Liturgia della Passione del Signore

Adoriamo la croce. Lasciamoci attirare da Lui innalzato da terra per innalzarci dalla nostra debolezza e umiltà. Adorare la croce ci libera dalle idolatrie che provocano i conflitti e le guerre, dalle ideologie e dalle abitudini che induriscono il cuore, per ritrovare l’umanità, per saper vedere in ogni persona il nostro fratello. Riconosciamo nelle sue piaghe «le ferite di tante donne e di tanti uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra». Ogni ferito è ferita di Cristo. Gesù ci disarma perché è totalmente disarmato.

Non ha nulla, esposto alle prese in giro della folla, manipolata, che uccide l’amore di cui ha bisogno. Il suo è un fallimento evidente, senza frutto, anzi con l’abbandono di coloro per i quali dava la vita. Perché darla? Perché non salvare se stessi quando quelli che vuoi salvare scappano e ti lasciano solo? Per amore e per la fiducia che questo vince. Ma perché vinca deve perdersi, come il seme, che altrimenti resta solo.

Egli «non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non risponde all’odio con l’odio. Non entra nell’agone muscolare delle risse, dei confronti, delle parole di odio e di condanna. La sua verità è tutta in quell’amore interamente donato. “Il bene non può venire dalla prevaricazione”, per nessuna ragione, ha ricordato Papa Leone XIV. Gesù ci ricorda che i testimoni dell’amore si avvicinano al prossimo “in punta di piedi”, perché hanno per metodo “la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto”. Esattamente il contrario del piglio da conquistatore, dell’ostentazione ritenuta come necessaria, della logica di dominio, di giudizio e di condanna. Gesù non scende a nessun compromesso con la logica della forza.

È uomo di pace, e la pace che ci dona non è una felicità individuale, quella del salva te stesso, del pensare a sé, ma quella di aver vinto il male. È mite e umile di cuore fino alla fine non solo quando gli conviene. Si è lasciato inchiodare alla croce per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità. Non ci è chiesto sacrificio ma amore. Si resta solo per amore. Così troviamo noi stessi, lasciamoci toccare da un amore così grande che è il vero giudizio sulla nostra vita, smettiamo di scandagliare il nostro io per farci amare da Lui.

La croce è la vera rivolta “contro una società che cancella le ferite e le vite indegne”, ribellione contro il male che produce tanta sofferenza e che stordisce finendo per riempirci di paura, a tal punto che abbiamo paura di trasmettere la vita. Una generazione che cerca la forza e la violenza ma che, poi, ne finisce vittima. La croce di Cristo rivolge un ammonimento, un invito accorato, a nome anche di tutte le vittime: “Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!”. La croce, ha detto Papa Leone XIV, ci mostra come Gesù purifica “la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata”, come, ad esempio, l’uso del nome di Dio per uccidere. Davanti al Crocifisso sentiamo quanto è inaccettabile la forza e scegliamo di mettere la spada nel fodero, cioè di vivere senza nessuna spada. Davanti all’umile e mite di cuore capiamo chi è davvero grande: chi ama. Gesù è il criterio dell’amore, perché è amore. Il nostro Dio non ci fa vincere come vogliamo noi, come ci dice il mondo, ma solo gettando il seme, donando la nostra vita. L’onnipotenza di Dio, e quella vera dell’uomo, è nell’amore, nel dono.

Sotto la croce ci viene affidata la Madre che prendiamo nella casa del nostro cuore, cioè stringere con Lei un legame vero, affettivo, personale, e che riguarda tutti. È una Madre con un cuore largo, come quello del Figlio, “perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”. Non c’è luce senza affrontare le tenebre, ma, anche, non ci sono tenebre che non possano essere illuminate dalla luce. Ma non c’è luce senza affrontare le tenebre.  Noi crediamo che quelle ferite della sconfitta non sono state eliminate, anzi saranno rese gloriose, fonti di luce e di vita nuova.

Dal suo svuotamento tutto rinasce. Il Re della pace, che mette pace tra cielo e terra, e tra gli uomini, “ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare se stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità”. Se vogliamo, questa è la nostra scelta: farci amare da Lui e vincere come Lui il male e la morte amando fino alla fine.

Bologna, Cattedrale
03/04/2026
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