Esequie di don Tarcisio Nardelli

Bologna, Cattedrale
02-12-2020

Abbiamo ascoltato, con tanta commozione, le volontà di don Tarcisio riguardo questa celebrazione. Sono tutt’altro che improvvisate, come tante sue scelte o parole, che sorgevano in un momento specifico (queste subito dopo il funerale di don Albino, suo compagno di classe), potevano apparire a caldo, ma in realtà meditate profondamente, frutto di tanto e sofferto amore, di tanta preghiera, di passione per Gesù, per la Chiesa, per le persone.

Non voglio disobbedire alla sua richiesta, così ferma. Già lo abbiamo benevolmente raggirato perché non abbiamo parlato di lui (come ha chiesto) ma abbiamo fatto parlare lui, leggendo la trascrizione del suo messaggio che ci aiuta a vivere questo momento con gioia, anche se nel cuore provo e proviamo tanta tristezza.

Aggiungo il messaggio che mi ha mandato il primo giorno del suo ricovero in ospedale: “Sono ricoverato al Maggiore dove mi devo preoccupare di respirare con respiratore artificiale perché saturo poco. Ma il futuro è sempre migliore”.

Tutti abbiamo il rammarico di non avere potuto assecondare il suo desiderio insistente di morire a casa. In una delle ultime video chiamate che incredibilmente – come sapeva fare lui con libertà, leggerezza e determinazione – è riuscito a realizzare dal letto di ospedale, dove era disteso caricato di quella corona di spine del casco che gli dava il respiro, ci disse di essere affaticato ma aggiunse: “Mi sento in croce, eppure danzo”.

Vedeva quel crocifisso del quale sentiva l’amore e sentiva come è Lui che ci sorregge nella nostra croce. Intravedeva in esso la luce della pasqua, la gioia piena della vita che risorge. Ognuno di noi porta nel cuore parole o gesti di quel lungo discorso che è stata la sua vita, della quale ringraziamo il Signore per il dono che è stato per la Chiesa e per tutta la città degli uomini, tutta, direi tutte, perché Tarcisio libero dal localismo che ci rende piccini (ma che con poco ci fa credere grandi e non ci fa accorgere della vanità della nostra vita) si sentiva a casa ovunque, era cittadino del mondo, uno dei “fratelli tutti” dei quali ci ha scritto Papa Francesco.

Non ha mai smesso di credere nel destino comune e quindi nella solidarietà, nel dovere di spendere quello che si ha e che si è per la giustizia e la fratellanza tra le persone di ogni paese, provenienza e razza. E’ stato padre e fratello di tutti, come è un cristiano.

Non era strano don Tarcisio. Siamo strani noi se guardiamo come fossero estranei quelli che Gesù indica come il nostro prossimo e suo stesso corpo! E questo lo viveva sempre partendo da Gesù e portando a Gesù.

Quanti hanno incontrato Gesù nel pane della Parola che spezzava con passione, dell’Eucarestia che era il centro di tutto, dei poveri che accoglieva e cercava, che proteggeva e indicava come il tesoro più grande, camminando per le strade del mondo con il vero navigatore del cristiano che è la compassione, l’unico che ci fa “vedere” quello che altrimenti resta nascosto, perché l’indifferenza rende tutto uguale, distante, come una nebbia che impedisce di vedere le persone e di incrociarne gli occhi. Camminava con tanta libertà interiore per l’obbedienza indiscussa a Gesù.

Faccio mie le parole di don Davide da Bukavu, (messaggio che penso gli sia costato qualche lacrima, e che ne ha fatte sgorgare molte, ma si sa, il pianto è anche il collirio di Dio che permette di vedere meglio). “Ti scrivo in occasione di questo tuo nuovo viaggio. Già. Perché sei ripartito. Per l’ennesima volta. Ma stavolta in silenzio. E non per l’Africa, né per il Sud America, a cui pure hai dato tanto e che ti ha dato tanto. Ora hai intrapreso un cammino che ti porta per ben altre strade, a noi sconosciute, ma che non ti allontanano da noi. Anzi. Ti conducono a noi, in noi, per una missione ancora più profonda ed esaltante: darci una spinta dal di dentro per vivere in pienezza quella fraternità universale che da missionario a tutto campo qual sei hai sempre cercato in prima persona e fatto cercare a chi percorreva tratti di cammino con te. So che da quel Regno dove ti ha portato questo tuo viaggio e dove ora vivi saprai trovare il modo per farci arrivare l’ispirazione giusta e il consiglio giusto. Buona missione!”.

Ripropongo, come richiesto da Tarcisio, la Parola di Dio. All’inizio mi sembrava fare mancare qualcosa a lui, come la sua fosse un’indicazione che ci e lo privasse di qualcosa.

E’ un’indicazione, peraltro, contenuta in tutti gli antichi manuali liturgici che invitavano nei riti delle esequie a parlare di Gesù e della sua resurrezione senza alcun accenno alla persona che viene accompagnata. Appare strano per la nostra generazione che riduce tutto al soggettivo, per cui si finisce per parlare sempre dell’uomo e poco di Dio e dell’unica luce che dona luce.

Ha ragione Tarcisio. Facendo parlare Dio si parla davvero di noi e capiamo che la Parola di Dio, questa è stata scelta con cura proprio da Tarcisio, parla sempre di noi, anzi è il modo migliore per capire la nostra vita, tutta, perfino i capelli del nostro capo. Ascoltando la Parola comprendiamo e ricomprendiamo tanto di Tarcisio.

Il profeta invita tutti gli assetati adandare a prendere l’acqua, specialmente quelli che sono senza denaro e che hanno fame e sete. Non ne mancavano mai al CIM! Venite a me, gratuitamente perché non serve il denaro presso il Signore, perché l’amore non si compra ma si dona e Dio rende ricco il povero.

Pensava la sua casa di sola misericordia. Capisco meglio la scritta, non posta da lui ma certamente amata, all’ingresso della Chiesa di Rigosa: “Qui si entra per incontrare Dio e si esce per amare gli uomini”. La chiesa è madre di tutti, accogliente, premurosa, non perfetta, ma premurosa e calda, una madre e per questo mai da insultare (e il peggiore insulto è trattarla da matrigna, come se fosse indifferente lei e estranei noi).

San Giovanni XXIII la descriveva come la fontana del villaggio, dove ci recano coloro che hanno sete. E quanti assetati ci ricordano di avere anche noi sete! Quante donne adultere da non giudicare e da liberare dal giudizio, da restituire a se stesse, da rendere amate e tali da scoprire dentro di sé la fonte di acqua viva.

Sì, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, e quando i nostri pensieri diventano i suoi e i suoi i nostri troviamo una vera intimità con noi stessi, siamo riconciliati con il nostro io, capiamo la nostra vocazione, ci liberiamo dalle misure mediocri della nostra contabilità attenta all’avere e così avara sul dare, dal sentirci in diritto e a posto. Facciamo nostra l’ardente aspettativa della creazione.

E’ quella di un ragazzo che cerca protezione perché malato gravemente e non può curarsi e vuole lottare contro il male. E’ quella di un profugo o di un senza fissa dimora che non è padrone di sé. E’ quella delle vittime di violenza e di guerra. E’ la creazione che geme nelle ingiustizie e nelle diseguaglianze.

E’ anche la richiesta di un povero uomo peccatore, crocifisso, che dice con trasparenza, da uomo vero, di essere lui giustamente condannato alla crocifissione perché riceve quello che ha meritato per le sue azioni. Ma aggiunge: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Ricordati di me peccatore, perché sono un peccatore. Un condannato a morte che si affida a un Dio condannato a morte pure lui per amore. Ecco qual è l’onnipotenza di Dio e la salvezza dell’uomo. Non abbiamo più paura di Dio e nemmeno di noi stessi!

Ha chiesto a chi avrebbe parlato ai suoi funerali:” Seha dire qualcosa di me, dica che ero un povero peccatore e come tutti i poveri peccatori confidava nel Signore e dica che vorrei morire dicendo: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. “Ecco e poi…  una tunica bianca, che presto spero di avere, un bel crocifisso e la Bibbia. Perché il Crocifisso… io sono un gran peccatore, ma ho un gran desiderio di guardare il crocifisso, tante volte l’ho detto, ho un gran desiderio, ancora per il tempo che mi resta, giorni, settimane, mesi o anni, di annunciare Gesù, la sua morte e la sua risurrezione”.

Ricordati di me Signore nel tuo regno. Ricordati di noi, Signore. E anche tu ricordati di noi, caro Tarcisio, nella tua missione nuova.

Prega per noi e per il mondo, per la tua Chiesa e per quella tua famiglia composita e diversissima, carovana di fraternità e di umanità varia, tutta bellissima perché amata tutta da Dio. Sì, hai proprio ragione:” Il futuro è sempre migliore”. Questo futuro ci aiuta a vivere bene il nostro presente. Anche il tuo futuro ci aiuta e ci aiuterà. In pace.

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