Questo tempo della Quaresima è davvero opportuno. Ci aiuta ad aprire gli occhi del cuore per vedere l’essenziale che altrimenti c’è ma non lo sappiamo riconoscere. La Quaresima ci aiuta a curare lo spirito e, proprio per questo, a entrare nella storia, nel tempo e nello spazio, e ad uscire da una dimensione eterea, fuori dal mondo, virtuale. La Quaresima ci fa rientrare in noi stessi e ci mette in relazione con Dio e con il prossimo. Senza la dimensione spirituale finiamo prigionieri del materialismo pratico, schiavi delle cose, del consumo, prigionieri del presente. Nella Quaresima ci scopriamo tutti piccoli e peccatori, non per il gusto di punirci o sacrificarci come pedaggio necessario per starcene tranquilli, ma per liberarci, per una vita che risorge, che non scappa dal male ma lo affronta e lo vince. Ce lo ricorda il profeta Osea.
La nostra generazione è sedotta dall’individualismo, resa fragile perché sballottata dalle infinite emozioni superficiali che esaltano e logorano, che tradiscono perché sono come la rugiada che all’alba svanisce. Serve misericordia, quella che Gesù ha reso concreta perché Dio vuole l’amore e non il sacrificio, la sua conoscenza più degli olocausti. Non ci fa niente della considerazione, a differenza degli uomini, ma ciò che gli interessa è il nostro cuore, cioè l’amore. A Dio interessa il cuore, non l’osservanza esteriore. La misericordia genera misericordia, il cuore fa trovare cuore. Chi si esercita nei sacrifici, invece, finisce per restare solo, perché senza il Signore e senza il prossimo. È davvero il tempo di svegliarci dal sonno. La notte, questa notte di guerra e di violenza, di tanta solitudine e di brutalità e che si impadronisce delle nostre relazioni, è avanzata ma il giorno è vicino. La Quaresima accende la speranza, fa pregustare la primavera e la prepara quando intorno ci sono tante tenebre. Ci aiutano i santi che sono nel cuore di Dio perché hanno avuto cuore sulla terra. Hanno amato nel nome di Dio perché hanno sentito nel loro cuore l’amore. I santi sono innamorati di Dio. Possiamo compiere anche gesti straordinari, ma se non c’è l’amore non sono nulla! I sacrifici fanno sentire a posto e producono cristiani a bagnomaria, come diceva don Gnocchi.
Oggi contempliamo la sua luce di amore che non è spenta dal male e continua a illuminare la vita di tanti, come è sempre l’amore, e noi non smettiamo di vederla e renderla concreta ora per chi è nel buio, fragile, malato. L’amore davvero non finisce, sia perché ci porta nel cuore di Dio sia perché non smette di generare vita. Il suo ha affrontato lo scandalo insopportabile della sofferenza, inquietante, che tanto turba, che oscura la vita e arriva a farla odiare. Non ha amato la sofferenza, ma chi soffre l’ha resa luminosa con la Croce di Cristo e inserendola in una comunità. Non l’ha nascosta perché non disturbi e non intristisca, come impone follemente il mondo del benessere, della prestazione, della pornografia della vita. La sua “baracca” diceva con espressione familiare, affettiva, che esprime una struttura umana e non un’istituzione fredda, una casa dove tanti non erano più la loro sofferenza ma persone. Nessuno scarto! Gesù ci insegna ad affrontare la sofferenza e a gustare oggi la consolazione promessa a chi piange. E ci chiede anche, di smettere di costruire le croci, follia dell’uomo che così distrugge se stesso.
Don Carlo cercava le vittime più inaccettabili della guerra: i bambini. In Russia aveva visto tutto l’orrore della guerra, croce che produce solo dolore e morte. E non ha smesso di vedere e amare l’uomo iniziando proprio dai più piccoli, vedendo in essi le persone che sarebbero state. Vedessimo tutti le guerre con gli occhi dei bambini e con il loro ripugnate dolore! Aveva scritto: “Ho visto l’uomo nudo; completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balìa degli istinti più elementari emersi dalle profondità dell’essere. Ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta; ho visto battere con il calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti e degli estenuati che si aggrappavano alle slitte, come il naufrago alla tavola di salvezza.
Eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà, di gentilezza, d’amore – soprattutto dagli umili – ed è il loro ricordo dolce e miracoloso che ha il potere di rendere meno ribelle e paurosa la memoria di quella vicenda disumana”. Guai, allora, a far tornare la guerra come metodo per risolvere i conflitti, a cambiare la difesa in guerra, perché ciò significa sofferenze incalcolabili, e mutilatini. Don Gnocchi scelse la misericordia e ci insegna a non averne paura, a non credere sufficienti i freddi e distaccati sacrifici. La misericordia significa protezione e piena dignità. Non voleva che i bambini ascoltassero parole di commiserazione. L’aggettivo in poveri bambini era estraneo al suo vocabolario, anzi rimproverava chi l’usava. Gli ospiti della sua baracca non erano povere creature. In questo si comprende la riabilitazione, vera lotta per la resurrezione. “Se bisogna ricostruire – diceva – la prima e più importante di tutte le ricostruzioni è quella dell’uomo. bisognerà restituirgli anche la dignità, la dolcezza e la varietà del vivere”.
Domandiamoci oggi: chi sono i mutilati da riparare? Lo avete fatto e la sua intelligenza permette di ricostruire quello che il male rovina! Crediamo possibile che la misericordia ripari quello che il male rovina? Possiamo guardare la sofferenza senza fare nulla? Possiamo credere che la via della pace sia riempire gli arsenali e togliere i soldi a chi costruisce ospedali? La sofferenza dei poveri, dei piccoli, è un giudizio implacabile, perché sarà il giudizio di Dio. Don Gnocchi combatteva contro il male. Aveva capito che la guerra non finiva il giorno del trattato o della liberazione, che dura tutta la vita per chi ne ha il corpo segnato. Le bombe disseminate in molte regioni costituivano un perfido agguato non solo, ma specialmente, per i bambini. Le mine sono un’infamia terribile che non dobbiamo smettere di chiedere che siano abolite. C
ombatteva la battaglia per dare speranza in tutte le sofferenze e, tra queste, anche nelle malattie terribili non curate. Quando si distruggono gli ospedali – e si distruggono gli ospedali! – non si ha niente e si muore di niente. Don Carlo fu tra i primi a sostenere la vaccinazione obbligatoria contro la poliomielite, accettata con riluttanza dall’opinione pubblica italiana. E vide nei mutilati da polio uno dei nuovi campi d’azione tempore pacis. I sacrifici ci fanno credere di fare molto anche quando facciamo poco. La misericordia non si accontenta mai. Ogni mutilatino era per lui una piccola reliquia della forza dell’amore e un segnale che anticipa la gloria pasquale. Uno solo dei suoi ragazzi mutilati valeva quanto dieci abbazie da ricostruire, diceva, parlando di Montecassino distrutto. La misericordia è lontana da qualsiasi forma di dolorismo e vittimismo. Incredibilmente non la combattiamo la sofferenza negando, ad esempio, le cure palliative che ora coprono solo il trenta per cento della necessità. La sofferenza isola di suo, imprigiona nel proprio corpo, e chi soffre si sente un peso tanto da spingere a farsi da parte. Don Gnocchi affrontò, giovane, la sua sofferenza accompagnato da Cristo, dai suoi mutilatini che ricordò fino alla fine e che gli fecero compagnia, dalla Chiesa, dal suo vescovo Montini, e dai tanti amici. Tutti erano con lui, suoi amici, presenza di un amore che rimane, è nostro perché donato. Amato e amante fino alla fine. Allora la legge vietava i trapianti di organi e anche i moralisti discutevano al riguardo.
Prima di morire chiese a don Giovanni Barbareschi: “Sei pronto a rischiare la prigione per me? Io voglio dare la cornea a due mutilatini”. Ascoltò “Adoro te devote”, “Cruce latebat sola Deitas”, sulla croce era nascosta la sola divinità, e “Stelutis alpinis”, luce di quei tanti che aveva visto morire, “io e la stella siamo con te”. Don Carlo sul letto di morte guardava continuamente il crocifisso e gli parlava con gli occhi. Era appeso col cerotto alla tenda ad ossigeno. Lo strappò, lo baciò e perse così conoscenza.
Il Manzoni scrisse il “sugo” della vicenda umana, così vero anche per lui: “Si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene: e così si finirebbe anche a star meglio”. E pure per don Gnocchi e la sua realtà fu così importante: “Molti si preoccupano di star bene, assai più che di vivere bene e per questo finiscono anche molto male. Cercate di fare tanto bene nella vita e finirete anche per stare tanto bene”. Un bene che non teme la sofferenza ma la vince. Beati quelli che sono nel pianto, perché sono e saranno consolati.
