Messa per l’Assemblea dell’Azione cattolica diocesana

Il Signore dice a Samuele che l’uomo vede l’apparenza, ma Lui il cuore. Ci libera dall’inganno dell’apparenza. La nostra generazione è molto attenta a quello che si vede, lo cura con molta attenzione mentre cura poco il cuore. La Quaresima ci aiuta a trovare il cuore, a rientrare in noi stessi come il figlio più giovane della parabola. Cosa succede di noi e cosa diventiamo quando conta solo l’apparenza? Una maschera. L’ipocrisia è pericolosa perché inganniamo gli altri ma anche noi stessi. Pensiamo di trovare quello che cerchiamo ma il cuore non è una maschera, e ciò che conta davvero è il cuore, invisibile agli occhi eppure determinante per vivere. Penso alla cura, a volte ossessiva, dell’apparenza, che ci condiziona, e alla falsa sicurezza che ci offre quello che si vede e che crediamo ci faccia sentire protetti. E che crediamo, a volte ci faccia sentire importanti, mentre altre volte ci fa sentire scarti perchè non siamo più quelli di prima e la nostra apparenza non corrisponde a ciò che ci sembra necessario. La cura dell’apparenza, infatti, è esigente, può far esaltare o abbattere, assorbe tante energie che però non sono sufficienti perché, in realtà, quello che conta è il cuore. La compulsione digitale diventa un vortice che ci fa cadere in una voragine dalla quale non riusciamo più ad uscire, e che deforma il nostro modo di vivere e di pensarci.

Dio ci insegna a curare quello che non si vede perché è ciò che conta per davvero. L’invisibile rivela quello che siamo veramente, l’apparenza, invece, inganna. Se il cuore è pieno di amore ed è capace di amare, questo si rivela e siamo liberi dall’apparenza. Chi non vede con gli occhi del cuore si ferma all’apparenza e vedrà sempre nell’altro la sua esteriorità, un pericolo, un nemico, un estraneo. Guardiamo sempre il cuore e così scopriremo tanta umanità, tutto questo ci aiuta a capire l’altro, a trovare ciò che ci unisce, a poter fare a lui quello che vogliamo sia fatto a noi. L’apparenza finisce, il cuore resta. Il Signore non cade nell’inganno dell’apparenza, dei giudizi esteriori. I farisei credono di vedere, si sentono a posto perché dicono: “Noi vediamo”. Pensano che il peccatore sia il cieco nato o i suoi genitori, mentre sono loro nel peccato.

Quanto buio, quanta sofferenza e incapacità di “vedere” se stessi e il mondo intorno! Penso al buio terribile della guerra che spegne la speranza, che riempie di terrore ed inimicizia, di odio e di sconforto. Nella guerra tutto diventa possibile e si rivela una brutalità cieca, terribile, inquietante, per cui il prossimo non esiste, è solo un bersaglio, un nemico, un numero. In realtà, poi, diventa comunque un incubo che popola l’anima, pure quella del più accecato. Ma c’è anche tanta ricerca per poter vedere con gli occhi della fede, per poter riconoscere Gesù, per credere in Lui. E questo è possibile se, come Gesù, “vediamo” il cieco. Gesù vede la folla, perché la guarda con gli occhi della compassione, di quell’amore profondo che permette di pensarsi insieme. Gesù vede la povera vedova che aveva perso il suo unico figlio, vede gli occhi di Marta e Maria e piange come chi vede occhi pieni di lacrime.

Gesù vede e ci insegna a vedere la sua presenza, perché in Lui, figlio di Giuseppe, vediamo il figlio di Dio. Il cieco cambia perché ha messo in pratica la parola di quell’uomo che non conosceva e che proprio l’ascolto ha fatto “vedere”. Il Signore ci vede, ci riconosce e aiuta a vedere, perché l’essenziale non si vede ma fa vedere l’altro, il mondo, la bellezza del creato e delle creature. Il cieco non ha conosciuto ancora Gesù ma poteva dire: “Ero cieco e ora ci vedo”. L’incredulità e la diffidenza vogliono spegnere la speranza e la gioia, ma l’esperienza vissuta permette di rispondere ai farisei perché i nostri occhi si sono aperti, abbiamo visto la forza della sua parola, del suo amore. Si arriva poco alla volta. Gesù seppe della sua disavventura, che lo avevano cacciato fuori. Lo cerca, lo incontra, per porgli la domanda della vita: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. Vuole aprirgli gli occhi della fede. Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui? “. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te“. Ed egli disse: “Credo, Signore!”. E si prostrò dinanzi a lui.

Gesù risponde alla domanda della vita scritta nella nostra debolezza e fa sua la preghiera stessa che è la sofferenza. Gesù sa che siamo tutti mendicanti, bisognosi di luce, di amore, di futuro, di salute. Anche noi abbiamo visto l’amicizia aprire il nostro cuore, intenerirci, aiutarci ad essere più umani! Abbiamo trovato un amore che unisce gli uomini, tutti, che ci ha fatto di nuovo credere possibile voler bene, ad iniziare da chi è più solo e povero. Non abbiamo così ritrovato il gusto di stare con gli altri, il senso dell’amicizia gratuita quando tutto ha un costo, una convenienza? E poi la sua Parola ci apre gli occhi della fede: ci fa vedere il figlio di Dio. Tutto questo è profondamente unito alla nostra esperienza concreta, perché la fede non è chiudere gli occhi ma aprirli, non è vedere quello che non esiste ma capire l’amore di Dio nella vita e nell’amore delle persone. E, quindi, capire la vita, il creato e le creature nella bellezza che contengono.

Gesù, però, non può far nulla per chi crede di vedere, per chi non chiede aiuto, per chi è diffidente, per chi giudica tutti, per chi pensa di avere già chiaro e non cambia, per chi pensa di saperla più lunga degli altri e non si fida dell’amore. “Io credo, Signore!”. L’amore che non finisce ora ha un nome: Gesù, luce che vince il male, che illumina la vita e la rende eterna. Questa è la gloria di Dio, la sua opera, anticipo di quella luce della Pasqua che è la vittoria piena sulle tenebre del male. Comportiamoci come figli della luce. Dissociamoci da un mondo vergognoso, quello che si nasconde dietro le apparenze, che crede di vedere ma in realtà è schiavo dell’apparenza, che non si scandalizza più della guerra e della povertà, che non sa piangere del dolore. Non abbiamo più paura della luce dell’amore. È Lui quell’uomo che ci ha amato e che non ci ha lasciato nel buio.

Chiesa collegiata di Pieve di Cento
15/03/2026
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