Funerali di Paolo Castaldini

Ci stringiamo con affetto a Giuliana, la “santa” Giuliana, sessant’anni di matrimonio con Paolo, a Daniela e a tutta la famiglia, e ci stringiamo tra noi perché Paolone faceva un po’ famiglia, rendeva personale il legame con la Chiesa, bonariamente bolognese, con instancabile impegno e profonda umanità, voce e volto, insieme da duro e da buono, generoso anche nella sua presenza fisica. Il Sindaco, da Bruxelles, si dispiace di non essere presente e porge il saluto di tutta la città, ringraziando per tanta collaborazione. Come da lui mi sono arrivate tante testimonianze di gratitudine e di affetto. Questa è indubbiamente la cerimonia più difficile per Paolo, per Paolone ed è per noi, inaspettata. Un po’ perché Paolo c’era sempre, e trovava in un qualche modo una soluzione a tutto, un po’ perché le sue condizioni di salute apparivano migliorare. Siamo sempre in attesa del domani.

È un pezzo della Chiesa di Bologna che scompare. A dire il vero non scompare, perché i pezzi della nostra Chiesa sono quelli che ci portiamo con noi, e che chi ci lascia porta con sé, proprio perché li ha regalarti agli altri amando il Signore e il prossimo.  Sappiamo che il Signore verrà, che ci presentiamo e ci presenteremo davanti al limite della vita, a quel ponte che dobbiamo attraversare lasciando questa vita per un’altra, ponte difficile da attraversare perché non conosciamo l’altra parte dove si è diretti e spontaneamente ci voltiamo indietro. Gesù è il ponte, nasce per esserlo, spezza il pane per noi da questa parte, ci prende con sé perché Lui è la via, la verità e la vita, da questa e dall’altra parte. E quello che sperimentiamo qui, a volte camminando a tentoni si rivelerà pienamente dall’altra parte. Paolone è stato, insieme a don Sebastiano Tori e a don Giovanni Silvagni, una delle prime persone che conobbi quando arrivai a Bologna. Immancabile e puntuale, capace di aspettare e di non far mancare quello che serviva, solenne e familiare allo stesso tempo. Si poteva contare su di lui. Quanto servono fratelli così e quanto serve il sevizio di ognuno! L’amore ci rende utili, e amare significa essere servi.

Lo faceva nella vita ordinaria non solo nei momenti più pubblici e difficili, come le visite dei Papi. Quando morì il Cardinale Cafarra, rimasi ammirato della rapida e puntuale – come sempre – organizzazione di tutto nei minimi particolari, come sempre aiutato dai suoi, per i quali a volte bastava uno sguardo, e in alcune occasioni occhiatacce o richiami diretti. Scherzammo un poco della ritualità, mi guardò per rassicurarmi dicendo: “Gli arcivescovi passano, ma Paolone resta!”. Paolo era la vera continuità della Chiesa di Bologna, unendo solennità e efficienza, culto e vita, forma e sostanza, devozione e fede, e questa ha una forma esterna, pericolosa quando non coincide con quella interiore, ma sempre necessaria perché la fede è sempre personale, anche nella vita. La sua era una generosità totale. Qualche volta mi sono arrabbiato con lui quando era evidente che lo sforzo era troppo grande ma lui voleva continuare lo stesso per finire il servizio e per non abbandonare, per non  far mancare la sua presenza costante e fedele.

Ho scelto Giuseppe, che custodisce, serve, protegge Maria e Gesù. Sono suoi perché li ama. È il vero amore cristiano. Garantisce la protezione di quel mistero che pure aveva sconvolto la sua vita e che diventava la ragione della sua vita, perché doveva dare lui il nome, Gesù, a quel figlio che lo Spirito donava a tutti attraverso Maria: Emanuele, Dio con noi.  Giuseppe lo fece. È la fedeltà, è mettersi a servizio, perché questo conta per tutti, oneri e non onori, e soprattutto onore alla Chiesa, nelle sue tante manifestazioni pubbliche, una Chiesa che non si impone, che non deve gridare e che vive nella città. Servizio per proteggere e far conoscere la sua unica ricchezza: Gesù. Paolo se c’era un problema lui era lì a risolverlo, ad assicurare che comunque c’era una soluzione o l’avrebbe trovata. Quanto è importante, in un mondo di legami così fragili e cangianti, sapere che possiamo contare su qualcuno!

Con Mons. Vecchi, e con tutto il Centro Servizi Generali, lui c’era perché nulla venisse a mancare. Oggi capiamo la luce che illumina la notte a Betlemme, e perché la gloria avvolse di luce i pastori, smarriti di fronte all’enormità del cielo, che devono vegliare nella notte alla ricerca sempre di una luce che non deluda e non finisca. Il bambino che nasce viene raffigurato come la fonte della luce che illumina i presenti nella grotta dell’oscurità della nostra vita, e nella tradizione bizantina non è deposto nella mangiatoia ma nel sepolcro. Ecco la vera bellezza del Natale che non celebra solo la fragilità commovente della vita – se ci fermassimo tutti di fronte a questa, la rispettassimo in tutte le stagioni e per tutti, specie per chi come Gesù non trova posto – ma celebra la bellezza del mistero di Dio che scende dal cielo, che nasce nel tempo per aiutarci a vedere quello che non finisce, che ci rivela quanto è preziosa la nostra debolezza, perché vedendo lui troviamo la vera forza, perché vediamo la sua presenza nella grotta del nostro cuore e di questo mondo.

E ci aiuta ad aprire gli occhi dello spirito, perché lo spirituale, che non si vede, è l’essenziale di quello che si vede e senza questo poco capiamo del mistero della vita. La grandezza del Natale è che lo spirituale non è una dimensione senza volto, diffusa e rassicurante, imprendibile e virtuale. Natale è una presenza, è una persona, un Tu da prendere con noi. Il Natale di Gesù rende la morte una nascita, permette di proclamare: «Credo la vita eterna», e la vedo oggi, la capisco in un amore così e la vivo quando amo con un amore così! Altrimenti, come recita il Concilio, “gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione”. Natale è la risposta all’attesa che è la vita di ogni persona, la realizzazione della speranza nella quale siamo stati salvati e guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità, e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria. “Viviamo dunque nell’attesa del suo ritorno e nella speranza di vivere per sempre in Lui”.

È la felicità che tutti cerchiamo, perché è la vocazione dell’essere umano, non “un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto”. È quella che si compie definitivamente in ciò che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi». E quello che resta è ciò che ci unisce, che ci lega. Lo capiamo tutti, e in realtà tutti lo sentiamo per quella nostalgia di infinito che portiamo nel cuore e che la fragilità ci ricorda.

Tutto sembra non finire, vorremmo non finisca proprio perché siamo fatti per non finire, per vivere, per nascere. È il desiderio che cantava il poeta, che “l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Perché è proprio vero che dev’esserci, lo sentiamo, “in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto”. Ecco il mistero del Natale e di questo saluto, che è un vero Addio, che sappiamo dire poco perché ci sembra definitivo, ma in realtà sancisce il definitivo legame che Dio permette tra cielo e terra, non solo nel nostro domani, quando ci ritroveremo, ma oggi, perché è con noi. Nella preghiera saliamo per l’ultima volta con lui verso la Madonna di San Luca. Grazie Paolone. Prega per noi, per la Chiesa e la città di Bologna.

Bologna, Cattedrale
11/12/2025
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