Messa in ricordo e suffragio di don Tonino Pullega nel 20^ della morte

La comunione ha sempre una dimensione orizzontale e una verticale. Dobbiamo viverle tutte e due. Qualcuno le ha paragonate a Marta e Maria: senza quella verticale, che è la dimensione della preghiera, dell’ascolto, del silenzio, del Maestro che ci parla, finiamo per perdere il senso del nostro affannarci e finiamo per litigare in base al protagonismo individuale. La dimensione verticale ci ricorda che la comunione ci unisce con chi ci ha preceduto e anche con chi ci seguirà. Qualcuno ci ha trasmesso il Vangelo, ha seminato guardando a quello che non c’era e fidandosi che ci sarebbe stato. Il primo è sempre Dio che non smette di gettare nei cuori i semi del Suo amore. Il seme dona i frutti dopo e quei frutti ne doneranno a loro volta altri finché non ci troveremo tutti nella pienezza del Verbo.

Per questo non possiamo mettere la luce sotto il moggio come avviene per la paura, per il banale vivere per se stessi. Non facciamo del male ma non trasmettiamo la luce e ciò finisce per essere complice delle tenebre che crescono con l’indifferenza, la tiepidezza, la mediocrità. Oggi ricordiamo don Tonino e questo ci aiuta ad essere consapevoli dei tanti doni, delle tante persone che hanno seminato l’amore di Dio nella nostra vita, nella Chiesa di Bologna, nella città. Anche a distanza di anni ne capiamo l’eredità, quella che viene sempre e solo dal Signore e che ci aiuta a seminare, a non avere paura di farlo, anzi, ad avere paura di non farlo, perché così perdiamo il seme e i frutti. Li perdiamo noi e li togliamo al prossimo. Il seme si perde se non cade a terra. A che serve conservare la nostra vita se poi la perdiamo?

Perché far vincere la paura, il banale egoismo che ci rende malevoli, insoddisfatti, soli, e non ci fa accorgere dei tanti doni che abbiamo dentro e fuori di noi e che solo il voler bene ci fa scoprire? Seminiamo con la nostra vita, con le nostre parole, con i nostri gesti, vivendo da cristiani in un tempo di tanto paganesimo di ritorno, come quello che stiamo attraversando. Viviamo seguendo Gesù e non i farisei, coloro che giudicano e non amano. Gesù va a cercare chi è stanco e sfinito proprio perché non ha un pastore che guida, una luce che lo liberi dal buio, una medicina per la sofferenza. I farisei, invece, guardano a distanza, cercano la colpa e certificano il peccato. Gesù va incontro e parla di salvezza, annuncia il Suo Vangelo di amore. Viviamo non con lo spirito di paura, da schiavi, ma seguendo liberamente il Signore che non ha paura di entrare nelle case degli uomini, di farsi toccare dalla loro condizione e dal male, non ha paura di seminare anche quando sembra inutile. Noi seminiamo.

Poi è il seme che cresce. Non sappiamo come. È un mistero di amore. Come ci sono il male, l’iniquità e le ingiustizie, c’è questo mistero di amore dove tanti uccelli del cielo poi trovano e troveranno riparo. Seminiamo allora amore e questo si moltiplicherà come noi non lo sappiamo. Diceva con sapienza Raoul Follerau: “La felicità è la sola cosa che siamo certi di avere quando l’abbiamo donata. Non sono né la potenza né il denaro che vinceranno. Ma l’Amore. L’Amore senza il quale nulla è possibile, con il quale nulla è impossibile. Colui che fa il bene, non sa mai tutto il bene che ha fatto”. È proprio vero. Il Regno è il seme che appare il più piccolo. Eppure diventa la più grande delle piante dell’orto e quella che dà riparo a molti. Allora capiamo che: debole è forte, piccolo è grande, povero è ricco, umile è importante. Ci crediamo o pensiamo come il mondo che forte è chi si impone e vince, che ricco è chi possiede molto, che importante è chi appare e si fa servire?

La memoria ci aiuta a comprendere ciò che resta e ciò che invece è vano. Noi non dobbiamo vivere del passato, diventerebbe una prigione e ci renderebbe fuori dalla storia e senza futuro, ma dobbiamo portarlo con noi per capire il presente e scegliere il futuro. Don Tonino Pullega ci ha lasciato tanto, come «amico, padre e pastore».  Era contagioso tanto che ha suscitato vocazioni, perché ogni cristiano ha la sua e, tra queste, ha suscitato anche quelle di vari presbiteri! Al centro di tutto, della sua vita e della vita della parrocchia, c’era la preghiera. Il tempo, infatti, se non è scandito e interpretato dall’ascolto e dall’affidamento a Dio rischia di diventare sterile, di renderci litigiosi, come Marta senza Maria.

Don Tonino criticava senza mezzi termini il “fare”, l’attivismo che rende una comunità simile ad un’azienda. Per quanto lui fosse attivissimo e chiedesse davvero tanto ai parrocchiani, in maniera forte, a volte contundente, ma lo chiedeva proprio in virtù di un amore forte, com’è l’amore vero! La liturgia, centro e fulcro della nostra vita, icona della comunità, per lui era sempre da valorizzare con la cura dei segni e della bellezza. Ne aveva una cura quasi maniacale: per i segni, per il decoro e la bellezza di fiori, per le candele e le tovaglie, e per ogni oggetto in chiesa, per la perfezione di ogni movimento durante le celebrazioni, dentro e fuori dal presbiterio, per la proclamazione della Parola e per il canto.

Ordine e bellezza non sono segno di ostentazione o formalismo ma di amore verso Colui che è l’autore della bellezza, mistero che non dobbiamo spiegare ma contemplare e vivere, Presenza che si rende viva in mezzo alla Sua Chiesa.  La sua era sempre una celebrazione viva e calata nella realtà della gente. In questo anno dedicato alla Parola ricordo le sue iniziative di ascolto del Vangelo, in parrocchia e nelle case, nei ritiri e negli esercizi spirituali, l’amore per la lectio divina insegnata con pazienza e costanza non solo agli adulti ma anche ai ragazzi, suscitando il desiderio di leggere e di conoscere questa “lettera d’amore” del Signore per noi.  Senza ascolto non capiamo l’amore.

Per vincere la progressiva scristianizzazione dentro le nostre comunità cristiane, dove fede e vita facilmente si scollegano e vanno su binari paralleli, occorre rimettersi seriamente di fronte alla Parola di Dio leggendola come Parola viva, rivolta a ciascuno di noi, e che ci invita a lasciare la nostra terra e le nostre sicurezze per fidarci di Dio, come Abramo. Aveva tanta cura delle persone. La confessione era far sentire la cura e la misericordia di un Padre che ti aspetta, come lui in confessionale. L’amore per la Chiesa andava oltre tutte le delusioni e le sofferenze che potevano venire dalle persone e dagli eventi. Quando non è madre e noi non siamo figli, quando non è sposa e noi non siamo i suoi custodi, finiamo per diventare utenti, per farne oggetto di quello che pensiamo noi, mentre la Chiesa è famiglia. Don Tonino la viveva così, ad iniziare dalla sua canonica che voleva fosse una “casa” dove tutti potessero sentirsi a casa loro, in famiglia, e che curava nei dettagli. L’amore è sempre personale, dove tutti siamo accolti perché è un noi che non possiamo possedere, è casa propria perché è di servizio.

Il “noi” è espressione della Chiesa, della collegialità, della condivisione, della comunione, della magnanimità, mentre l’“io” esprime l’egoismo, la chiusura agli altri, la meschinità umana che distrugge la comunità.  È un noi che ha bisogno della ricchezza di ogni parte, tutte importanti. Cos’è la Chiesa senza questa attenzione umana alle singole persone e situazioni? La viviamo nella visita gratuita ad un malato o ad una famiglia che non incontriamo mai, nel ricordo personale per chi compie gli anni o festeggia un anniversario, nel fermarsi senza fretta ad ascoltare le confidenze di una persona a cui incautamente abbiamo chiesto “come va?” sperando in un generico “tutto bene”, nel guardare negli occhi le persone che si incontrano, nel trattenere quel tale che è venuto solo per un certificato interessandosi di lui, nel fare visita alla famiglia di un defunto senza aspettare di vederla in chiesa per il funerale.

Uno dei luoghi cari e intimi di don Tonino e di questa vostra famiglia era la Madonna dell’Acero, luogo del silenzio e della preghiera, che lui ha sempre voluto condividere con generazioni di giovani e di famiglie. Amava così tanto quel luogo che nel suo testamento spirituale la chiama «dolcissima stella dell’Acero, mattino e sera della mia splendida e drammatica vita». Per questo cantiamo con lui: “Tu che regni sovrana sui monti ove un giorno apparisti splendente non sdegnare la prece fidente dei tuoi figli che implorano mercé. A te propizia stella, luce di nostra vita, ci rivolgiamo miseri: prega per noi, Maria!”.

Chiesa di San Cristoforo, Bologna
30/01/2026
condividi su