Ci prepariamo al Natale. È l’attesa di tutta la vita: incontrare il Dio con noi. In realtà non siamo mai pronti. Cerchiamo le cose importanti nei palazzi dei re; ascoltiamo con diffidenza Giovanni Battista, l’uomo dell’avvento, colui che ci fa incontrare Gesù presente; così rischiamo facilmente di essere come quei bambini scettici, un po’ svogliati, che non piangono e non danzano perché ascoltano solo se stessi. Il Natale è la speranza di Dio che ricostruisce quello che il male aveva rovinato, che dona la vita piena, amore senza malizia e diffidenza, reciproco, pieno, che ci completa gli uni con gli altri. È l’attesa drammatica in un mondo di angoscia, con l’ombra terribile di morte che si proietta in un mondo di guerra, di incomprensione tra le persone e i popoli, di tanta solitudine, di sfacciate ingiustizie, di spreco e di mancanza di risorse. La speranza è che saremo una cosa sola con il Signore e tra di noi. È la luce del Natale, la commovente umanità che si fa largo in quelle immagini volgari, di forza, di esibizione di sé, ma anche in quelle della tristezza e della malinconia che si fanno largo nei nostri cuori e ci tolgono il gusto, la speranza. Noi non vogliamo andare avanti. Vogliamo andare in cielo e la via del cielo passa attraverso l’amore di Dio per noi, e nostro per Lui e per il prossimo.
Ecco oggi è il Natale di don Luigi. Nasce alla vita del cielo perché Gesù proprio per questo è venuto sulla terra. Ricordo spesso che nella raffigurazione bizantina Gesù non è deposto nella mangiatoia ma nel sepolcro, proprio perché nascendo la sua vita è segnata dalla morte, e anche perché porta la vita nel buio del sepolcro. Vita nella morte e la sua morte che dona la vita. Gesù sa bene dove nasce, e nasce lo stesso perché l’amore vinca. Natale è certamente la grandezza della vita amata da Dio, perché Dio nasce perché il limite della vita sia sconfitto.
Il Vangelo di Matteo ci riporta l’annunciazione di Giuseppe. Anche lui viene visitato, in sogno, dall’Angelo, dalla Parola di Dio che gli parla e che lui ascolta e anche mette in pratica. Senza avere le nostre infinite resistenze, condizioni, prudenze, paure. Giuseppe “fa” anche lui la Parola: ascolta e mette in pratica. A questo siamo chiamati tutti noi. Lui era giusto ma ascolta lo stesso. La tentazione di chi si crede giusto è proprio quella di credersi superiore, di non piegarsi all’umiltà dell’ascolto. Di chi pensa a non far male ma non a scegliere di amare. Era giusto ma non amava. Non voleva farle del male accusandola pubblicamente, così come il proteggere se stesso gli avrebbe suggerito. L’Angelo gli dice che deve proteggere Maria, prenderla con sé, amandola libero da qualsiasi possesso, facendo sua la Parola che prometteva per il popolo, la salvezza dai suoi peccati. Giuseppe non difende la sua immagine, la sua forza, ascolta l’Angelo e impara ad amare. Giuseppe ha capito la Parola, e basa su questa le sue scelte! San Giuseppe era un uomo pratico e sobrio, un uomo di decisione, capace di organizzare, ma diventa se stesso e pienamente utile proprio perché vive per Maria e Gesù. Qualcuno ha detto, e ha ragione, che «dopo aver letto il Vangelo si guardano le persone in modo diverso», si scopre che «sono scrigni, depositarie di un valore immenso».
Ecco quello che ci insegna Giuseppe: vede Maria e Gesù in modo diverso, come una ricchezza che può amare e solo amandola farla sua. Porta la salvezza. È quella che crediamo e che don Luigi ha atteso e predicato. Aveva imparato a prendere sul serio Dio in montagna, a Camugnano, dove la vita è essenziale. Poi prete, la sua vocazione. Tutti abbiamo la vocazione. Lui l’ha scelta, ha reso concreta la Parola, come Giuseppe. Vicario parrocchiale di S. Severino, Amministratore parrocchiale di S. Procolo di Fradusto, e poi la maggiore parte del suo servizio l’ha svolto come un padre, senza stancarsi, dedito, pieno di zelo, per quarantasette anni qui nella Parrocchia di S. Lorenzo. Si è pensato insieme alla sua comunità, non da protagonista ma da servo, coinvolgendo tanto i laici nel progetto con varie riunioni, chiedendo e così ottenendo partecipazione.
Era attento custode, per sobrietà non voleva spendere inutilmente e lo faceva solo per la Chiesa, come per la piccola abside, per la torre ottagonale all’ingresso, per l’ambone proteso verso l’assemblea. Ricordo anche come era orgoglioso del salone e della cucina per apparecchiare tanta familiarità. Desiderava, infatti, una casa di amore, perché l’amore per Dio deve riflettersi in quello per il prossimo e per i poveri. Organizzò il doposcuola per i ragazzi in difficoltà, perché non mancava mai, padre attento e generoso, di manifestare attenzione a chi era nella fragilità.
Scrisse in una relazione presentata al Vescovo che “i ragazzi bisogna che trovino qualcosa di importante, coinvolgente, qualcuno che sia amico e soprattutto bisogna chiamarli, invitarli, sentirsi responsabili in prima persona della loro crescita, che vuol dire non sentirsi mai a posto nei loro confronti, non dire mai il mio dovere l’ho fatto perché desidero che il ragazzo capisca che qualcuno si sta occupando di lui disinteressatamente, che è atteso e mai dimenticato.
L’amicizia è essenziale, fa sentire uniti, aperti al dialogo, fa arrivare a sentirli importanti in modo da ricercarli quando non parteciperanno. Bisogna organizzare una forte attività ricreativa”. Don Luigi, “Dongi”, viveva la gioia del cristianesimo, la passione per il Vangelo, discreta e premurosa, senza invadenza e supponenza, che vinceva su alcune ruvidezze. Sapeva dire le parole giuste ma senza giudicare, forte e delicato, quasi indifeso, sempre genuino. Era goloso, ma in Quaresima non mangiava dolci perché era uno dei suoi fioretti, perciò li regalava per non cadere in tentazione. Aiutava i parrocchiani più in difficoltà con prestiti personali e Dongi andava a cercare chi si allontanava.
Giuseppe custodisce ed è custodito da quel mistero che ha amato non perché abbia compreso tutto, ma perché ha ascoltato e messo in pratica. È la beatitudine. Scrisse Papa Francesco per il Giubileo che si sta per concludere: “Cosa sarà dunque di noi dopo la morte? Con Gesù al di là di questa soglia c’è la vita eterna, che consiste nella comunione piena con Dio, nella contemplazione e partecipazione del suo amore infinito. Quanto adesso viviamo nella speranza, allora lo vedremo nella realtà” (SnC 21). Sant’Agostino in proposito scriveva: “Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te”. Cosa caratterizzerà dunque tale pienezza di comunione? L’essere felici. La felicità è la vocazione dell’essere umano, un traguardo che riguarda tutti. “Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi”.
Oggi si dissipano i pensieri tristi, le paure che a volte riempivano i tuoi occhi e affaticavano la tua anima: oggi c’è solo una pienezza di amore, senza nessuna paura. Grazie don Luigi per il tuo servizio e prega per noi, per la Chiesa, per nuovi sacerdoti, per la nostra comunità, perché cresciamo nell’amore e possiamo essere una casa dove tanti pastori vedono la presenza di Dio. Con Maria e Giuseppe, con san Lorenzo. Con gioia piena, senza ombre e paure. Per sempre. Amen.
