Martedì una «Messa di famiglia» a Villa Pallavicini con l'arcivescovo

Don Giulio Salmi, un secolo dalla nascita

Il ricordo di mons. Ghirelli, monsignor Allori e don Massimo Vacchetti

BOLOGNA – Intorno alla tomba di don Giulio Salmi, al Villaggio della Speranza di Villa Pallavicini, martedì una Messa presieduta dall’arcivescovo ricorderà dei 100 anni dalla nascita.

La celebrazione alle 19 sarà secondo le attuali norme per la sicurezza sanitaria sarà «in famiglia» con gli abitanti dell’opera di Borgo Panigale voluta fortemente da don Giulio Salmi.

«Il 19 maggio don Giulio Salmi avrebbe compiuto 100 anni – ricorda monsignor Antonio Allori, suo immediato successore alla guida della Fondazione «Gesù divino operaio», oggi retta da don Massimo Vacchetti –. Era nato infatti il 19 maggio 1920 al Farneto di San Lazzaro di Savena e qui battezzato. Naturalmente i 100 anni don Giulio li compie in Paradiso. Ma anche noi, qui nella Gerusalemme terrena, avremmo voluto festeggiare questo compleanno con grande solennità, davanti alla Madonna di San Luca in Cattedrale. E invece, gli eventi ci spingono a festeggiarlo con la gioia della semplicità e della sobrietà nel Villaggio della Speranza da lui creato, come fosse – ed è – una festa in famiglia, così come lui avrebbe voluto: una Messa davanti alla sua tomba, insieme alle famiglie del Villaggio, riunite attorno all’arcivescovo Matteo Zuppi (concelebrermo io e don Vacchetti) e seguendo tutte le prescrizioni di sicurezza. Rimandando i festeggiamenti solenni (sempre virus permettendo!) con tutta la grande famiglia “dell’Onarmo”, degli amici, dei collaboratori, delle Autorità, a settembre». Anche monsignor Tommaso Ghirelli, vescovo emerito di Imola ha conosciuto bene monsignor Salmi. «Entrai giovanissimo nel Seminario Onarmo per i cappellani del lavoro – ricorda – e lui era una delle nostre guide, essendo il delegato Onarmo per Bologna. Il suo approccio alla pastorale del mondo del lavoro era molto concreto, operativo: pensava ad un’evangelizzazione attraverso la carità. E credo che questa impostazione sia ancora molto valida». «Soprattutto – prosegue – credo sia importante ribadire, nella nostra società, il suo insegnamento sul significato umano e cristiano del lavoro. Lavorare è un servizio al bene di tutti, non solo un mezzo per ottenere un guadagno, da impiegare magari solo per vivere in modo consumistico. E infatti ricordo che don Giulio era capace di lasciare un’opera magari importante e prestigiosa, quando capiva che ce n’era un’altra più urgente per il bene comune».

Articolo completo su Bologna Sette di domenica 17 maggio.

Qui sotto l’intervista a don Massimo Vacchetti di 12Porte.

 

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