con un suo pensiero così eloquente: “Ho pensato più volte: se, caso mai, per un assurdo l’eternità non ci fosse e tutto finisse con la morte, mi troverei forse buggerato per avere vissuto da cristiano, rinunciando a tante suggestioni per accettare più pienamente la Legge di Dio? E ho concluso che, anche in quella assurda ipotesi, l’avrei indovinata a vivere da cristiano; perché quelle rinunce e quell’accettazione mi hanno consentito una vita più serena, più fresca, più gioiosa che mai; ed anche più sana. Ed ho avuto invece, ed ho un solo rimpianto: non essere stato abbastanza generoso né abbastanza fedele al Signore: la mia vita avrebbe potuto essere ancora più bella e soprattutto più benefica”. Grazie Cardinale, tutti noi siamo un po’ suoi ragazzi.
