Dialogo con Liliana Segre al Memoriale della Shoah della Stazione di Milano dal titolo “Memoria della deportazione dalla stazione di Milano”

Sento tanta emozione ad essere qui oggi ripensando a quel 30 gennaio in cui la giovane Liliana salì su un treno merci, come un oggetto, piena di domande e di angosce. Abbiamo nel cuore e nella mente la recente Giornata della Memoria. I luoghi sono importanti, perché ci aiutano a vedere e a rivivere. “Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. La Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”. Ecco quanto, a nome di tutti i Vescovi abbiamo dichiarato nell’introduzione dei lavori del Consiglio permanente della CEI lunedì scorso.

È indispensabile la memoria. Non è mai conservazione, perché la memoria fa rivivere e fa vivere con consapevolezza. Anche solo trasmettendo il ricordo, perché certamente sarà fecondo di consapevolezza e di scelte. Senza memoria si resta smarriti, costretti a sperimentare di nuovo quello già vissuto, e non sappiamo fare tesoro di quella lezione della storia. E questo non può non preoccuparci, perché senza memoria ci condanniamo a rivivere i drammi senza capirli. È proprio della memoria fare tesoro della storia perché non si ripeta. Non siamo condannati all’istinto di Caino che certamente è nel cuore dell’uomo, mistero di iniquità, e che spaventa come le tante complicità con il razzismo e l’antisemitismo, con l’approfittarsi della debolezza, il furto che accompagnarono le infamanti leggi razziali e le deportazioni da tante città e paesi in Italia. L’istinto di Caino si può e lo dobbiamo dominare perché non siamo fatti per vivere come bruti. E lo diciamo in un tempo di brutalità, di forza esibita e cercata, in un tempo in cui la polarizzazione ignorante, arrabbiata, malevola fa credere di capire e contare in un mondo complesso. Si moltiplica, in realtà, solo l’odio, lo si nutre e lo si semina con la banale violenza verbale enfatizzata dal digitale, con la creazione di nemici, con la malevolenza che sembra verità. È una seminagione che, come sappiamo, nessuno controlla più. Cresce la menzogna, quella che fa credere “vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica”. Per questa consapevolezza siamo attenti che non avvenga mai per nessuno e ovunque, perché altrimenti rendiamo possibile avvenga per tutti e ovunque. Ed è condannare altri se non combattiamo i semi dell’odio e del pregiudizio. La memoria è dei credenti e di tutti gli appartenenti alla famiglia umana. Non dimentichiamo questa espressione così importante, vera. Papa Francesco ha scritto un abbecedario della famiglia umana e dei credenti che è la Fratelli Tutti. «La Shoah non va dimenticata. È il «simbolo di dove può arrivare la malvagità dell’uomo quando, fomentata da false ideologie, dimentica la dignità fondamentale di ogni persona, la quale merita rispetto assoluto qualunque sia il popolo a cui appartiene e la religione che professa» (FT247).

Questa memoria, frutto della perseveranza trentennale della Comunità di Sant’Egidio e dell’alleanza con la Comunità ebraica di Milano, ci rende attenti a tutto ciò che offende la dignità umana, di tutti, dalle persecuzioni al traffico di schiavi e ai massacri etnici. Non cadiamo nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. La memoria rafforza il sistema immunitario della famiglia umana davanti a possibili e nuovi orrori. Papa Leone XIV recentemente ha chiesto “il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana”. Per questo ha rinnovata l’appello alla comunità delle Nazioni “affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune”. Ogni persona ha un nome. Ogni persona è un mondo intero che va perduto o si può salvare. Perché, in realtà, quando uccidi tuo fratello stai bestemmiando Dio, uccidi il creatore colpendo la Sua creatura, perché in essa è nascosta la Sua immagine. Rachel, ebrea, mamma di Hersh, ostaggio che venne ucciso da Hamas, disse che non c’è classifica nel dolore, che bisogna sempre capire il dolore altrui e che il suo dolore non doveva provocare altro dolore. Solo così si interrompe la feroce catena di violenza, e sempre cercando l’indispensabile giustizia.

Permettetemi questa sera qui a Milano di ricordare uno dei tanti che non tornò.  Lo abbiamo ricordato a Bologna perché la sua memoria era scomparsa. Arpad Weisz, era ungherese, nato nel 1896. Da soldato viene inviato al fronte dall’Impero Austro-Ungarico per combattere contro il Regno d’Italia. Scappa per il regime. Arriva a Milano. L’Inter lo nomina allenatore della prima squadra. Innova i metodi di lavoro, introduce la dieta per gli atleti e il lavoro sul campo insieme ai calciatori del settore giovanile, dove gioca un certo Giuseppe Meazza. Weisz vince lo scudetto con Ambrosiana-Inter nel primo campionato 1929/30 di Serie A, a girone unico. Poi si ripeté a Bologna nel 1935/36 e nel 1936/37, anno in cui vinse il Torneo dell’Esposizione internazionale, una sorta di Champions League dell’epoca. È fra i più grandi allenatori d’Europa. Nel settembre del 1938 l’Italia approva le Leggi razziali e i Weisz, dunque, devono andar via. Nel gennaio del 1939 Arpad, la moglie Ilona e i suoi due figli, Roberto e Clara, lasciano l’Italia in treno per raggiungere Parigi. Arrestati il 2 settembre 1942 dalla Gestapo, la famiglia Weisz al completo è caricata su un treno con destinazione Auschwitz, e poi condotta a Birkenau dove furono subito eliminati. Solo Arpad resiste fino all’inizio del 1944, il 31 gennaio infine trova anche lui la morte per stenti, dopo atroci sofferenze. La cosa più brutta che possa accadere ad un individuo è l’essere dimenticato, cadere nell’oblio. Per questo lo ricordo, uomo notissimo e poi cancellato.

Con lui vi erano ebrei, ma anche rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze religiose, disabili, malati di mente. Persone considerate non degne di vivere. Questo non lo possiamo mai accettare, per nessuno. Mai!

Faccio mie le parole di invocazione di Papa Francesco: «Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita. Mai più, Signore, mai più!» (FT 232). «Chiedo a Dio di preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace» (FT 236).

Milano, Memoriale della Shoah nella Stazione Centrale di Milano
29/01/2026
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