Saliamo assieme sul monte dell’incontro con Dio, su questo monte che è sempre l’Eucarestia per saziarci del pane della sua Parola e del suo Corpo. Sperimentiamo la comunione, il legame con il Signore e con il prossimo, inseparabili. Non ci pensiamo da soli ma in relazione, non estranei ma in un legame di amore. Ci nutriamo del pane del cielo perché siamo fatti per il cielo e questo ci fa vivere bene sulla terra, ci aiuta a scoprire la grandezza della nostra vita rivestita di luce e di eternità. Certo, siamo come i discepoli che più facilmente si appassionano nell’infinita discussione su chi è il più grande, proprio quella che porta Caino ad assecondare il suo istinto e ad uccidere suo fratello perché si sentiva escluso.
Se non ascoltiamo Dio, il più grande che si fa il più piccolo, e che ci scandalizza perché servo, finiamo per cercare la grandezza della forza, finiamo senza gli altri o di averli come concorrenti e non come fratelli. Gli uomini considerano l’amore debolezza, lo rendono possesso, lo limitano, preferiscono il potere al dono, l’avere all’essere, e così il mondo diventa un inferno. Gesù ci mostra la grandezza della sua luce, Lui che dopo poco salirà il monte delle tenebre, del buio su tutta la terra. Questa luce, però, la porterà nel cuore e nessuno può spegnerla o rubarla. Gesù vuole che la sua luce di amore, che è uno spiraglio anche nel buio più profondo e che ci fa sentire infinitamente amati da Dio, accenda la nostra lampada e illumini a sua volta i cuori.
Tutti attraverseremo il buio della passione e della morte, affronteremo lo scandalo della croce che è sempre insopportabile. La tenda che Pietro vorrebbe alzare, per restare in quell’esperienza straordinaria, è il nostro cuore, luce più forte anche del nostro peccato, della presunzione spavalda di Pietro che si fida di sé e non dell’amore di Gesù, così lo tradisce e rinnega anche se stesso. Questa luce è il suo amore che diventa il nostro amore, e che rivela la bellezza della debolezza umana se è amata da Dio e dagli uomini.
Ascoltate la il Figlio, cioè il suo Vangelo, perché è la luce che illumina anche il buio della sofferenza, dello smarrimento. Quanta sofferenza! Inimmaginabile. Tutto sembra parlare di morte, di odio, di distruzione, di violenza. Sembra una notte che non finisce mai, tanto da sembrare veramente il criterio di riferimento per molti, accettata con rassegnazione. Ascoltatelo, invita la voce dal cielo. Gesù parla con il suo Vangelo ma anche con la voce dei suoi fratelli più piccoli. Ho fame, ho sete, sto male, sono malato, sono straniero, sono nudo. Ascoltiamo la loro voce, così drammatica, commovente, disperata.
È sempre la sua Parola da ascoltare e fare nostra, da mettere in pratica per essere anche noi, come loro, familiari di Gesù. Loro di diritto, noi per grazia. Ma non dobbiamo sciuparla! Il Signore ci mostra la sua luce perché la sappiamo mostrare alle tante persone che cercano accoglienza, che hanno bisogno di pace, che non accettano la condanna della solitudine, che pensano che la vita non sia mai da scartare, perché amata è sempre straordinaria, e che pensano che l’inimicizia sia sconfitta dalla fraternità. La luce è quella del servizio di amore gli uni con gli altri, come Gesù che lava i piedi.
In questa luce, che mostra oggi la luce eterna, ricordiamo Paolo Mengoli, testimone appassionato ed esigente dell’amore di Cristo, che non esitava ad essere scomodo non per partito preso, ma perché dalla parte di Gesù. Paolo ricordava bene che la Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri, e che per essere di tutti bisogna essere dalla parte dei poveri. Il servizio non era mai solo assistenza ma anche affrontare le cause, risolverle, affrancare dalla povertà, offrire risposte concrete. Non basta dare pane se uno ha fame, occorre dare lavoro, casa.
Il dilexi te di Gesù lo ha fatto suo “senza concioni e trombonate” nelle opere, conoscendo personalmente i “tu” della colazione e dell’ambulatorio, spezzando il pane della terra, pane dovuto che appartiene ai poveri. I problemi dei poveri lo ferivano e motivavano la sua passione totale, sempre nella difesa della dignità dell’uomo perché in lui oggi vediamo il Figlio di Dio. I poveri non si amano perché buoni ma perché poveri. Per Paolo anche il più scombinato aveva dignità. Era, e restava, tenace nelle sue convinzioni, attento a cercare il risultato, umile fra gli umili.
Ho avuto fame e mi hai dato da mangiare. Ero malato e sei venuto a visitarmi. Vieni nella casa del Padre. Sei benedetto perché sei stato benedizione per me.
Ringraziamo Dio per il dono che Paolo è stato per tutta la Chiesa di Bologna e viviamo la sua passione e il suo servizio fino alla fine. Perché non ha fine.
