“E rendete grazie!”. “E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di Lui grazie a Dio Padre”. Chi ringrazia è più forte, anche delle avversità più grandi. È la consapevolezza di quanto siamo amati che ci dona la perfetta letizia e ci libera dall’amarezza e dal vittimismo. È questa la forza dei martiri, che non sono eroi, ma umili discepoli che vivono l’amore fino alla fine. Ecco, al termine del Giubileo l’atteggiamento spirituale è la gratitudine. Grazie perché abbiamo ricordato il passato e il perdono ha purificato il cuore. Il peccato “lascia il segno” e l’indulgenza ci ha riconciliato con Dio e con noi stessi, ha permesso di vedere con “occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime”. È vero, il perdono non cambia il passato, ma ci libera da questo e permette di cambiare il futuro, di vivere “senza rancore, livore e vendetta”. In tempi di odio, rivalsa, rabbia, acredine ha disarmato i cuori e le menti. Abbiamo chiesto perdono e siamo stati abbracciati per imparare a farlo a nostra volta.
Il Giubileo ci ha indicato la forza vera del cristiano: lo Spirito, che trasforma la debolezza in forza. Come abbiamo visto nella luce del Natale, insignificante per il mondo, che la disprezza come con supponenza fa verso chi parla di pace. La storia cambia non con i prepotenti che seminano la divisione e non hanno orrore della guerra ma con gli umili che fanno crescere l’amore in un mondo di prepotenti. C’è bisogno di speranza e di speranza cristiana, non urlata, ma vissuta. Il Giubileo finisce, chiude la porta ma si aprono quelle delle nostre case, delle nostre Chiese e comunità dove tutti possono incontrare il Signore, sentirsi accolti come figli e non come estranei da verificare. Case da dove uscire per andare incontro al prossimo. Sono case di speranza, a cominciare dall’accoglienza. Accogliere tutti non significa accogliere tutto, ma che tutti sono figli, fratelli nel Signore e la Chiesa li riveste subito con il vestito dell’amore, con la piena dignità. Così si riaccende la speranza che è nascosta in ogni persona, “desiderio e attesa del bene”.
Il Cardinale Montini a Milano, pensando ai tanti “lontani” della sua città, commentava che: “Spesso chi resta lontano è male impressionato da noi” e che “sono più esigenti che cattivi”. Scrisse ai lontani: “Se non vi abbiamo compreso, se vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non siamo stati capaci di ascoltarvi come si doveva, se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono”. Tanti, in realtà, aspettano qualcuno, ma non un giudice e nemmeno una ennesima avventura, ma qualcuno che abbia parole di vita eterna. “Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità”. E non dimentichiamo che c’è tanta connessione virtuale ma anche tanta solitudine reale! Abbiamo molte interpretazioni, ma pochi amici veri! La prima famiglia di Gesù è tale perché Maria e Giuseppe hanno ascoltato e messo in pratica la Parola che gli era stata rivolta. “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). “Beata colei che ha creduto all’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore” ((Mt 1,24). “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,219). “A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli” (Gv 1,12). Maria e Giuseppe sono generati da Colui che viene generato. La Parola è efficace se la mettiamo in pratica.
Poter concludere il Giubileo nell’anno che abbiamo dedicato alla Parola e nella domenica della Santa Famiglia contiene un’indicazione chiara: apriamo la porta della famiglia di Dio, consapevoli che lo siamo già, che siamo suoi, chiamati dalla sua Parola, che sarà sempre come quel pellegrino che ci fa ardere il cuore nel petto e che riconosceremo nello spezzare della Parola e del Pane. “La Parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”. Troviamoci, nelle case o in parrocchia, per leggere insieme la Parola, con semplicità e cuore aperto, per sentire la sempre nuova gioia di essere suoi e capire cosa significa oggi essere cristiani! La Parola sarà la porta che ci aiuterà a trovare noi stessi e il prossimo. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo», diceva San Girolamo. “Non vi conosco” dirà Gesù di coloro che non gli avevano aperto il cuore. La casa fondata sulla roccia sarà una porta aperta di pace, di luce, di speranza, di amore vero, libero da classifiche e preferenze, gratuito per tutti, come Gesù ci ha mostrato. Saremo una casa di preghiera dove lo spirituale ha il volto di Gesù e diventa l’incontro con una compagnia umana di fratelli e sorelle. Siamo scelti da Dio, santi perché amati. Conosciamo i limiti personali e delle nostre comunità: non guardiamoli mai con la malevolenza dei farisei, ma con l’amore di Gesù che non si scandalizza del nostro peccato ma di quando ci crediamo giusti, che si china a lavarci i piedi proprio perché siamo sporchi e non chiama i giusti ma i peccatori, non i sani ma i malati.
Il Giubileo ci ha aperto la porta dell’amore di Dio. Ciascuno, personalmente e insieme come comunità, cerchi di vivere i “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”, “sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro”. Non guardare gli altri come un censore e non fare confronti: vivi tu questi consigli dell’Apostolo e combattiamo ogni divisione che offende e limita la comunione. Diamo e chiediamo perdono. Tutti, perché non entri tra noi la malefica divisione, aiutata dal rozzo leggere politicamente o senz’amore le nostre comunità. “Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto”. Vorrei che le nostre chiese giubilari continuino ad essere, insieme a tutte le chiese, oasi di spiritualità dove ristorare il cammino della fede e riconciliarsi con Dio e con se stessi attraverso la confessione. Se apriamo la porta del nostro cuore sbarrata dalle paure e dall’egocentrismo la gioia del Giubileo diventerà la nostra felicità. L’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza personale di una vita cristiana è il primo e più grande servizio che possiamo offrire alle nostre comunità. Ricordiamoci che “L’individualismo corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti” (SNC 8). Sì, siamo consapevoli di questa felicità, che tutti cerchiamo e che abbiamo sperimentato entrando nella Porta Santa ci ha fatto pregustare l’amore pieno che vogliamo vivere. “Attraverso il buio si scorge una luce”. Il Giubileo ci ha aiutato a capire e a cercare la vita eterna, in una generazione che cancella il limite della vita e ne viene travolta.
Chi cerca la vita eterna ha la certezza che la morte è la porta del cielo, e vive bene sulla terra e sa vedere la vita eterna in quella terrena. “Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore”, così da poter dire già ora: «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi». Il Giubileo ci ha aiutato a cercare quello che non finisce, l’essenziale che resta invisibile ma che gli occhi del cuore sanno vedere. Abbiamo visto nei tanti pellegrinaggi la speranza senza la quale non si vive, si sopravvive. Difendiamola, anzitutto con la pazienza; non siamo protetti dai problemi, non abbiamo tutte le risposte e sicurezze, ma abbiamo il Signore che non delude e non ci farà mancare il suo amore provvidente. La speranza ha un prezzo: cercare la luce quando è buio; essere disarmati in un mondo che cerca la forza e si affida alla spada che in realtà lo distrugge; essere buoni e gratuiti quando intorno ci sono calcolo e convenienze, fare il primo passo quando l’altro è ancora un nemico. Il mondo spaventa e confonde. Il prezzo della speranza è non arrendersi al male, salvando se stessi come fanno tutti o, peggio, rispondendo al male con il male.
In quest’anno giubilare abbiamo visto tanti segni che hanno rafforzato la nostra speranza. Continuiamo a trasformare i segni dei tempi, che “racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio”, in segni di speranza. Il primo è la pace. “Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?”. Le nostre comunità siano case di pace e di non violenza. Ci interrogheremo assieme su cosa questo ci chiede in un mondo che follemente prepara la guerra e sembra non credere possibile costruire la pace e risolvere i conflitti senza le armi. Disarmare noi per disarmare il mondo intorno. La pace inizia da noi. Altrimenti non la sapremo chiedere e finiremo prigionieri di ciò che genera le guerre, le prepara: l’odio, il disprezzo, il primatismo, la violenza nelle parole e nelle mani, il pregiudizio, l’ignoranza o il credere che l’identità deve scontrarsi per essere se stessa, distruggere i ponti e la convivenza denigrando e innalzando muri. Ha ricordato Papa Leone XIV che il cristiano non ha nemici, né può, né deve mantenere “prudenti distanze”. Parlare di pace non è favorire “avversari e nemici”, e nulla di buono nasce dall’esibizione della forza o nel coltivare conflitti, piccoli o grandi che siano.
Vogliamo trasformare in segno di speranza la paura di trasmettere la vita, “con una maternità e paternità responsabile” e trasmettere quello che abbiamo e siamo a chi viene dopo di noi! Ci vogliamo impegnare in “un’alleanza sociale per la speranza”, che sia inclusiva e non ideologica, per “recuperare la gioia di vivere” e per non avere paura di donare la vita, perché non basta “adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali”. L’incontro di tanti Sindaci, la collaborazione tra scuole e genitori, l’alleanza tra genitori, l’attenzione al decisivo tema della casa e a quello della stabilità del lavoro, permetteranno di trasformare i problemi in speranza.
Un altro dei segni dei tempi indicati nella Bolla di indizione del Giubileo è quello dei detenuti. Non dimentichiamoci di questi fratelli più piccoli di Gesù che aspettano di essere visitati e che cercano speranza, “condizioni dignitose”, “rispetto dei diritti umani”, futuro. Solo questa è la via della sicurezza. Ci sono anche tanti prigionieri della solitudine, vera tortura alla quale condanniamo anche noi se non ce ne facciamo carico. Segno di speranza lo diventano gli ammalati, e noi possiamo esserlo dando sollievo nelle visite e nella tenerezza che dà valore alla persona anche quando si sente naufraga e inutile per la fragilità. Penso anche a chi soffre di patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale, come le malattie degenerative. Segno di speranza sono i giovani. Lo abbiamo visto. Dobbiamo offrire qualcosa di più bello della banalità del vivere, delle droghe, della ricerca dell’effimero che li porta a gesti autodistruttivi.
Vorrei che le nostre case si aprissero come luoghi di incontro, di scuola per imparare ad amare e a stare insieme. Cerchiamo segni di speranza per i migranti, che abbandonano la loro terra alla ricerca di una vita migliore per se stessi e per le loro famiglie. Come Gesù, Maria e Giuseppe. E sono tanti gli Erode della guerra, della fame, della disperazione. Le loro attese non siano vanificate da pregiudizi e chiusure. Come non ricordare i 120 nostri fratelli che hanno perso la vita l’altro giorno nel Mediterraneo: non uccidiamoli due volte dimenticandoli! Non ci possiamo mai abituare a queste che sono vere stragi. Solo immaginare la loro paura in quell’immensità del mare ci deve muovere alla pietà e fare quello che ci è chiesto: salvare. Segni di speranza meritano gli anziani, valorizzare il tesoro che sono, proteggere la loro debolezza, permettendo di restare a casa e aiutandoli a trovare soluzioni familiari.
Ecco come continua il Giubileo della Speranza e come vogliamo siano le nostre comunità. Finisce il Giubileo, inizia la gioia. Chiudiamo le porte del Giubileo e apriamo quelle del nostro cuore e delle nostre comunità alla speranza, perché diventino case dell’amore di Dio, di preghiera con la Parola, di pane del cielo che diventa pane della terra. Ce lo ha detto Papa Leone XIV come essere: “Una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno. Sia attraverso il vostro lavoro, attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: «Io ti ho amato» (Ap 3,9)”. Saranno porta di vita, di vita eterna.
