Maria ci raduna sempre con la premura di una Madre. Con il suo cuore largo allarga il nostro che facilmente si riempie di preoccupazioni inutili e così si chiude. Lei ha bisogno del cuore e la capiamo solo lasciandoci toccare il cuore. Ci aiuta a sentirci a casa, ad essere casa, ad annullare le distanze, a ringraziare per quel legame di amore che ci unisce, senso della nostra scelta, della nostra vocazione che non è mai solitaria perché sempre dentro una comunione. Sperimentiamo con Lei la gioia del cenacolo e di una comunione che è già piena nonostante la nostra parzialità. Affidiamoci a Lei e ricordiamoci, però, che Lei è affidata a noi! Per molti di noi accompagna larga parte della vita, una comunione sempre più forte del nostro peccato. Supplet Ecclesia! Abbiamo tutti un grande bisogno di sentirci figli, amati, per liberarci dalla tentazione dell’autosufficienza, che in maniera subdola scambia questa per affermazione di sé e ci seduce facendoci credere che questo ci realizzi. Maria ci aiuta a pensarci insieme, e così capiamo che solo la comunione con la Chiesa esalta le nostre capacità, liberandole da quella deformazione che è il protagonismo individuale o il banale pensarsi da soli. L’affermazione individuale di sé, mostrare il proprio valore denigrando, giudicando o banalmente facendo da soli, indebolisce noi e questa Madre. Finiamo per trattarla da matrigna e noi per pensarci come schiavi, noi che siamo invece pienamente e liberamente figli. È facile umiliare Maria, trattarla con sufficienza, pensarci altrove, come se non ci riguardasse.
Maria ci mostra sempre e solo Gesù, via, verità e vita, via della nostra vita, verità del nostro cuore, vita che accende di amore e di senso la nostra. In questi giorni per le strade della nostra città abbiamo visto come Maria attrae l’umanità delle persone, libera da tanta solitudine, fa sentire comunità, inumidisce gli occhi, libera da tante paure, riflette, insomma, tanto amore in umanità fragili, confuse come sono. Mi sembra che in queste settimane abbiamo tutti vissuto una grande esperienza di Chiesa, di Spirito che rende sempre inaspettatamente nuovo ciò che è vecchio. Ci aiuta a vivere il Giubileo della speranza, importante anche per noi. Siamo di speranza o acidi e stanchi ripetitori delle cose che non vanno e di un realismo che finisce schiavo del presente? Trasmettiamo la passione della speranza o ne siamo stanchi ripetitori? È facile lasciarsi avvelenare dalla rassegnazione e scambiare la pazienza per tiepidezza, l’equilibrio per mediocrità. Ringraziamo il Signore per questa Madre che conosce bene i nostri limiti ma non si stanca di mostrare il riflesso di quell’unico amore che c’è in ognuno di noi, in una generazione così individualista, con tanti professionisti dell’io e con poca sapienza del cuore, che non sa volere bene perché l’egocentrismo tutto cattura.
In queste settimane con la scomparsa di Papa Francesco e l’elezione di Papa Leone XIV abbiamo visto tanta attrazione verso la Chiesa, riferimento in un momento così caotico e segnato da sfide terribili. In queste settimane troviamo le ragioni di essere credenti, la necessità di testimoniare, come possiamo, il nostro amore a tanti che adorano il Dio ignoto, dolorosamente cercato o ridotto a tranquillante per il benessere individuale. Nella piazza Paolo non condanna, non umilia gli ateniesi, ma fa sua la loro faticosa ricerca, perché avanzando, tastando, a tentoni, ci si ferisce e perché i ciechi hanno bisogno di vedere la luce e cercano più di tutti il nome e il volto che cercano senza sapere. Papa Francesco ha chiesto a tutti di parlare di Cristo, ha parlato di Cristo con commovente insistenza e tanta sapienza umana, riproponendo l’essenzialità del kerygma, ma non come une lezione o un giudizio, ma ascoltando, cercando di comprendere i desideri profondi. Perché Gesù ci ha chiesto di farlo senza paura e senza supponenza, forti della santità che libera dalla paura e permette di prendere in mano i serpenti, sempre con quella simpatia che attrae, crea relazioni con tutti, premessa indispensabile per comunicare l’amore. Non siamo schiavi, ma figli. Non viviamo da schiavi, alla ricerca di abitudini, ruoli, misure, perché siamo figli dove tutto ciò che è Suo è anche nostro. È il rischio ma è anche la libertà dell’amore.
Papa Leone XIV ha chiesto unità, di pensarci insieme, di liberarci quindi da qualunque logica divisiva, a cominciare dal banale umiliare l’altro o mancargli di riguardo e rispetto. Non scaviamo trincee con i giudizi e con la malevolenza, che è sempre tale e certamente non ha niente a che vedere con la verità, come la pagliuzza non fa conoscere il prossimo e nemmeno noi stessi. L’unità è intorno a Papa Leone XIV, camminando come ha detto: “Sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia. Amore e unità: queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù. La sua e nostra unica autorità è la carità di Cristo”. “Vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”. Noi presbiteri serviamo e rappresentiamo proprio questo nelle nostre comunità, che presidiamo nella carità. Non lo facciamo per nostro ruolo o considerazione.
Il motivo ce lo ha ricordato Papa Leone XIV: “In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno”. Ha detto con solennità: “Questa è l’ora dell’amore! Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi”. È l’ora dell’amore, quando tutto sembra parlare di guerra, di divisione, di forza che distrugge e possiede. Questo chiediamo a Maria, nostra Madre che amiamo e che ci ama, presenza che ci aiuta a trovare il cuore e a dare cuore alla nostra generazione. Non amiamo perché abbiamo tutte le risposte sul futuro, ma perché sappiamo vedere nella parzialità di queste, e nelle contraddizioni personali, la Parola che si compie, e perché sappiamo che il seme darà frutto. Con Maria crediamo nel compimento della Parola che ci ha guidato e che non smetterà di illuminare i nostri passi anche quando non vedremo nulla, perché questa è speranza. La grazia non ci farà mancare le risposte. Aiutiamoci nella speranza. Non avveleniamo con il sottile scetticismo. Curiamo la comunione di questo bellissimo corpo che è la Chiesa.
La speranza mette Maria in movimento, le fa superare le montagne. La comunione con Elisabetta aiuta Maria, la conferma, le permette di cantare la gioia di essere Sua. Benediciamo Maria con la nostra gioia, togliendo quelle radici di amarezza che avvelenano il cuore o lo rendono arido. Maria è spinta ad andare lontano, ad affrontare luoghi estranei e sconosciuti. Con il suo cammino Maria ci rassicura nel nostro. Le tante preoccupazioni, comprensibili, per il nostro futuro trovano nella sua presenza, che ci dona Gesù, la nostra vera e unica risposta. Ci conferma nel donare tutto noi stessi e scioglie anche il nostro cuore a cantare, con la vita, il nostro personale Magnificat, ringraziando di essere qui, di essere suoi, perché, pur sperimentando la vanità, con Maria capiamo che solo Gesù è l’amore che non finisce. Cantiamo il Magnificat, la singolare bellezza e giovinezza della Chiesa che esalta gli umili e libera dalla superbia, la grandezza della Chiesa che non vive per se stessa ma per il mondo. Cantiamo il Magnificat parlando, nella Babele di tanta solitudine e contrapposizione, la lingua del cuore, quella dello Spirito, lingua che tutti comprendono e che svela quel volto che restituisce il nome alle nostre persone. Perché ci ama di un amore unico e ci inserisce nella sua famiglia. Cantiamo il Magnificat della Chiesa che vuole per ciascuno la sua vocazione e che aiuta tutti a farsi carico della sua missione sulla terra. Cantiamo la bellezza della Chiesa, Madre e maestra, che accende di amore i cuori spenti e rasseganti, arrabbiati e possessivi, delusi e disorientati. Cantiamo il Magnificat delle e con le nostre comunità, che con semplicità, in un mondo di violenza e di solitudine, non si stancano di sperare, di farci riconoscere il nostro prossimo e ricostruire la famiglia di Dio e quella umana.
L’anima mia magnifica il Signore e il mio cuore esulta in Dio mio salvatore.
