Oggi celebriamo la gioia di essere interamente suoi. È la nostra forza, che si contrappone a quella del mondo che invece è l’affermazione di sé, volgare, pericolosa, istintiva, divisiva. La forza del Signore, il Suo Spirito, ci libera dalla dittatura dell’orgoglio, il peccato antico che acceca e rende distanti da Dio e dal prossimo ritenuto un nemico. L’Angelo dell’alleanza viene con un fuoco, quello che il Signore Gesù vuole sia acceso sulla terra per vincere l’unico nemico, il divisore. Simeone e Anna aspettano la consolazione. Non sono rassegnati. Aspettano, vegliano, non dormono! Sono attenti, pronti a prendere in braccio e a parlare perché sono vecchi ma pieni di speranza. Il mondo ha bisogno di speranza, avvolto com’è da tante tenebre, umiliato dalla sordità colpevole di fronte al grido di Abele.
È raggiunto dalla sofferenza delle vittime che riempie di tristezza e paura. Un mondo, però, che reagisce sedotto da ideologie estremiste che offrono sicurezza e interpretazioni forti che finiscono per impedire il dialogo, che rendono inutile l’ascolto e che fanno alzare solo muri. E diventiamo convinti che così si difende la propria identità. Non possiamo abituarci al grido del fratello, omologarci ad un mondo che quasi rimprovera di gridare e che sembra avere perduto la pietà e lo sdegno. Lo Spirito Santo ci preannuncia che non vediamo la morte senza prima aver visto il Cristo. Chi si lascia condurre dallo Spirito aspetta, non si addormenta, non si omologa al pensiero comune. Incontra perché aspetta, vede quello che ci sarà. In fondo prende in braccio solo un bambino. Lo Spirito ci fa vedere in quel bambino il compimento, il già che cambia la vita, la pienezza della speranza. Vediamo quello che altrimenti resta nascosto.
Con i nostri occhi possiamo riflettere la stessa luce a coloro che in modo consapevole e inconsapevole cercano luce e aspettano parole. Simeone e Anna sono vecchi eppure generano vita anzi la vita più importante di tutte, quella che dà vita alla vita e che libera dalla paura di perderla amando. Quel bambino è un segno di contraddizione: svela i pensieri dei cuori perché chiarisce da che parte stiamo, le conseguenze dei nostri pensieri, dei distinguo, delle ipocrisie, delle convinzioni di conoscere senza amare. Ma è anche un segno di contraddizione che fa sentire perdonato il peccatore, amato l’umile, forte il debole.
Quel bambino debole mette alla prova le nostre scelte e rivela l’inganno della prestazione e della forza. La salvezza deve affrontare la sofferenza, quella spada che trafiggerà l’anima della madre, e quindi anche di ogni discepolo generato da questa madre. La speranza non è non avere problemi, ma saper sempre vedere la luce anche nel buio, luce che affronta il buio e non lo evita. Le tenebre vogliono spegnere la luce. Simeone fa sua l’attesa del mondo che cerca lo spiraglio di luce, quella che fa sentire amati infinitamente da Dio e che nessuno può spegnere. Attesa di chi sa vedere il germoglio di vita che anticipa la primavera nella durezza dell’inverno. Non mancano gli zelanti o gli ossessionati profeti di sventura, quelli che immaginano una vita che non è mai esistita e che disprezzano quella che hanno.
Sono profeti di sventura perché non sanno vedere altro che il male. Rivestiamoci di Cristo e indossiamo serenamente, e con forza, le armi della luce, quelle con cui siamo entrati e con le quali abbiamo camminato insieme. Andare incontro a Gesù richiede un amore pieno, radicale, libero e totale, come è l’amore. Lasciamoci incontrare oggi, festa dell’incontro, senza protezione, senza disillusione raffinata o rozza che sia. È un incontro sempre sorprendente, che rinnova al di là dei nostri programmi, perché è il Suo programma. È Gesù che prende l’iniziativa di entrare nel tempo della nostra vita, e continua a farlo nelle varie stagioni della nostra vita e della storia. Noi consacrati desideriamo servire la Chiesa con questa totalità di offerta, nonostante la nostra modestia, l’essere o sentirci vecchi. Simeone da vecchio diventa luminoso, trasmette luce. Questo è il senso della nostra vita e della vita di tutti: trasmettere luce, mostrarla con il nostro amore, comunicarla con l’annuncio della Parola.
Papa Leone XIV ha aggiunto alla P della Parola, del Pane e dei Poveri, quella della Pace. Non dobbiamo metterci, per come possiamo e in ogni situazione, a spezzare la Parola? Quanti luoghi, riconosciuti o meno, informali o no, possono diventare mensa della Parola, rendendola quella lettera di amore che risponde ai desideri nascosti nel cuore delle persone. Papa Leone XIV ha chiesto che le nostre comunità – tutte – promuovano «percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace», dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”.
Quanti conflitti locali coinvolgono le persone! I vostri carismi sono un tesoro da spendere con passione, intelligenza e libertà se sarete fedeli a questi. Non dobbiamo disarmare i nostri cuori da quello che ci rende difensivi, aggressivi come il fratello maggiore? Lasciamo che la dolce luce del Signore illumini il cuore e ci doni persuasione e fermezza per combattere ogni violenza, anche quella pericolosamente ordinaria, e tutto ciò che la fa crescere. Le persone hanno bisogno di case di pace, proprio di case, anche noi ne abbiamo bisogno! Solo cosi la trasmissione della fede, l’incontro diventa personale, perché questo avviene solo nella concretezza delle relazioni. Solo così sapremo illuminare con la luce di Gesù la ricerca di futuro, di interiorità. I senza tetto spirituali chiedono una casa, ascolto e annuncio, paternità e maternità, tanta fraternità, non un manuale di risposte o l’ennesima interpretazione.
Per una vita così rinnoviamo volentieri, e insieme, la nostra consacrazione rinunciando a noi stessi per trovare noi stessi, per perseverare nella libertà di amare. Ciascuno e ciascuna di voi pensi a date, a persone, a luoghi precisi e ciascuno renda grazie. Farlo ci riporta necessariamente all’inizio ma ci fa anche sentire l’inevitabile peso del cammino. Non ci scandalizziamo mai di questo, nemmeno delle fatiche e delle contraddizioni, ma con la gioia sempre nuova e che rende nuovi lasciamoci prendere dal canto di Simeone e dall’entusiasmo irrefrenabile di Anna. Amen.
