Ringraziamo oggi di ritrovarci insieme sotto la dolce protezione della Vergine di Lourdes e con la sua materna intercessione. Ringraziamo perché non siamo prigionieri della sapienza di questo mondo, quella dei dominatori che alla fine sono ridotti a nulla. Noi sperimentiamo il contrario. Il nostro nulla è esaltato, l’umiltà della nostra vita – e alcuni nostri fratelli la sperimentano tutta – viene sempre salvata da Dio, perché Lui gli umili li innalza e i superbi li abbassa perché rientrino in sé. Chi ama vede e ascolta quello che Dio prepara per noi. Sono le cose spirituali che fanno vedere quello che è reale, essenziale. Nel buio della sofferenza – drammatico come un abisso che si spalanca o come una stanza senza finestre – gli occhi spirituali, quelli del cuore, vedono la luce tenera e calda del Suo amore. Gesù ci aiuta a capire la pienezza della legge, cosa compie la Parola e anche la nostra vita.
Quando si compie? Quando facciamo tante cose? Non bastano mai! Si compie solo nell’amore. Gesù non è una lezione, un giudizio, una sensazione inafferrabile, ma una presenza, un amore che ci incontra. “Ma io vi dico …”, abbiamo ascoltato. Siamo fragili! Non sfortunati. Tutti siamo fragili. Quando lo dimentichiamo pensiamo di essere quelli che non siamo e dimentichiamo anche l’eternità che portiamo dentro, ciò che non finisce. Dobbiamo scegliere tra il bene e il male, come dice oggi la prima lettura invitandoci ad avere fiducia in Lui che ha fiducia in noi. “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”.
Possiamo scegliere, perché non siamo condannati e non saremo mai il nostro peccato. Come rimanere forti quando siamo toccati nella carne da malattie gravi, invalidanti, che magari richiedono cure i cui costi sono al di là delle nostre possibilità? Gesù ha superato la giustizia degli scribi e dei farisei, non usa la legge come pietre, non ha combattuto la spada con la spada, non si è adirato contro suo fratello, non gli ha mai detto stupido, pazzo! Gesù libera dai giudizi che ci condannano. Nelle sofferenze facciamo esperienza della vicinanza e della compassione di Dio che in Gesù ha condiviso le nostre sofferenze. Vinciamo la malattia incontrando l’amore di Gesù, nostra forza. Ci dona il Suo amore e questo ci rende forti per vivere quello altrimenti impossibile. “Ma io vi dico …”. C’è un io e c’è un tu. Questa è la paternità. Ci parla non per meriti ma per amore.
Quando vediamo il buio sappiamo che c’è la luce, lo vediamo quello spiraglio di luce con cui superare le prove e gli ostacoli della vita. Vediamo la tristezza dello scontro con il limite, ma anche il pellegrino che si affianca a noi. L’ospedale è luogo di condivisione vera. Ci si rende conto, cioè, di essere “angeli” di speranza. Insieme. Vorrei che la Chiesa fosse proprio questa madre. La nostra fragilità, purtroppo, è spesso accompagnata da tanta solitudine. E diventa sempre più complicata. La fragilità è anche segnata, purtroppo, dalla povertà. Lo abbiamo detto l’altro giorno per le malattie psichiatriche, ma lo sentiamo molto vero per tante persone che rimandano le visite per mancanza di soldi, e questo significa anche rischiare di arrivare tardi.
C’è diseguaglianza nella terapia e c’è tanta solitudine. Le sofferenze trovano sollievo nella vicinanza di persone che visitano, nell’affetto che ci raggiunge, che ci fa sentire amati, non sopportati, che ci ricorda che siamo un dono e non un peso, una risorsa e non uno scarto. In realtà, quando sperimentiamo patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale, abbiamo bisogno di cure, di quelle che sono un inno alla dignità umana, un canto di speranza che richiede la coralità della società intera. Siamo tutti affetti dalla stessa malattia: la nostra carne è caduca. Il mondo è insidiato da un morbo eterno.
«Ogni cosa eternamente cade», scriveva Rilke. «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», scriveva Ungaretti. Tutti soffriamo per la nostra limitatezza, la nostra vulnerabilità, per il nostro limite personale e per quello della vita stessa. Prendiamo su di noi le paure, le infermità, la disperazione. Nella compassione sperimentiamo quello che salva. Rilke scriveva «C’è Uno che senza fine / dolcemente tiene questo cadere nelle sue mani». Papa Leone XIV ci ha scritto che: «Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino vedendo il ferito». Andare incontro, visitare, fermarsi, prendersi per mano non sono semplici gesti di filantropia ma «segni nei quali si può percepire la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro».
«Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini». Non si tratta di semplici gesti di filantropia, e nemmeno di una filantropia rafforzata. È amore! “Ma io vi dico” che io sono l’altro, che qualsiasi cosa gli fai la fai a me, che se anche non puoi guarire puoi sempre curare. Prendere su di sé le sofferenze dell’altro solo perché è sofferente, non per altro motivo. Questo cambia tutto. Gesù ci dona tutto. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare. Siamo amati e questo ci libera dagli stereotipi di successo, di carriera, posizione o discendenza, e ci fa recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. «Il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio». L’invito suo che faccio mio e diventa nostro: «Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti. Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo. Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre». Ci benedica Dio.
