Molte centinaia di fedeli, giunti da tutta l’arcidiocesi di Bologna e anche dalle diocesi vicine, hanno partecipato lunedì sera, nel parco del Santuario delle Budrie, alla celebrazione solenne di Santa Clelia Barbieri, nel 156° anniversario della sua nascita al cielo.
A presiedere la concelebrazione eucaristica è stato mons. Giovanni Silvagni, delegato dal cardinale Matteo Zuppi, impossibilitato a partecipare perché partito nella mattinata per una missione umanitaria di pace in Ucraina. Ad accogliere i fedeli è stato il parroco delle Budrie, mons. Gabriele Cavina, che ha introdotto la celebrazione e ha letto il messaggio inviato dall’Arcivescovo.
«Di solito è la presenza che parla – ha osservato mons. Cavina – ma anche la sua assenza ci parla». Un’assenza che richiama la tragedia della guerra, la comunione spezzata tra i popoli e la sofferenza delle tante famiglie ucraine che vivono anche sul territorio bolognese.
Nel messaggio inviato dalle terre del conflitto, il cardinale Zuppi ha spiegato il significato della missione affidatagli dai Papi Francesco e Leone, che lo ha portato in Ucraina per affrontare questioni umanitarie come lo scambio dei prigionieri, il rimpatrio delle salme e il ricongiungimento dei bambini ucraini trasferiti in Russia.
Mons. Cavina ha poi salutato le autorità civili e religiose presenti, le Suore Minime dell’Addolorata provenienti dalle comunità dell’Africa, dell’India e del Brasile – quest’anno nel venticinquesimo anniversario della presenza a Salvador de Bahia – e i numerosi devoti di Santa Clelia, invitandoli a continuare quella stessa attrazione apostolica che caratterizzò la giovane fondatrice: «Venite e vedete anche voi, trovate ristoro nelle vostre fatiche, lasciatevi conquistare dalla forza mite e dolce dell’amore».
Nell’omelia, mons. Giovanni Silvagni ha ripercorso il significato del dies natalis della santa, ricordando come, «al tramonto del 13 luglio 1870», Clelia «usciva da questo mondo per nascere al cielo». A distanza di 156 anni, ha osservato, quella morte continua a generare vita. La grande assemblea raccolta alle Budrie testimonia infatti «il molto frutto che continua a germogliare da quel piccolo seme che sembrava destinato a perdersi nella terra».
Il riferimento evangelico è stato quello del granello di senape, immagine che ben interpreta la vicenda della giovane fondatrice delle Minime dell’Addolorata. Quel piccolo seme è diventato un grande albero, sotto i cui rami trovano ancora oggi rifugio uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo. «Anche noi – ha detto Silvagni – ci sentiamo questa sera come gli uccelli del cielo che trovano ristoro all’ombra di Clelia e delle meraviglie che il Signore ha compiuto in lei e attraverso di lei». Ripercorrendo la vita della santa, già catechista a quindici anni, il celebrante ha sottolineato come tutta la sua esistenza costituisca una straordinaria attualizzazione delle parole del Vangelo proclamato, soffermandosi in particolare sull’invito di Gesù: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Da qui si è sviluppata una riflessione sul duplice movimento della vita cristiana. Da una parte c’è la propria croce, che ciascuno è chiamato a portare con fiducia; dall’altra c’è il giogo di Cristo, che rappresenta una grazia ancora più grande.
«La nostra croce – ha spiegato – è il luogo in cui si manifesta la potenza di Dio nella nostra debolezza. Ma prendere il giogo di Gesù significa qualcosa di più: vuol dire condividere la sua missione, il suo modo di guardare il mondo, i suoi sentimenti. Non più semplicemente camminare dietro di Lui, ma accanto a Lui». È proprio questo, secondo mons. Silvagni, il cuore dell’esperienza spirituale di Santa Clelia. La giovane delle Budrie aveva imparato fin da bambina a portare la propria croce nella povertà, nella malattia e nelle fatiche quotidiane, senza lamentarsi e con una fiducia assoluta nella Provvidenza. «Di lei – ha ricordato – colpisce che abbia chiesto a Dio ben poco per sé. Piuttosto emerge continuamente la gratitudine per il bene ricevuto e la fiducia che il Signore avrebbe provveduto a tutto». Ma la vera svolta della sua vita fu quella che lei stessa chiamava «l’ispirazione grande»: non una visione straordinaria, bensì il desiderio di conformare sempre più la propria volontà a quella di Cristo, fino a condividere il suo stesso giogo. Una chiamata sponsale che la portò a mettere il Signore al primo posto e a vivere interamente per Lui. Da qui l’invito conclusivo a riscoprire anche l’ordine delle domande contenute nel Padre nostro. «Siamo molto esperti nel chiedere il pane quotidiano, il perdono e la liberazione dal male – ha osservato – ma forse siamo meno attenti a domandare che sia santificato il suo nome, che venga il suo Regno e si compia la sua volontà». È proprio questa, invece, la grazia che Santa Clelia insegna a desiderare.
Infine, riprendendo una preghiera composta dal cardinale Zuppi, mons. Silvagni ha affidato ancora una volta alla santa la missione di pace dell’Arcivescovo e le sofferenze del mondo: «Grazie Santa Clelia, perché hai preso su di te il giogo dolce e soave di Gesù. Sei vissuta per servire e la tua vita serve a noi, a farci vivere. Sei diventata minima perché solo così si diventa davvero grandi».
Una conclusione che ha raccolto il senso dell’intera celebrazione: la santità silenziosa di una giovane donna delle Budrie continua ancora oggi a parlare alla Chiesa, indicando la via della mitezza, del servizio e della pace.




