Omelia della liturgia della Passione del Venerdì Santo 2021

Cattedrale di Bologna
02-04-2021

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala”. Ecco cos’è la Chiesa ed ecco quello che siamo chiamati a fare davanti alla brutalità della croce: restare. Restare, non scappare. Restare solo per amore, amore che è possibile avere e scegliere. Maria resta e questo dona forza anche al discepolo più piccolo di restarle vicino. E viceversa. Questa è la comunione. Siamo figli, certo, ma questa madre è affidata proprio a noi. Pietro, non resta: scappa senza la sua spada e con il gallo che continua a cantare nel suo cuore. Resta solo chi ama. Non restano i coraggiosi ma chi ama Gesù, povero uomo appeso alla croce, più delle proprie paure, più dell’istinto di salvarsi da soli, più delle proprie idee. Solo un amore di più ci fa restare. Resta anche chi ha un vero amore per se stesso e non tradisce quello che ha di più caro, che è suo, che fa parte di lui.

I discepoli hanno paura e la paura è più forte dell’amore che pure avevano per Gesù. Forse si erano divisi subito, forse qualcuno avrà cercato qualche colpevole, avranno continuato la stessa discussione su chi tra di loro fosse il più grande, iniziata proprio quando Gesù aveva confidato loro che sarebbe finito così ma che dopo tre giorni sarebbe risorto. E quando si discute su chi è il più grande cresce la divisione, non ci si mette d’accordo su nulla, perché solo gli umili cercano il bene comune, mentre i grandi solo il proprio. I discepoli non restano anche perché non vogliono vedere. A volte lo diciamo ammantandolo di amore (“non posso vederlo così, voglio ricordarmelo com’era!”, dimenticando che avere qualcuno vicino è decisivo per chi sta male e che bisogna preoccuparsi di chi soffre e non di chi sta bene). Spesso non restiamo sotto la croce per paura, per non soffrire, per non essere inquietati dalla vista. Come scappiamo? Cambiando rapidamente immagine, nascondendo la morte per non soffrire e per non scegliere e finendo, in realtà, per soffrire molto di più, cercando immagini qualsiasi di benessere che cancellino la sofferenza. Investiamo tempo e soldi per elaborare il lutto, sempre pensando a noi e poco a chi ci lascia, mentre proprio facendo il contrario, accettandolo e mostrandolo, lo affrontiamo!

Oggi si pone il problema di sempre: noi chi amiamo? È questo il vero giudizio cui siamo e saremo sottoposti, davanti al quale non ci sono giustificazioni, apparenze, rimandi. Non serve nascondersi dietro le cose da fare, gli impegni, le difficoltà esterne, i condizionamenti. La croce è la radiografia del cuore e rivela come e da che parte stiamo. Restare è il primo modo per amare e ci aiuta a sentire personalmente tutto il suo commovente amore, fino alla fine, senza fine. Vediamo attraverso la sua tutte le croci che inchiodano le persone, tutte terribili, disumane, ingiuste, insopportabili come questa. Questa croce le illumina tutte, tutte, quelle prodotto dal terribile lupo della pandemia e quelle frutto della violenza dell’uomo, lupo di se stesso. Esse sono sostenute dall’amore di Gesù che con la sua croce offre uno spiraglio di luce che fa sentire infinitamente amati da Dio. Solo confrontandoci con l’amore di Gesù e smettendo di farlo tra di noi capiamo chi siamo e ritroviamo un pezzo di umanità.

Quante croci! Se pensiamo che ogni giorno muoiono ancora di Covid cinquecento persone! Una strage. Muoiono, purtroppo, sempre nella solitudine, condizione che rende amaro quello che già di suo è faticosissimo. Non è mai facile morire. Spesso sono anziani su cui pesava già tanto isolamento. L’esperienza della sofferenza segna l’umanità, le famiglie, la famiglia della nostra comunità. Tanto. Nella prova non sono sole: Gesù è presente con il suo amore, le sostiene con la sua grazia. Quante croci sono nascoste nella psiche, ma non per questo sono meno dolorose. Quando non facciamo più caso alle croci non è perché non ci sono le croci, ma non le sappiamo vedere noi, semplicemente ci siamo induriti!

Bisogna fermarsi, restare e chiedere anche noi che le piaghe del Signore siano impresse nel cuore! Questo è l’amore. È la scelta che la pandemia ci chiede, la conversione che nasce da questa sofferenza: scappare o restare per essere amici di Gesù, per amare come Lui. C’è ancora chi dice che è il castigo di Dio guardando la croce che il Padre certo non fabbrica, perché è il male che la fa fabbricare proprio da quegli amati fino alla fine da Gesù. Il Padre non evita il calice al Figlio: lo avrebbe tradito e avrebbe tradito la sua volontà, perché è venuto per salvare, non per salvarsi o per giudicare. Quello lo fanno gli uomini! E perché Dio non fa nulla? Per cadere in terra, perché solo così si vince il male: amando fino alla fine e affidandosi al Padre che non abbandona. E allora ci chiediamo: ma dove sono gli uomini? Che fine hanno fatto? Com’è possibile che continuino a fabbricare croci speculando sul dolore stesso, costruendo croci strumento di morte che possono uccidere milioni di persone? Come possono accettare che lo strumento che toglie la vita sia più importante di quello che può difenderla, come l’educazione o le medicine? Come non salvare dalla croce di morire in mezzo al mare? E poi la corruzione, il potere personale, la mediocrità pusillanime, l’indifferenza, sono sempre alleati del male. Ecco, per questo stasera vogliamo restare sotto la croce. Chi ama Gesù resterà anche sotto le croci dei suoi fratelli. Restiamo, anche solo con la preghiera, per fare quello che possiamo, per fare l’impossibile come solo la fede e l’amore possono ottenere. Restiamo perché Dio resta e si mette dalla parte dell’uomo e noi vogliamo stare dalla parte di Dio.

Disse Annalena Tonelli: “La vita ha senso solo se si ama. Ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. Solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo. Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta. Ed è allora che la nostra vita diventa bellezza, grazia, benedizione. Ed è allora che la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché noi viviamo nella nostra carne la bellezza del vivere e del morire. Sento fortemente che noi tutti siamo chiamati all’amore, dunque alla santità”. Lo siamo sempre, anche ognuno di noi. Gesù resta e così, amando fino alla fine, ci fa vedere da che parte sta Dio e come si vince il male. Restando e amando.

Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Ha sete fino alla fine per togliere la nostra sete di vita. Solo il nostro amore e l’amore che possiamo dare a chi come Gesù ha sete di vita, cioè di speranza, protezione, compagnia, insomma, amore. Basta litigare su chi è il più grande oppure scappare chiudendosi! C’è una cosa che tutti possiamo fare: prendere con noi questa madre, aiutarla nella sofferenza che prova verso i suoi figli, accoglierla nel nostro cuore, esserle figli, prenderci la responsabilità di lei. Non si arriva alla domenica senza vivere tutti il venerdì.

“O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà. Amen”. Così cantava San Francesco, uomo della croce, del crocifisso che rese dolce quello che gli era amaro, ci aiuti ad essere suoi.

+ Matteo Zuppi

Il video dell’omelia (dal minuto 40′)

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