Natale del Signore,messa della notte

Bologna, Cattedrale

“ Un bambino è nato per noi” (Is 9,5), ci ha detto la voce del profeta antico.
Sulle prime non sembra una grande notizia. Perché allora ci siamo mossi in tanti questa notte per venire a renderci conto di un evento apparentemente così feriale e dimesso (“E’ nato un bambino”)? Perché siamo venuti a rendere omaggio a una creatura così piccola e indifesa? A una creatura “avvolta in fasce” (cfr. Lc 2,7) dalla premura materna (ed è una cosa del tutto normale); a una creatura “deposta in una mangiatoia” (ib.) (ed è sì una cosa insolita, ma unicamente per lo straordinario squallore).

Certo, lo stesso profeta che ci ha dato l’annuncio, ci ha anche chiarito che non si tratta di un neonato comune: “Sulle sue spalle è il segno della sovranità, – ci ha detto – è chiamato ‘Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace, e grande sarà il suo dominio” (Is 9,5-6). Titoli solenni, ma troppo sovrastanti per poterci davvero emozionare.
Come mai allora questa nascita arriva a toccare un po’ tutti, anche quelli meno sensibili alle tematiche religiose, anche quelli più refrattari alle sollecitudini e ai pensieri che non riguardino gli impegni e le aspirazioni dell’esistenza terrena?

E’ innegabile che l’incanto del Natale – sia pure con diversa intensità e in forme eterogenee – raggiunge praticamente qualsivoglia dimora umana, e poco o tanto segna e ispira ogni cuore. Del Natale si accorge ogni uomo, anche il più superficiale e distratto.
Di questa universale attenzione ci sono delle ragioni forti e profonde, anche se dai più sono percepite confusamente e quasi come luci tenui e baluginanti.
Proviamo allora a mettere in chiaro qualcuna di queste ragioni.

Chi è questo bambino? E’ l’Innocente che ci libera dal peccato: nasce in un’umanità colpevole, ne assume la condizione e la pena, e ne pagherà col suo sangue il riscatto e la liberazione. “Ecco l’Agnello di Dio, – esclamerà un giorno Giovanni il Battezzatore, additandolo alle folle – ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).

Càpita all’uomo – quando è beneficato da un sufficiente stato di lucidità interiore – di provare l’amara percezione di essere scivolato in basso senza rimedio e di essere affondato come in una palude melmosa, dalla quale sa di non riuscire a emergere se qualcuno dall’alto non viene a dargli una mano.
Ebbene, il Signore Gesù, che è nato a Betlemme, è venuto a darci una mano, è sempre pronto a risollevarci e a farci ripercorrere da capo la strada della giustizia, del vero bene, dell’intera osservanza dei comandamenti di Dio.

In una sua omelia, sant’Agostino ha una frase dove risuona la sua esperienza di peccatore raggiunto dalla salvezza (che è poi l’esperienza un po’ di tutti): “Saresti morto per l’eternità, – egli dice – se lui non fosse nato nel tempo…Una perpetua miseria ti avrebbe posseduto, se non ti fosse stata elargita questa misericordia…Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato” (Disc. 185, 1).
L’odierna nascita dell’Innocente è dunque un invito a rinnovare la nostra vita in comunione con il Figlio di Dio, divenuto nostro fratello e nostro Salvatore. La gioia del Natale, nella sua più radicale autenticità, è un riverbero nella nostra coscienza della festa che, secondo la parola di Gesù, si fa in cielo per ogni peccatore che si converte (cfr. Lc 15,7).

Domandiamoci ancora: “Chi è questo bambino?”. E’ l’Immortale che ci libera dalla morte.
Egli viene dal giorno eterno di Dio ed entra in questi nostri giorni “infausti e brevi”, sui quali incombe una rapida sera. “Viene dall’alto, come sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nell’ombra della morte” (cfr. Lc 1,79), era stato profetizzato di lui.

L’ombra di morte può darsi che talvolta offuschi anche il periodo natalizio che vorrebbe essere sempre lieto e sereno: per esempio, un vuoto recente, che si è aperto nella famiglia o nella cerchia dell’amicizia, può gettare un alone di invincibile tristezza sul nostro animo. In ogni caso, noi, che siamo avanzati in età, dagli anni che sono ormai in discesa accelerata siamo avvertiti, ci piaccia o no, che l’ombra di morte si è allungata fin quasi a lambirci.

E il Figlio di Maria nasce anche per questo: per dissolvere l’angoscia dell’ombra di morte. “Io sono la risurrezione e la vita; – egli dirà e lo comproverà con la potenza di Dio – chi crede in me anche se muore vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).
Credere in lui significa appunto uscire dall’ombra di morte; significa vincere con la speranza cristiana ogni ansia e ogni paura; significa consentire che la luce nuova e gioiosa che si è accesa a Betlemme irraggi senza attenuazioni e senza eclissi nei nostri cuori, nelle nostre case, nei nostri rapporti sociali.

Domandiamoci una terza volta: “Chi è questo bambino?”. E’ l’Amore che ci libera dal nostro nativo egoismo.
La stalla di Betlemme – come sarà poi in modo esauriente e definitivo l’altura del Calvario – è la rivelazione dell’inimmaginabile amore del Creatore dell’universo “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32). E’ l’inizio di quella lunga storia di affettuosa dedizione che è l’intera avventura terrena dell’Unigenito del Padre, nato dalla Vergine Maria. Ciascuno di noi può ripetere per sé le appassionate parole dell’apostolo Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

Quel bambino nasce per insegnarci con l’esempio e con la parola che la vita vale a misura che è donata: vale se è donata per ricambiare l’amore che ci ha creati e salvati, vale se è donata per Dio e per il vero bene dei nostri fratelli.
Se arriveremo a spendere così la nostra unica vita, saremo nella realtà, e non solo nel sentimento, più vicini alla povera culla dell’Unigenito del Padre, che si è fatto unigenito della Vergine Madre per stare sempre con noi, nel tempo e nell’eternità.

24/12/2003
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