Messa per la festa di santa Giuseppina Bakhita nella Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di esseri umani

Quanto ci aiuta ascoltare la Parola di Dio, ma non come una tra le tante parole che finiscono poi per essere tutte uguali. È la Parola che ci aiuta a parlare e ascoltare! Spesso la trattiamo con sufficienza, direi con maleducazione, come quelli che invece di ascoltarti guardano il cellulare o, come facevano i farisei (e ce ne sono parecchi), quelli che invece di aprire il cuore giudicano, mormorano, cercano di prenderlo in fallo, di vedere gli sbagli. Il profeta ci ricorda qual è il digiuno che Dio desidera e che ci fa davvero bene. Il digiuno serve per liberarsi dalle dipendenze, cura l’anima, ci fa rientrare in noi stessi, libera il cuore da ciò che lo appesantisce per farlo funzionare bene, cioè per amare e sentire l’amore di Dio. Tra poco inizia la Quaresima che ci aiuterà a digiunare per vincere il male e la divisione. Serve digiunare per cambiare noi e il mondo, per disarmarci e disarmare. Non serve a niente il digiuno che ci fa sentire a posto, individuale ma non interiore, che non ci restituisce a sentimenti umani. Al Signore interessa l’umano, cioè che dividiamo il pane con l’affamato, facciamo entrare in casa nostra i miseri, i senza tetto, che vestiamo uno che vediamo nudo o che apriamo il cuore all’affamato. A non fare, quindi, come viene ma con il cuore.

Così sazieremo gli afflitti di cuore, cioè cureremo le ferite nascoste, che poi sono quelle che fanno più male quelle del cuore e che solo fermandoci e avendo interesse per chi è di fronte a noi scopriremo. Dobbiamo però combattere l’oppressione e smettere di puntare il dito contro (anche se hai ragione, perché l’unica ragione è l’amore) cioè smettere di giudicare, di cercare gli sbagli e, invece, imparare come Dio ad amare il peccatore, perché in questo modo starai bene e troverai l’effetto del digiuno. Così, solo così, la nostra luce sorgerà come l’aurora, la nostra ferita si rimarginerà presto. Curare il prossimo ci cura. E anche la nostra preghiera capiamo che trova risposta, altrimenti invochiamo un Dio che, in realtà, non ci dice nulla, perché finiamo per parlare come il fariseo che pensa di avere fatto tutto. Se condividi, allora invocherai e il Signore ti risponderà, avrai qualcosa da chiedere perché amare il prossimo ci fa accorgere anche del nostro vero peccato e ci fa capire l’amore di Dio. Brillerà fra le tenebre la tua luce! La tua tenebra sarà come il meriggio! Sarai luminoso e anche il tuo buio – il nostro peccato, le nostre contraddizioni, la miseria e l’inadeguatezza della nostra vita, ma anche le delusioni, le tristezze, le disillusioni – “sarà come il meriggio”.

Se diamo luce troviamo luce. Facciamo una grande fatica a capirlo, perché abbiamo paura di amare, perché dell’amare abbiamo un’idea passiva, debole, rinunciataria, impressione così aumentata in questa penosa e pericolosa età della forza. È l’amore, e non la forza che cambia l’uomo e l’amore è più forte di tutto, se è dono non prestito, se è umile, non mediocre, se è entusiasta e non incerto. Purtroppo pensiamo che donare sia perdere ma non abbiamo capito che è esattamente il contrario, per cui stiamo a contare, a cercare immediatamente la ricompensa, a vedere i frutti senza saper aspettare, senza avere pazienza e speranza, cioè sapere che ci saranno e che ci vuole tempo se non vogliamo risposte effimere. Per questo Paolo non cerca la forza degli uomini, i discorsi persuasivi del mondo – come quelli che oggi fanno alcuni influencer e protagonisti vari che finiscono per parlare di sé e non di Gesù, così speculari a coloro che giudicano presentandosi con la legge e non con il Vangelo – ma la debolezza, perché così si vedesse che la vera forza che non è la nostra ma quella dello Spirito e la sua potenza, potenza di Dio. Curare il cuore significa curare qualcosa di molto umano.

Non c’è lo spirituale senza l’umano! E questo lo verifica, dimostra che davvero vogliamo bene, perché se c’è lo spirituale ma non l’umano, il prossimo, il povero, vuol dire che non c’è Dio! Se cerchiamo la nostra potenza siamo impotenti! La luce la diamo noi, ma è Sua! Il sale ci è affidato, ma è Lui che dona sapore, non noi. Per questo Gesù può dire ai discepoli di cui conosce la debolezza – anche quando loro la rinnegano, finendo per questo a rinnegare Lui – “voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”. Non dice “siate”, ma siete. Ci rende consapevoli di qualcosa che abbiamo. Sapore e luce. Non possiamo dire “non posso far nulla”! Possiamo sfuggire dalla globalizzazione dell’impotenza! I più seri tra noi pensano che Gesù si sbaglia, perché conoscono i limiti personali. I più paurosi, spesso in realtà orgogliosi, iniziano a pensare che è una responsabilità troppo grande, che non ce la possono fare, che hanno bisogno di aiuto. Di aiuto? Voi siete! Lo avete già. Lo siamo, deboli e peccatori come siamo, nonostante il nostro peccato. Non siamo luminosi perché perfetti! Diventeremmo come i farisei.

Siamo peccatori ma ai quali il Signore ha acceso la luce del Suo amore con il perdono e ha dato loro il potere di amare e di perdonare. La luce è Gesù! “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12) Gesù non è geloso del suo amore. Anzi, dona tutto se stesso, perché ci ama e vuole che quello che è Suo sia nostro, ma anche che quello che è nostro sia per tutti. Il sale perde il sapore, e non serve a niente, se non dona sapore a chi lo cerca. Così li lasciamo senza amore. Se facciamo del sale un possesso lo perdiamo. Solo donando lo conserviamo, cioè rendendo piena di sapore una vita che altrimenti ne è priva! Se facciamo della luce e del sale ricevuto una proprietà, pensando che sia il nostro potere e non il Suo, solo per il nostro benessere, li perdiamo. Il sale dona sapore, dona quel di più che rende tutto diverso. Quando sperimentiamo questo sapore cambia tutto. La nostra vita è inutile, vana, quando non amiamo, quando non facciamo sentire l’importanza di ognuno nella luce che fa vedere la bellezza altrimenti nascosta. Attraverso le opere buone vedano la luce di Dio. Noi siamo il riflesso, non la luce, ma quella luce è anche nostra e sarà nostra se la alimentiamo con il nostro amore. Una luce per tutti e un sapore che esalta la realtà di ciascuno. Viviamo in un mondo in cui si impone la forza che umilia l’altro, che si impadronisce e impone la propria luce spegnendo quella altrui.  Siamo forti, perché disarmati siamo forti, e così disarma per davvero.

Santa Giuseppina Bakhita a, di cui oggi facciamo memoria, ci aiuta a capire perché essere sale e luce nel mondo della forza e della guerra. Era sudanese, dove da anni la guerra causa la morte direttamente, e indirettamente con fame e malattie, di migliaia di persone, nostri fratelli e sorelle. Era del Darfur, fatta schiava sentiva dentro di sé una forza misteriosa che la sosteneva. Non è diventata cattiva per il male subito. Si sentiva amata e, quindi, era capace di amare ed era più forte della rivalsa e dell’odio. Per lei tutto era grazia, dono. Quando questo lo dimentichiamo diventiamo presuntuosi e violenti. Lei scoprì che chi la amava aveva un nome e un volto: Gesù. Bakhita amando Gesù ha saputo perdonare, è diventata libera e per questo serviva. Non era schiava, perché Gesù ci ama, è Lui che ci serve per primi. Oggi lei ci testimonia la speranza per le tantissime vittime della schiavitù, soprattutto donne sfruttate da quegli sfruttatori che le rendono un oggetto e da chi le compra come un oggetto. Può sembrare esagerato, eccessivo, parlare di schiavi e schiave, cioè persone senza dignità, senza libertà. Ma quante persone oggi sono ancora ridotte a corpo, a mano d’opera sfruttata! Ricordo per tutti il povero Satnam Singh, abbandonato sul ciglio della strada, insieme all’arto amputato, nei pressi della sua abitazione.

Papa Leone XIV nel messaggio per questa Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone, proprio ricordando proprio Santa Bakhita ha scritto che: “In situazioni di conflitto, la perdita di vite umane è spesso ridotta dai sostenitori della guerra come danno collaterale, sacrificata nel perseguimento di interessi politici o economici. Le donne e i bambini sono i più colpiti da tale commercio atroce. La violenza della tratta di persone può essere superata solo attraverso una visione rinnovata che considera ogni individuo come un figlio amato da Dio. Tutti. Proteggere i più deboli ci rende tutti più forti. Liberare, dando dignità, educazione, protezione, fiducia, rende tutti più forti e protetti, perché altrimenti si diventa scarti, insignificanti, venduti all’idolo dell’interesse economico, della convenienza individuale senza umanità, prigionieri di dipendenze e stati di vera detenzione. La liberazione è di tutti se spezziamo le catene della tratta”. Santa Giuseppina Bakhita prega per noi, proteggi le tante donne vendute e comprate, quanti a cui l’indifferenza toglie dignità e li condanna ad essere sommersi. Signore umiliato e schernito, spogliato di tutto, condannato, insegnaci a difenderti dalla prigionia delle tratte, antiche e moderne. Amen

Chiesa di Sant'Antonio di Savena, Bologna
08/02/2026
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