Udienza speciale di papa Leone XIV all’Associazione nazionale Comuni italiani

Palazzo Apostolico Vaticano, Roma

Ringrazio il Santo Padre per questa Udienza speciale con i Sindaci e gli amministratori dell’ANCI. Ho sempre respirato qui aria buona, libera da politicizzazione, da scontro e da sondaggio, politica nel senso vero del termine, di cura della polis, per quel bene comune che non è una parola buona per tutte le stagioni e privata di rigore, anzi. L’Italia è il Paese dei Comuni. Una lunga storia e tradizione, che non ha mai perso valore, tramanda la vicinanza ai cittadini e alle persone. Mantiene tutta la sua attualità. La gente sente i Sindaci come i rappresentanti più prossimi, la guida della porta accanto, quelli chiamati ad affrontare molti problemi locali che hanno direttamente a che fare con la vita delle famiglie. C’è molta gratitudine per questa istituzione rappresentativa e al servizio dei cittadini.

I Comuni sono patrimonio dell’umanità, possiamo dire. Sono una benedizione perché esprimono presenza e capacità di custodire. In molti casi, con le parrocchie e le Diocesi rappresentano punti di riferimento imprescindibili. I Comuni raccontano ogni giorno storie di condivisione. Basti pensare alla ricchezza straordinaria rappresentata nel nostro Paese dal volontariato e dal Terzo Settore. Siamo stati capaci di pensare un’economia civile che trova nelle città le articolazioni più significative: scuole, ospedali, cooperative, banche di prossimità, casse rurali, distretti agricoli e industriali, cliniche, negozi, ristoranti, bar… C’è un mondo che ogni giorno si muove e che rende le nostre città luoghi di vita, dove la gente si incontra per lavorare e per raccontarsi, per condividere e per sperare. Permettetemi di ricordare la genialità di un sindaco come Giorgio La Pira, figlio di questa cultura comunale, che ha pensato ad un ruolo politico delle città in un mondo sempre più villaggio globale. La sua felice intuizione è stata quella di «unire le città per unire le Nazioni», dando alle città la vocazione di custodi della pace. L’allenamento al dialogo dei Sindaci delle città del Mediterraneo ha favorito il dialogo tra i popoli e tra i governanti. Un’idea che oggi dovrebbe trovare nuovo impulso, se non vogliamo che la mentalità bellica invada tutto e degradi la nostra umanità.

Tuttavia, le città sono da sempre anche luogo di contraddizioni. Non dimentichiamolo! Per questo possiamo pensarle come un perenne esperimento per dar soluzione ai conflitti. Anche oggi nei nostri Comuni si consumano talvolta tragedie familiari, si annidano forme di emarginazione, si soffrono solitudini e ingiustizie. Non mancano le violenze più drammatiche. Alcune città rischiano di diventare ostili alle giovani famiglie, che avrebbero bisogno di accesso facilitato all’abitazione. Il tema della casa è emblematico di un clima culturale che sta prendendo piede e che non pensa in termini di comunità, ma di numeri per aumentare profitti. Così le nostre città si inaridiscono dal punto di vista relazionale, cresce il sospetto reciproco e avanza sempre più la violenza tra i giovani che si sentono esclusi.

Ci sono anche segnali preoccupanti che, credo, ci uniscono nell’attenzione e nell’impegno al termine di questo anno giubilare: la rassegnazione e la solitudine di molti cittadini. Sono il segno evidente di una mancanza di speranza. Lo raccontano i dati sempre in peggioramento dell’affluenza alle urne: la gente sembra disamorata della partecipazione democratica e vive nella certezza che tanto non cambierà nulla. Mette tristezza, inoltre, il dato della crescita esponenziale del gioco d’azzardo nel nostro Paese: si è passati dai 35 miliardi di euro giocati nel 2006 ai 157 miliardi giocati nel 2024 (+349%). Lo avvertiamo come un problema educativo, di salute mentale, di fiducia sociale. Non vogliamo lasciarci prendere dalla sfiducia. Il vescovo San Giovanni Crisostomo, che soffriva in prima persona i mali della sua città, Costantinopoli, di fronte alla tentazione di molte persone di fuggire in montagna, le ha incoraggiate con queste parole: «Non sarebbe meglio per te diventare meno forte, ma conquistare gli altri, piuttosto che restare sulle montagne a guardare con indifferenza i tuoi fratelli che si perdono?» (In 1 Cor VI,4). I Sindaci vivono nel cuore delle nostre città i problemi di tutti: li ringraziamo perché non rinunciano a rimanervi per sostenere e incoraggiare la vita di chi è più fragile e indifeso. Vivono a loro modo il Mistero dell’Incarnazione!

C’è bisogno di un messaggio di speranza per essere sempre più capaci di tessere relazioni d’amore, condizione vitale per il futuro dei nostri Comuni e del nostro Paese. L’amore diviene progetto e politica nel senso alto, nobile, di servizio, di sistema. L’amore politico è quello che manca. «Dietro al bilancio comunale non basta che ci siano degli amministratori probi, retti, superiori. (…) Ci vuole anche una visione dell’uomo. (…) Il paese non ha soltanto bisogno di fognature, di case, di strade, di acquedotti, di marciapiedi. Il paese ha bisogno anche di una maniera di sentire, di vivere, una maniera di guardarsi, una maniera di affratellarsi, una maniera anche di condannare il male»[1].

Quando la politica controlla e diventa esclusiva gestione del potere, non fiorisce più nulla. Si crea il deserto. Si finisce per raccontare quello che si intende fare con i soldi pubblici, ma non si dice come si intende tenere insieme le persone. Per farlo occorre pensarsi insieme, vedere anche quello che ancora non c’è. Una comunità ha bisogno di un modo di sentire e di vivere, di appassionarsi e di guardare al futuro. Altrimenti tutto si spegne. Le città diventano deserti che sommano persone sole e impossibilitate a connettersi con le altre, deluse da una qualità scadente di vita sociale. La forza della politica sta nella capacità di elevare la qualità delle relazioni attraverso le semplici e banali scelte quotidiane: il piano regolatore, il bilancio, l’ascolto dei problemi delle persone, l’accoglienza dei poveri e degli ultimi. Ecco il banco di prova di una buona politica.

Nell’enciclica Fratelli tutti si ricorda che: «Vista in questo modo, la politica è più nobile dell’apparire, del marketing, di varie forme di maquillage mediatico che non seminano altro che divisione, inimicizia e uno scetticismo desolante incapace di appellarsi ad un progetto comune. Pensando al futuro, in certi giorni le domande devono essere: “A che scopo? Verso dove sto puntando realmente?”. Perché, dopo alcuni anni, riflettendo sul proprio passato, la domanda non sarà: “Quanti mi hanno approvato, quanti mi hanno votato, quanti hanno avuto un’immagine positiva di me?”. Le domande, forse dolorose, saranno: “Quanto amore ho messo nel mio lavoro? In che cosa ho fatto progredire il popolo? Che impronta ho lasciato nella vita della società? Quali legami reali ho costruito? Quali forze positive ho liberato? Quanta pace sociale ho seminato? Che cosa ho prodotto nel posto che mi è stato affidato?”» (FT. 197).

Nel servizio è fondamentale seminare concordia e condivisione. Dobbiamo essere esperti di convergenze. Di questo ha bisogno la gente: vedere che nelle differenti appartenenze, nel momento in cui si rappresenta l’istituzione, si indossa la casacca del bene comune. L’unica casacca che tutti sanno riconoscere anche a distanza. Allora ci si appassiona dei problemi della gente, si dedica molto tempo all’ascolto e alla proposta di soluzione di problemi condivisi, si chiamano in causa le persone che davvero possono aiutare e non i fedeli alla propria persona. In particolare, gli anziani, i giovani, le donne e le persone fragili devono sentirsi al centro del nostro impegno. Quello che va oltre sé. La speranza. L’Italia è un Paese segnato dal dramma demografico, che ha ormai raggiunto i minimi storici e si apre a dimensioni di insostenibilità sociale e ambientale. Una cultura rassegnata verso la vita. Il futuro può essere garantito da una rinnovata fiducia che renda le persone protagoniste. “Riabitare significa ricostruire comunità, creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per favorire il ritorno a chi vuole tornare, per accogliere chi ha misurato la scelta della vita da paese”.

[1] Si tratta di un discorso tenuto dal parroco di Bozzolo il 25 maggio 1956 sul piazzale della chiesa di San Pietro a Bozzolo alla vigilia delle elezioni. Erano presenti duemila persone: P. Mazzolari, Discorsi, edizione critica a cura di P. Trionfini, EDB, Bologna 2006, 470.

29/12/2025
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