È il giorno natalizio di Santo Stefano. Natale è vita che vince la morte, è la nostra povera vita mortale che nasce alla vita eterna. Non è certo un po’ di tranquillità per illudersi o, addirittura, non pensare! È un Diacono ed è martire. Ogni cristiano è chiamato ad essere testimone, ed è martire per questo! Non è un eroe, ma un innamorato di Gesù e del prossimo. Gesù ai suoi non nasconde l’amore richiesto dal Suo Vangelo. Il Vangelo è l’attesa che si realizza, la speranza che diventa un oggi, ma che ha anche un prezzo, perché combatte i problemi non li evita.
La testimonianza rivela il nostro ascolto. Anche Pietro aveva ascoltato queste parole e poi scappò davanti alla violenza che stava travolgendo il suo Maestro e che lo minacciava direttamente. Aveva dichiarato con convinzione che lo avrebbe seguito ovunque, ma in realtà non aveva ascoltato Gesù, ma solo se stesso. Non era pieno di Spirito, ma della fiducia in sé. Solo ascoltando, finalmente, a cuore aperto, fragile com’è, l’affettuosa Parola di Gesù egli comprende, cambia, trova la forza capace e diventa capace di non arrendersi di fronte al male.
Stefano impara da Gesù, cioè ascolta, fa sua la Parola, modella su questa la sua vita. Ogni vocazione è amore che risponde ad un amore, frutto dell’incontro personale e libero con Cristo. È discepolo e imita il Maestro, ma non è un servo, è un amico, perché così ci ha chiamato Gesù. È la sua voce che ci chiama a seguirlo.
È la Parola che ci chiama a uscire da noi stessi per seguire Gesù e con Lui andare incontro al prossimo. In questo anno dedicato alla Parola Santo Stefano ci ricorda come dobbiamo nutrici di questa, tenerla sempre al centro, per non intiepidire il nostro spirito, per non farci prendere dalla globalizzazione dell’impotenza, così diffusa nel nostro tempo e per non arrenderci alla stagione della forza. È la forza del riarmo, inganno scandaloso, come ha detto Papa Leone XIV, che fa credere di difendere la pace con la stessa logica della guerra.
Questa forza si nutre dell’enfasi che crea il nemico e del pregiudizio, delle pietre lanciate contro gli altri, della malevolenza che finisce per “trasformare in armi persino i pensieri e le parole”, e colpisce e offende invece di aiutare, semina diffidenza, e accende la polarizzazione invece di amare la comunione. Stefano, non violento, affronta il furore dei farisei che giustificano la violenza con, come ha detto Papa Leone XIV nel suo Messaggio per la Giornata della Pace, “forme di blasfemie che oscurano il nome Santo di Dio e trascinano le parole della fede nel combattimento politico, benedicono il nazionalismo e giustificano religiosamente la violenza e la lotta armata”. Stefano coltivava la preghiera, leggeva la Parola, era generoso nel servizio.
Questa è la via della pace, come è oggi per tanti martiri che donano la vita, che restano dove sono scappati tutti, che donano la vita come è stato per i nostri martiri di Monte Sole. Stefano ci ricorda che il cristiano, tanto più chi è nel ministero, è testimone dell’amore di Cristo. Il cristiano ama i nemici e non può dire pazzo a suo fratello, non deve giudicare ma amare. Questo è essere cristiani, è la via indicata per farlo vedere, perché è dall’amore che siamo riconosciuti. Stefano compiva prodigi perché pieno dello Spirito Santo.
La Parola è seme fecondo e lascia agire in noi lo Spirito di amore, unica forza del figlio di Dio. È il suo amore, e il nostro amore per Gesù, che ci rende capaci di compiere i prodigi della prima generazione, quella di Stefano, come recita la preghiera colletta della domenica di Pentecoste. Per questo non ci preoccupiamo di come o di che cosa dire, ma ci preoccupiamo di fare nostra la Parola e renderla vita con la nostra vita. Se non siamo docili allo Spirito ci affanneremo a cercare le parole, pensando così di trovare sicurezza! È lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Nella Bolla di questo Anno del Giubileo della Speranza – davvero così necessaria e attenzione a non perderla rendendola vago auspicio, intiepidendola, stemperandola – Papa Francesco aveva scritto dei martiri che “saldi nella fede in Cristo risorto, hanno saputo rinunciare alla vita stessa di quaggiù pur di non tradire il loro Signore. Essi sono presenti in tutte le epoche e sono numerosi, forse più che mai, ai nostri giorni, quali confessori della vita che non conosce fine. Abbiamo bisogno di custodire la loro testimonianza per rendere feconda la nostra speranza”.
Il Vangelo non conosce frontiere e si esprime attraverso un servizio, una diaconia, a quelle vedove del gruppo degli ellenisti. Cioè, gli ebrei che parlavano greco e che si erano nel tempo integrati nel mondo ebraico, ma non senza difficoltà. Quante divisioni attraversano la nostra umanità! Basta parlare una lingua diversa per essere visti con sospetto, suscitare rivalse e recriminazioni. E, probabilmente, la scelta di istituire proprio il gruppo dei sette diaconi, di cui Stefano fa parte, fu la risposta della prima comunità dei discepoli per superare una frontiera che impediva alla comunità di crescere.
Se non si cresce nell’amore inevitabilmente cresce il seme della divisione, ad iniziare dal banale isolarsi e pensare a sé. L’amore è spirituale e si umilia nel materiale, altrimenti si perde e finisce banalmente tra i tanti prodotti di un benessere individualista. Le vedove nella Scrittura rappresentano i più poveri, perché sono persone che rimangono da sole e la solitudine è la prima grande povertà di questo mondo.
Stefano serve la Parola e i poveri. Papa Leone XIV ci ha messo in guardia da due tentazioni: la mentalità efficientistica per la quale il valore di ciascuno si misura dalle prestazioni, dalla quantità di attività e progetti realizzati. La seconda tentazione, all’opposto, si qualifica come una sorta di quietismo, spaventati dal contesto ci si ritira in se stessi rifiutando la sfida dell’evangelizzazione e assumendo un approccio pigro e disfattista.
Oggi è il suo giorno natalizio perché la vita che ci dona Gesù è eterna e si affida a questa, vivendo così pienamente la vita mortale. Stefano vive la stessa passione di Gesù: il rifiuto degli uomini, il processo, le false accuse, la condanna a morte, le parole che usa per affrontare la morte. Sono quelle che ho visto in tanti nostri fratelli diaconi, che ci hanno testimoniato, nella loro malattia e con la loro fede la speranza cristiana, ben diversa da un vago e vano ottimismo che scappa appena si presenta il male.
Stefano mostra la forza della Parola, che rende gli inermi capaci di affrontare una forza terribile, e che come l’amore è più forte della morte. È il senso della nostra chiamata. Quella di testimoniare con la nostra vita per rispondere alla grande fame di relazioni autentiche, di senso e per chi vivere, di cosa resta dopo di me. Testimoniando una Chiesa che sia «lievito efficace dei legami, delle relazioni e della fraternità della famiglia umana».
