Messa per il 21° anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani

La nostra vita sperimenta la comunione verticale, quella del cielo che è anche quella che lasceremo sulla terra, e quella orizzontale con i fratelli e le sorelle che camminano oggi con noi, il nostro presente. Si completano a vicenda e non possono essere l’una senza l’altra. Ricordiamo questa sera, con gratitudine e responsabilità, il Servo di Dio don Luigi Giussani, che ha trasmesso il dono della sua vita, e il carisma, affidatogli da Dio per la madre Chiesa e per il mondo che ama. Giussani non lo ha tenuto per sé. Ha sempre e solo portato a Cristo, perché era il centro di tutto. È un amore che diventa storia e che, proprio perché interamente donato alla comunione, non smette di generare vita. Il protagonismo è sterile, la comunione non finisce. È una scoperta che non finisce mai perché la comunione non smette di rinnovarsi e rinnovarci, di infiammare il cuore, di svegliarci dal sonno della pigrizia e dell’individualismo, di stupirci con la forza che trasmette e con la bellezza che genera. Si arricchisce la comunione vivendo e donando questo amore.

Il libro della Sapienza ci ricorda che abbiamo sempre la libertà di scegliere, tra fuoco e acqua, tra la vita e la morte, il bene e il male. L’amore richiede la libertà. La nostra generazione ha paura di scegliere perché pensa di essere libera quando non ha legami e così finisce, invece, prigioniera dell’individualismo e dei suoi terapeuti. Finiamo per avere paura della vita, proprio perché amiamo poco, scambiamo la vita con il benessere, con la pienezza, mentre la vita è sempre in ricerca, parziale, contraddittoria, straordinaria proprio perché nella debolezza rivela la sua grandezza. La liberazione è nella comunione con Cristo e con il Suo amore che diventa storia, relazione, persone. E per tanti di voi è una storia di amore. È una storia di amore che, sempre con i nostri limiti e peccati, sorprendentemente ci ha accompagnato nelle varie stagioni della nostra vita. È amore radicale e umano, comunitario e personale. La comunione non è mai appiattimento dei singoli, anzi non contrista i doni di ciascuno ma li valorizza liberandoli dal veleno del protagonismo che li deforma e ne fa un possesso individuale.

Proprio la comunione valorizza questi doni che maturano e arricchiscono così proprio la comunione.  Sono miei quando sono nostri. In realtà non li avremmo mai scoperti da soli. Domandiamoci sempre cosa sarebbe la nostra vita senza questo incontro, che si rinnova nei tanti incontri, con il Signore e nella comunione con i fratelli e le sorelle. La vera tentazione è sempre quella di pensarsi soli, di possedere, di servirsi e non di servire, di essere se stessi se autosufficienti, come se per essere se stesso ci si debba affermare da soli, cancellare, o rendere insignificante, il legame con Dio e con il prossimo. Questo è il peccato originale che ci divide dall’amore di Dio e da quello tra di noi. Giussani amava far ascoltare il Concerto per violino e orchestra di Beethoven, simbolo di quella tentazione suprema, “accanita, continua, dell’uomo di farsi padrone di sé, signore di sé, misura di sé, contro l’evidenza delle cose. Da quando il Diavolo ha detto alla donna: «Non è vero che se mangi il pomo morirai; al contrario, se lo mangi, diventerai libera, adulta, sarai come Dio, conoscerai il bene e il male», da allora gli sforzi dell’uomo per rendersi autonomo come cultura e come dinamica di amore si sono solo moltiplicati. La vita dell’uomo, della società, è segnata dalla melodia dell’orchestra, dalla quale per tre volte il violino fugge per affermare se stesso e dalla quale per tre volte viene ripreso fino a riposare in pace, quasi dicesse: «Finalmente!». Proprio in quel tentativo lo strumento dà il meglio di se stesso. Perciò i motivi più affascinanti del concerto sono quelli del violino, del singolo che tenta di affermarsi al di sopra di tutti.

Ma il violino non può resistere a lungo in questo slancio; e meno male che c’è l’orchestra – la realtà comunitaria – che lo riprende in sé». La capacità di Dio, e la saggezza dell’orchestra, è quella di valorizzare la bellezza e l’originalità del singolo, di saperlo aspettare, sapendo che ha bisogno del noi per trovare pienamente se stesso. Altrove don Giussani aveva affermato: «L’unità non è una omologazione, una identità di volti senza senso, ma è costituita da volti precisi. La ragione per cui l’unità del Popolo non è omologante, ma ricca di sfumature, è che ogni realtà che lo compone nasce da una storia in cui un “incontro” ha messo insieme le persone e ha segnato la via. A partire dall’incontro fatto si rende più comprensibile, più facile a capirsi e a seguirsi, più amabile e più fecondo, il cammino verso la purità. Ogni parte di questo Popolo nasce da una grazia particolare dello Spirito che si chiama carisma. Questa unità rende protagonista l’uomo nuovo battezzato che, per amore di Cristo, tende a creare un mondo più umano per tutti in nome Suo». Amiamo e difendiamo l’unità, e l’unico modo è amare e difendere sempre la comunione, servirla tutti perché solo questo è l’atteggiamento che ci è chiesto. È nella comunità che “incrociamo i suoi occhi”, quelli che vedono coloro che lo temono e che li libera dall’insaziabile specchio dell’affermazione di sé, quello dei dominatori di questo mondo che devono mettere al centro l’io e possedere il prossimo. La bellezza della comunione si scopre solo servendola perché essa ha bisogno di tutto noi stessi e di tutti noi.

La nostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei per entrare nel Regno dei cieli. La giustizia degli scribi e dei farisei è retributiva: “Occhio per occhio”. Ci limitiamo a non fare il male ma il problema è che sono sempre solo io il protagonista. La giustizia che Gesù ci chiede però è un’altra: è quella dell’amore. E l’amore non si accontenta di non fare il male perché ama. Per questo dice che anche chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Quanti gesti di violenza, in realtà, nascono da cuori avvelenati dall’odio, enfatizzati dall’orgoglio, allenati dall’idea di essere i primi, dal pensare male, dal possedere credendo così di stare bene! Non basta essere giusti fuori. E non si vince il male se non scegliendo l’amore e mettendolo in relazione con il prossimo. Giussani lo aveva capito perché guardava il cuore della persona, libero da ogni moralismo – quello che riempie di livore e finisce per lanciare pietre invece di amare – perché amava Cristo e i ragazzi, e loro hanno trovato qualcuno che parlava della vita e la cambiava. Ci insegna ancora a guardarci dentro, con libertà, a scegliere, ad amare, e così ci scioglie dall’amore per noi stessi e ci unisce nella comunione.

Don Giussani spiegava la sua scelta: «Dal momento che la maggior parte delle persone […] era ormai psicologicamente e culturalmente lontana dal cristianesimo, ritenevo che si dovesse sfrondare l’annuncio da tutto ciò che poteva avere di contingente e di secondario per farlo emergere invece nella sua essenzialità. […] Che cos’è allora l’essenza del fatto cristiano? È l’annuncio di Cristo: questo è il centro di tutta la vita dell’uomo e della storia. E questo si vive mettendosi insieme, vivendo una vita di comunità perché Cristo nella storia prosegue dentro il segno della grande comunità che è la Chiesa. […]» (Conversazioni con Robi Ronza, Bur, Milano 2014 p. 24). Ecco cosa significa disarmare il cuore. E farlo in un mondo che si riarma con tutti gli arsenali, dove spesso non si sa dire altro che “pazzo” o “stupido” perché non si ascolta, e dove per sentirsi importanti ci si deve contrapporre, si giudica invece di amare.

Oggi vediamo la ricerca spirituale dei nostri contemporanei molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Quante persone, in un mondo respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare! Ha detto Papa Leone XIV: «Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. Siamo pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora». Ecco il carisma nella comunione, quello che costruisce case di amicizia. È un dono richiesto e affidato ad ognuno perché di tutti, ma ha senso solo – e questo vale per tutti – se serve alla comunione e se questa diventa incontro, riflesso dell’amore di Dio per tanti che cercano luce. «Siamo insieme per un cammino: […] piccoli o grandi che siamo, passo piccolo o passo più lungo, camminiamo insieme. È un cammino in cui nessuno deve giudicare secondo una misura, nessuno. È soltanto nel rapporto con Cristo che non c’è un metro: il metro non c’è, c’è soltanto il cuore! […] Ti credo, Signore, anche se sono così miserabile! E lo esprimo, questo credere, nell’amore ai fratelli» (Una strana compagnia, Bur, Milano 2017 p. 300). «Dobbiamo aver compassione del mondo! E perciò dobbiamo realizzare ciò che è stato dato a noi perché si diffonda l’umanità migliore, la civiltà della verità e dell’amore attorno a noi, il più possibile. Ma non si può pretenderlo senza incominciare costruendo questa umanità nuova tra di noi, senza creare i gruppi, le comunità di Fraternità, […] un rapporto diverso, che è la condivisione del bisogno umano secondo la totalità dei suoi modi d’esprimersi e di documentarsi, come ha fatto Gesù» (Esercizi della Fraternità di CL, 1986).

Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo. Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu, che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Chiesa della Madonna del Buon Consiglio, Castenaso
14/02/2026
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