Nel 30° anniversario della strage del Salvemini

Casalecchio, chiesa di San Giovanni Battista
06-12-2020

“Consolate, consolate il mio popolo”. Noi ci prepariamo a celebrare la consolazione più grande, il fondamento della nostra fede, la nascita del consolatore, della speranza che illumina il buio della notte. Non è un discorso ma un bambino. Potremmo dire: tutto qui, un bambino?

Eppure proprio nella commovente povertà di un Dio bambino troviamo la consolazione più umana e più divina. Non è facile consolare e trovare consolazione. Le parole spesso diventano irritanti perché appaiono limitate e quindi sempre parziali perché il dolore è troppo grande, non vuole essere consolato, perché la vita non torna più, i sogni sono spezzati, ci si sente sopravvissuti.

E non è facile sopravvivere a chi si ama, sottratto in modo incredibile, come a ben vedere è sempre la morte ma che ci colpisce quando mostra tutta la sua forza subdola, inaccettabile, rivoltante. L’arte di consolare richiede tempo, fedeltà, pazienza, silenzio, tanta conoscenza del cuore, sentimenti veri e non superficiali.

Richiede tanta fedeltà. Come il male colpisce in un istante e poi segna tutta la vita, la consolazione deve essere ancora più forte, insistente. Perché a chi è stato colpito basta un’immagine che si ripresenti un inferno di dolore e solo la luce dell’amore può dare sicurezza e speranza.

Non è una questione di tecnica, ma di cuore perché solo questo sa trovare la via. Alla fine non c’è mai una risposta che possa dirsi davvero persuasiva. In realtà la consolazione di Dio è il Verbo, la parola, che diventa carne, fatto, presenza.

Questi giorni abbiamo pronunciato e ascoltato parole importanti, rese vere dalla sofferenza, desiderando che non si perdano, augurandosi che “fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia!” come desiderava Giobbe (Gb 19,23). Per non perdere la memoria.

Io personalmente ascoltai le parole dagli occhi eloquenti e gonfi di lacrime dei genitori di alcuni dei ragazzi, quando quasi cinque anni or sono visitai la sede che ospita la loro realtà insieme a tante associazioni di solidarietà. Nel deserto dove non troviamo vita sentire vicinanza e affetto, parole di speranza, ci aiuta a trovare consolazione.

Ma certamente ci aiuta ancora di più essere noi di consolazione per altri. Se il male ci ha fatto piangere – e non si smette anche a distanza di tempo! – e ha rubato gli anni, noi vinciamo il male consolando e dando senso, regalando vita agli anni degli altri.

Continuiamo a piantare alberi, con quel mistero del seme che solo caduto a terra può dare frutto. Sono e saranno bellissimi. E’ questo il segreto di Dio, l’essenza del Vangelo: vincere il male con il bene, trasformare le avversità in opportunità, stare bene facendo stare bene, trovare donando, conservare perdendo. E’ quello che spiega la scelta sconsiderata di un Dio bambino, che accetta di diventare Lui debole per rivestirci della sua forza e per farcela scoprire in noi. Diventa Lui onnipotente vulnerabile, per farci capire che l’onnipotenza è l’amore.

Nascendo accetta la morte, lui che è eterno. Gesù è consolazione perché amore che vince il male e non da Dio ma da uomo, amando fino alla fine, tentato fino all’ultimo da quel “salva te stesso” che gli gridano sotto la croce. La legge del mondo è “si salvi chi può”, quella di Dio, che è quella dell’amore è salvare gli altri.

Chi di noi non avrebbe dato la vita per salvare la vita dei nostro figli? Disse il cardinale Biffi trenta anni fa che solo un amore così e la promessa di un amore che non ci abbandona “possono dare qualche sollievo non effimero e non illusorio a quanti oggi piangono davanti a questi feretri muti e con tutte le fibre del loro essere anelano a un po’ di pace e invocano un po’ di forza interiore”.

La Parola di Dio c’entra tanto con le nostre, le fa sue tutte. Gesù non è indifferente, non ci ascolta sovranamente distaccato, ma si commuove come il migliore amico, ascolta e comprende anche quelle che non riusciamo ad esprimere, che ci restano in gola, quelle che l’apostolo chiama i gemiti interiori, quei grumi di pensieri, emozioni e desideri inespressi che ci portiamo dentro e non sappiamo raccontare. Ascolta e risponde con la sua consolazione: quella della sua stessa croce, che porta alla luce che non finisce. Gesù nasce e prende anche lui il vero virus che segna la vita, la morte, il pungiglione che vuole rovinarla e che quindi certo non manda Lui.

Gesù nasce per morire e perché la morte muoia. Nasce proprio pensando al nostro dolore, all’incomprensibilità dell’accaduto, che ripropone ancora, e riprendo le parole del Cardinale Biffi, “il bisogno di un mondo dove finalmente regni la concordia e l’amore, di un mondo dove diventino del tutto superflui gli ordigni di guerra, di un mondo dove le tremende bravure dell’uomo siano poste totalmente e per sempre al servizio della solidarietà fraterna e della vita”. E la giustizia e la riconciliazione ne sarebbero anticipi fondamentali e auspicati, consolazione vera per ogni vittima. 

Nella tradizione bizantina Gesù bambino non è raffigurato tra le braccia della madre o deposto, come descritto nel Vangeli, in una mangiatoia, ma nel sepolcro, ad indicare che la sua nascita è segnata, come tutte, dalla morte ma anche che la volontà di Dio è una sola: che il sepolcro sia nascita alla vita che non finisce. Nel segreto della vita, come dei bambini nel grembo della madre, anche noi sentiamo le voci del mondo che sarà. La Parola di Dio è la voce che ci raggiunge. E questo ci consola e ci aiuta a consolare chi oggi è nel pianto e a vivere in questo mondo cercando l’amore che anticipa l’altro. 

Vieni Signore Gesù nei cuori segnati dal dolore. Vieni e consola con il tuo amore che non finisce. Vieni Signore Gesù, Dio che si fa uomo perché la vita degli uomini trovi la gioia e finisca nella pienezza dell’amore. 

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