La Cattedrale è la nostra casa comune, che ci accoglie e rivela quella comunione che serviamo e a cui apparteniamo, comunione di santi chiamati dal Signore ad essere suoi perché la nostra gioia sia piena. Intorno al Vescovo che la presiede, la ama e la serve, siamo tutti intorno al Signore e volgiamo assieme lo sguardo a colui che sollevato da terra ci fa sentire il suo dilexi te, per imparare noi a dirlo e per mostrare con la nostra vita la gioia che non finisce in questa e che è oltre questa vita. La Parola di Dio è quel corso d’acqua che nutre l’albero della nostra vita e delle nostre comunità, che permette a questo albero di dare frutto in ogni stagione e le cui foglie non cadranno mai (Ps 1,3).
Lo abbiamo ricordato in quest’anno della Parola, perché questa genera e rigenera chi la ascolta. Ci aiutiamo a metterla in pratica per essere suoi familiari e, quindi, familiari tra noi. “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con le vostre orecchie”. Già oggi si compie quello che vedremo pienamente domani. Apriamo il nostro cuore, liberandolo dalle radici di amarezza che motivano la disillusione, ci intiepidiscono, ci rendono scettici. Oggi siamo pieni di Gesù e noi, che pure pensiamo di conoscerlo e di conoscerci, non finiamo di stupirci, di comprenderne la grandezza che si rivela nell’umiltà e che riunisce la sua Chiesa, nostra madre. Consapevoli del nostro peccato, fuggiamo la tentazione dell’autosufficienza e della rassegnazione, atteggiamenti che ci rendono intrattabili e distanti, e invece ringraziamo Dio di questa nostra storia, che è pienamente nostra, personale e fraterna. Al centro c’è sempre e solo Lui, il suo amore fino alla fine che rende la fine un inizio.
Contempliamo la storia di questa comunione, spirituale e affettiva, non perfetta, per grazia mischiata alle nostre miserie e, proprio per questo, vera e preziosa. Il commovente ricordo di don Ubaldo ci spinge a donare tutto noi stessi per vivere il Vangelo, facendo della nostra vita un seme, uniti alle nostre comunità. I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. Essi sono “una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere”.
Ringrazio Dio e voi per il vostro ministero che è quello di sempre ma la cui forma si sta trasformando, con la fatica che questo comporta, ma sempre aiutati dal Signore che non ci farà mancare le risposte che pure dobbiamo, con responsabilità e nelle diverse responsabilità, cercare insieme e alle quali anche obbedire insieme. Siamo certi che nella comunione le troveremo. Niente prescinde da Lui: è Lui che ci ha consacrato con l’olio che ha consacrato Cristo. Siamo un popolo di consacrati, quel corpo nel quale tutte le membra sono preziose. Nessuno si sottragga a questa comunione, delicatissima e fortissima, che genera vita e rigenera dalle ferite e dalle mancanze. Ricordiamoci che peccare contro la comunione è peccare contro lo Spirito Santo che la dona.
Viviamo nella stagione della forza, sfacciata, prepotente, esibita, pericolosa perché esalta e distrugge, che nutre inutili polarizzazioni, che suscita la malevolenza, con letture e interessi di parte che possono penetrare anche nelle stesse comunità e indebolirle. Non accettiamole mai e riconciliamoci sempre nella fraternità. Il Vangelo ammonisce di farlo prima di salire sull’altare, per indicare quanto non sono accettabili, per nessun motivo. Questa è una stagione, allo stesso tempo, segnata dalla paura, dalla fragilità, dalla ricerca di sicurezze e di prestazioni, dissipata nell’infinito mondo digitale. Quante ferite nei cuori delle persone e quanto bisogno c’è di quell’olio di consolazione e di forza in un mondo di protagonisti, in realtà, fragili e smarriti! Per questo il Signore ci ha preso e ci prende con sé, con dolce e perseverante insistenza, con tanta delicatezza ritesse le nostre relazioni, ci aiuta a pensarci insieme, ci dà un’appartenenza e un giudizio.
Siamo noi «il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9), e sentiamo la gioia di essere santi, suoi, non per merito ma solo per grazia. È la gioia spirituale, interiore, umana, affettiva della comunità dei fratelli e delle sorelle. E questa non vive per sé ma per la missione e la comunione. Missione in un mondo che Paolo VI avrebbe definito “inebriato per le sue conquiste, ma folle e stanco e miope nel suo rischioso cammino.” Missione perché non possiamo essere contenti di aspettare che vengano, finendo per essere infastiditi e piccini come il fratello maggiore. Non possiamo accontentarci di proclamare una verità che non sia piena di amore, costruiamo comunità per accogliere adulti, avvicinare quelli che accedono o riscoprono il Battesimo, per cercare il dialogo con i tanti che sono il confine a cui siamo inviati. Di fronte alle difficoltà della famiglia, alle grandi solitudini che, in modo diverso, toccano giovani e anziani, all’odio che regola le relazioni, alla fragilità dei legami tra le persone e le Nazioni, c’è fame di comunità.
Solo comunità, delle più diverse dimensioni e caratteristiche, rendono il Vangelo un incontro, una presenza nell’oggi, un punto d’approdo per i cercatori di senso, punto di riferimento nella società, anima delle celebrazioni liturgiche, cuore di un servizio ai poveri non istituzionale e assistenziale. La chiamata al nostro ministero ordinato, cari presbiteri e cari diaconi, ha senso e si rinnova proprio per questa missione e per questa comunione che serviamo con tutto noi stessi, donando tutto ad una generazione che calcola, misura, ha paura e cerca misure sempre più avare e rassicuranti. Presiedete nella comunione, e per questa rinnoviamo volentieri le promesse della nostra ordinazione per essere preti e diaconi rinnovati dallo Spirito del Signore, che non è di paura, di timidezza ma di forza nella carità, libero perché ci lega a Cristo. La comunione è da presiedere e difendere, anzitutto vivendola e facendola vivere, mostrandone la bellezza e aiutandone la responsabilità, perché nelle comunità scorra e si incarni l’amore oltre misura di Cristo. Facciamolo con tutto noi stessi, con cuore innamorato, perché solo un innamorato fa innamorare, e solo un innamorato perde la vita per l’amato, e solo se figli sapremo essere fratelli e custodi di questa Madre che Gesù ci ha affidato. Non avremo mai tutte le risposte, ma sappiamo che il Signore, se ci amiamo e siamo suoi, se sentiamo i fratelli nostri, se leggiamo assieme la Parola e ci aiutiamo a viverla sine glossa, non ci farà mancare il suo Spirito che rende nuove tutte le cose. Eccomi, Signore, manda me.
