Passione del Signore, Venerdì santo 2020

Bologna, Cattedrale
10-04-2020

Siamo davanti alla croce. Negli occhi abbiamo le croci che in questo tempo hanno spento la vita di tanti. E pensiamo ai loro occhi quando soli hanno dovuto affrontare la loro via Crucis in solitudine totale, con pochi cirenei che regalavano uno sguardo o un contatto, ma senza potere salutare le persone care.

Una infermiera mi ha raccontato come non si poteva non piangere guardando i loro occhi persi alla ricerca di conforto, sicurezza, vita. A chi affidavano il “ti voglio bene” che è sempre il testamento della vita? Una morte clandestina, come ha detto qualcuno. In questi giorni ridotti ad un numero. E non lo possiamo accettare, da morti ancor più da vivi! Sotto la croce possiamo essere più attenti ad ogni sofferenza e può nascere una consapevole solidarietà, liberandoci dal terribile mors tua vita mea che porta al “salva me stesso”.

Siamo tutti poveri uomini segnati dal male e vita sua significa anche vita mea. Pensiamo ai tanti altri crocifissi che scompaiono nel nulla dimenticati da vivi e da morti, crocifissi nell’indifferenza che poi colpisce tutti. Il loro grido di dolore si è perso nelle strade bombardate della Siria, negli ospedali senza letti e medici dell’Africa, nei mari infiniti dove la persona è un nulla inghiottita dal tutto.

La croce indica la sofferenza che c’è nel mondo e vuole che nessuna si perda nel nulla. In queste settimane tutti ci siamo interrogati sul male, abbiamo avuto paura, abbiamo compreso il limite della vita che si presentava evidente, impietoso e non desiderato.

E’ un limite che cancelliamo, preferiamo ignorare. Il mondo diventa disumano quando non si misura con il limite. La morte getta sempre la sua ombra su ognuno di noi, ponendo le domande della vita, quelle che non abbiamo tempo di prendere sul serio nella nostra folle corsa. Illuderci che non ci sia, credere che non si presenti se non ci pensi, cercare di sopravvivere finché va, è davvero pericoloso. In realtà siamo molto più familiari con la morte di quanto immaginiamo.

Quante esperienze di ombra della morte: ogni separazione, la scomparsa di persone care o di amici che non incontri più, la tristezza di quello che finisce, la non autosufficienza, la malattia, la decadenza del corpo. Il nostro peccato ci rende complici con il male e con a morte. Se consideriamo la strutturale fragilità di ogni persona, penosamente ingannata da forze che ci esaltano ma non ci proteggono, dovrebbe scomparire tanta aggressività.

Quando ci ricordiamo della nostra o della altrui debolezza tutto diventa commovente, non sopportiamo più la banalità e la superficialità, l’orgoglio con cui ci gonfiamo e ci crediamo invulnerabili. Dietro tante maschere c’è un povero uomo.

Ecco Gesù ci aiuta a guardare in faccia il male quindi la vita che ne è segnata, a non cadere nelle sue illusioni (il male si nasconde, vuole apparire innocuo, come il virus, addirittura nostro amico come l’orgoglio), a riconoscerne i frutti amari e intimidatori, a considerare il prossimo debole com’è anche quando si crede forte. Chi ama Gesù resta vicino alla croce non perché ama la sofferenza ma perché non lascia solo chi soffre (senza giudizi se buono o cattivo, ma lo aiutiamo e lo visitiamo solo perché mezzo morto o malato).

La croce, segno dei cristiani, amati fino alla fine da Dio, ci insegna a vivere non ignorando la morte, a guardarla in faccia, a stare vicino a chi è colpito, ad avere compassione perché in chiunque vediamo Gesù. La croce ci insegna a vivere bene perché ci fa cercare la gioia che il male non può portarci via!

La felicità non è pensare a sé e cercare di non soffrire, per cui non scarificarsi per nessuno, stare bene a tutti i costi e sempre, anche abbandonando la debolezza di persone care. No, chi ama soffre con l’amato e non lo abbandona. E’ l’amore la risposta al male. Una onnipotenza egocentrica ci fa coltivare l‘illusione che tutto dipende da me, che tutto andrà bene perché lo decido io.

Certo, tutto andrà bene se non ci arrendiamo, se lottiamo contro il male, se lottiamo assieme ma soprattutto se facciamo nostro l’amore dell’unico che ha sconfitto il male più grande, la morte, perché amore pieno e senza fine. In queste settimane di epifania crudele del male, che produce tanti virus con cui uccide la vita, abbiamo visto tanta sofferenza di un mondo ridotto ad ospedale da campo qual è, che la poca compassione e il tanto vittimismo non ci faceva vedere.

Capiamo oggi la grandezza dell’incarnazione di Dio che entra nella vita e ha preso la nostra malattia mortale e ci ama fino a donare tutta la vita perché non vuole che finisca. La croce significa che Dio il male non lo vince da Dio ma da uomo, non da super uomo ma da uomo vero che ama e dona se stesso. E’ questa la forza di Dio che è anche la nostra perché anche noi amiamo fino alla fine. 

 Noi? Quante domande! L’uomo di fede si interroga come ogni uomo. E non ha risposte come una lezione, ma amore ricevuto e donato. Quale sarà il giudizio? Mi perdonerà? E dopo? Finisce tutto? Cosa sarà di loro e cosa sarà di me? Il cristiano resta sotto la croce.

Non c’è Gesù senza la croce, diventerebbe un maestro di tecniche spirituali e non un uomo che ama donando se stesso e che ci chiede di amare con tutto noi stessi. I coraggiosi scappano. Resta chi ama: una madre e un fratello che lui genera a figlio. Sì, non si è fratelli del Signore senza essere figli di questa madre alla quale siamo affidati e che ci è affidata. Prendiamola con noi e aiutiamola.

E’ la nostra comunità. C’è un impegno di fraternità che nasce sotto la croce. Ognuno di noi sappia che ha questa madre e che Ella ci porterà sempre vicino a Gesù e alle croci dei suoi figli. E noi stiamole vicino perché l’umanità che vaga nel buio dell’incertezza e nell’oscurità senta e veda vicino la presenza buona della Chiesa.

Il diacono Alberto, colpito anche lui dal virus e in via di guarigione, ha raccontato così la sua esperienza: “’A chi tocca tocca’, pensavo, ma quando tocca a te e non agli altri, le cose cambiano. La Croce non è quella che mi scelgo io, ma quella che ti arriva all’improvviso, come una folgore! Allora in questi momenti oscuri è venuta fuori dal più profondo dell’anima quella voce della fede che ti dice: “Coraggio, io sono all’altro capo della Croce e ti aiuterò a portarla”.

“Dovunque ci sia una Croce, non c’è che da afferrarla con le nostre mani, da un lato qualsiasi: dall’altro c’è sempre Lui”. Preghiamo perché noi facciamo sempre la sua volontà e chiediamo perdono, davanti ad un amore così, del nostro poco amore. Preghiamo di essere guariti, certo; che la vita sia protetta, certo; ma soprattutto di sentire sempre l’amore di Cristo che muore anche per me e di vedere la luce della sua presenza che libera dalle tenebre più oscure.

Nessun uomo dopo la croce di Gesù è più solo nel passaggio faticoso della morte: Gesù è dall’altro lato della sua croce, amore che non finisce. 

Gesù mite, libera dall’odio e dal rancore. Gesù abbandonato da tutti, dona compagnia a chi è nell’angoscia. Gesù disprezzato, proteggi i poveri. Gesù uomo dei dolori, guarisci chi è malato. Gesù tradito, perdona il mio peccato. Gesù lasciato solo, insegnami la via dell’amicizia. Gesù condannato, libera e consola i prigionieri. Gesù indifeso, vinci la violenza e la guerra.

Gesù ingiuriato, perdona i miei giudizi senza misericordia. Gesù flagellato, consola chi subisce violenza tortura. Gesù incoronato di spine, accresci la carità. Gesù che bevi il fiele, vinci ogni amarezza. Gesù crocifisso, insegnami a stare vicino a chi soffre. Gesù crocifisso donami di sentire sempre il tuo amore. Gesù avvolto in un lenzuolo, rivestimi con la tua forza. Gesù sepolto nella tomba, vinci ogni male e la morte. Gesù, ricordati di me e di tutti nel tuo regno. Amen

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