“O Del si tumentsa! Il Signore sia con voi!”. Ringrazio Dio per questa domenica, che come ogni Giorno del Signore, sia sempre piena di Lui e piena di noi, sempre diversa per il cammino che facciamo e per i compagni di strada che incontriamo, tutti incontri da vivere e raccontare. Oggi mi unisco a voi del CCIT, unirmi al vostro – e permettetemi anche un po’ mio – rendimento di grazie per una strada lunga cinquant’anni. Tanti nostri fratelli e sorelle, tanti compagni di strada sono più avanti a noi nella stessa via, il loro ricordo ci aiuta a vedere dove siamo diretti e a camminare con maggior consapevolezza, per trasmettere un’eredità così importante e cara. Ringrazio anche di trovare tanti fratelli e sorelle preziosi, come Elisa Tambour, operaia della prima ora che soprattutto, a differenza degli altri della parabola, non è affatto invidiosa dell’unico talento che riceve insieme a quelli, come me, dell’ultimissima ora, ed è contenta, come lo è chi ricorda che era disoccupato e non dimentica la grazia di poter lavorare in una vigna così appassionante e piena di umanità. L’inizio del CCIT ha le sue radici nel Concilio e nei tanti che lo hanno preparato, presenze nel mondo Rom, Sinti e Camminanti, veri precursori come Jean-Marie Fleury, Henri d’Armagnac, André Barthelemy (Yoshka), Arnold Fortuino e Luis Artigues, Roger Etchegaray, le Piccole Sorelle di Gesù, i fratelli di padre de Foucauld, Dino Torreggiani, Mario Riboldi, Bruno Nicolini, tutti pazienti costruttori di ponti. Molti di loro erano consapevoli della tragedia del porrajmos o samudaripen, il “grande divoramento”, tragedia così poco ricordata nella memoria storica e che non deve mai essere disgiunta dalla memoria terribile della Shoà. Purtroppo il loro annientamento è molto dimenticato.
C’erano e ci sono molti muri. Qualche volta penso che li accettiamo con meno scandalo e meno senso dell’ingiustizia. Una data decisiva fu quella dell’incontro a Pomezia con Paolo VI, non a caso pochi giorni prima della chiusura del Concilio stesso. Fu il primo incontro ufficiale tra la Chiesa e il popolo “zingaro”, nel quale la Chiesa si metteva in cammino per incontrare finalmente il popolo sul quale pesavano un’aperta condanna, sospetto, mancanza di rispetto, troppo poco ancora oggi contrastati tanto che si parla di vero e proprio anti gitanismo. Anche Padre Renè Voillaume e la piccola sorella Magdeleine accompagnarono un febbricitante Paolo VI, visibilmente felice per sanare una frattura secolare che tanta sofferenza ha generato. Egli, che aveva conosciuto il popolo zingaro, li chiamò “cari” e offrì a loro e a noi definizioni così diverse da quelle cui erano e sono abituati, frutto di sentimento poetico e di finezza letteraria; “pellegrini perpetui”, “esuli volontari”, “profughi sempre in cammino”, “viandanti senza riposo”, “voi, che guardate il mondo con diffidenza, e con diffidenza siete da tutti guardati”.
Il Papa voleva che la Chiesa fosse esempio di civiltà, in un mondo che spesso perde umanità e cultura, perché essa “non vi disprezza, non vi perseguita, non vi esclude dal suo consorzio”. “Voi siete al centro, voi siete nel cuore”, affermò solennemente. Da allora fino a Papa Francesco non sono mancate tappe importati di questo legame, che chiede nuovi e coraggiosi capitoli per realizzare l’auspicio di allora, quello per cui “anche per il Vostro popolo si desse inizio a una nuova storia, a una storia rinnovata. Che si volti pagina!”. Non a caso tra i doni che vennero portati all’altare durante la Santa Messa vi fu un ostensorio la cui raggera era in filo spinato proveniente dai lager nazisti, dal Genocidio nazista della Seconda guerra mondiale.
Ringrazio il CCIT per questo cammino, perché siete stati il cuore della Chiesa e avete ricordato ai Rom e cercato di ricordare ai gagè che sono al centro di questa Madre che non vuol perdere nessuna pecora. Vi ringrazio anche perché lo avete fatto in Europa che oggi sembra più preoccupata di riarmarsi, molto attenta a garantire i diritti dell’individuo, ridotto però a isola, mentre non sa difendere i diritti di un popolo intero, investire nel dialogo e nell’umanesimo. Avete mostrato una Chiesa madre di tutti, vicina ai Rom e ai Sinti, che insegna a tutti a riconoscerli nostri fratelli e sorelle. Siete stati quella fontana del villaggio alla quale accorrono gli assetati come indicava Papa Giovanni XXIII per la sua Chiesa, vincendo antichi pregiudizi che come ho detto, non sono ancora affatto sconfitti. Ad esempio Don Lorenzo Milani veniva definito dai suoi detrattori “il prete degli zingari”, nomignolo che a lui non dispiacque affatto tanto che scrisse di avere sempre sognato d’essere un giorno il loro cappellano ambulante dotato di una chiesa mobile. Siamo, lo sappiamo ma lo dimentichiamo, solo e sempre dei pellegrini, dei viandanti, anche se ci chiudiamo nelle case alla ricerca di sicurezza e pensiamo di poter star bene proprio lontani dalla strada, imprevedibile com’è. Gesù nasce in viaggio, diventa straniero per scappare da quell’Erode che con tante diverse facce continua a mietere vittime innocenti e a produrre rifugiati, esiliati, uomini senza volto come spesso è considerato chi è “straniero”.
Cammina per città e villaggi; non si ferma a ricevere, non si sottrae al rischio della strada che rende vulnerabili, esposto agli imprevisti. Muore Lui stesso per strada, davanti agli occhi di tutti, fuori dalla città. E per strada incontra due pellegrini. I suoi, che stavano a porte chiuse, li aiuta a rimettersi per via, li manda ovunque, senza limiti e confini, senza sicurezze l’unica è quella del suo amore, rendendoli davvero cittadini del mondo, legati ad ogni nazione e popolo perché pieni dell’amore di Dio che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ecco il dono che il popolo zingaro offre alla Chiesa: metterci per strada, quella che loro percorrono o sono costretti a farlo, per superare tutte le frontiere e trovare quello che è davvero essenziale. Gesù ci manda fino ai confini della terra, che non ha confini perché appena ne raggiungi uno se ne apre un altro. E ho paura dei molti che cercano di nuovo di tracciare frontiere che sembravano abbattute. Questo è molto pericoloso! Lasciamoci allora trafiggere il cuore da questo canto dell’usignolo, come diceva Yoska del popolo Rom, anche se è un canto coperto da tanti rumori volgari e prepotenti. Lasciamoci condurre dallo Spirito Santo, dal suo amore che è come il vento, che non sappiamo da dove viene dove va, e relativizza tante convinzioni e idolatrie.
Aiutiamo questo Pastore che ci ama, perché sa bene che siamo “erranti come pecore” e tutti vuole custodire e guidare. Ascoltiamo la sua voce, ricordiamoci di conoscere sempre il nome di ciascuna delle sue pecore, perché l’amore è sempre personale e strappa dall’anonimato e dal pregiudizio. Proteggiamo dai lupi, dai ladri e briganti che isolano, escludono, spogliano della dignità, rendono schiavi di dipendenze terribili e distruttive. Gesù, porta stretta per i sapienti e i dotti, larga per i piccoli, viene perché abbiamo vita e l’abbiamo in abbondanza, piena di quello che la riempie e protetta da quanto la svuota, la immiserisce, la rende senza il sale. Lo ha ricordato con tanta chiarezza Papa Leone XIV ai Rom e Sinti nel loro Giubileo, ma in realtà vale per tutti anche per impigriti e sicuri gagé: “la speranza è itinerante”. I poveri portano in avanti con grande dignità e orgoglio, sono quelli a cui tutti dobbiamo guardare per cambiare rotta. I Rom, i Sinti e i Camminanti hanno anche tanto da dire alla Chiesa. “La vostra presenza nelle periferie dell’Occidente è infatti un segno a cui fare riferimento in ordine all’eliminazione di molte strutture di peccato, per il bene e il progresso dell’umanità verso una convivenza più pacifica e più giusta, in armonia con Dio, col creato e con gli altri. E per distruggere i muri dell’isolamento e dell’esclusione”. Il mondo, che è in gran parte segnato dall’avidità del profitto e dal disprezzo dei più deboli, deve cambiare atteggiamento e accogliere i nostri fratelli nomadi non più con la semplice tolleranza ma con uno spirito fraterno, a cominciare dalle condizioni di vita, dal garantire rispetto, educazione, scuola, lavoro e la conoscenza del Vangelo.
Fratelli tutti. “Tumen sen ande, amarò ilò”. O del si amentsa!
