Relazione introduttiva all’Assemblea generale dei responsabili delle aggregazioni laicali della Diocesi di Bologna

18-02-2017

Il Congresso Eucaristico è una grazia per tutta la nostra Chiesa. Esso ha sempre rappresentato un momento di consapevolezza, di identità e di missione e, dopo l’Anno Santo della Misericordia, ci aiuta a ritrovare il centro di tutto, il mistero che si rivela, il nutrimento di Colui che si dona e ci insegna a diventare noi stessi cibo di amore per gli altri. Gesù si lascia spezzare e versare perché anche noi portiamo la nostra vita liberandola dalla tentazione di salvarla senza di Lui. Ecco: Eucarestia e la città degli uomini, comunione e missione, intimità e uscita, noi e loro. L’Eucarestia ci apre al mondo, non ci separa. E’ la nostra immagine più vera, siamo trasfigurati quando ci ritroviamo attorno a Lui. La porta, però, è sempre aperta e vogliamo essere pronti per uscire verso gli altri. Non abbiamo pensato a grandi eventi per questo anno del Congresso, che possono offrire illusioni di forza che non abbiamo, ma a avviare una riflessione sinodale che ci aiuti a comprendere la domanda della folla e a vivere non in astratto, o in maniera ideologica, ma in concreto e con la preoccupazione pastorale. L’invito alla sinodalità, ben diverso da esercizi di democrazia, lo viviamo qui, dove troviamo tanti e diversi carismi eppure uniti.
L’Eucarestia è un pane per la moltitudine, per i “tutti” che ci viene indicato questo anno. Il “loro” cui dobbiamo da mangiare sono proprio i “tutti” dell’ultima cena. E’ la nuova ed eterna alleanza, sempre nuova perché l’amore di Dio si trasforma e cresce con noi. E’ eterna, senza tempo, perché entra nel nostro tempo, nell’oggi e ci aiuta a vedere i segni dei tempi che solo uscendo possiamo capire. Altrimenti viviamo facilmente al passato, con la tentazione, così facile, di credere sicure e giuste le cose che già abbiamo conosciute, mentre l’Eucarestia ci aiuta capire una presenza nel presente e ci apre al domani. Senza la folla la chiesa diventa un club e Gesù un fornitore di benessere, uno dei tanti maestri che cerchiamo per rassicurarci restando ben saldi nel nostro egocentrismo. Addirittura Gesù, senza la folla può essere ridotto a un principio ispiratore e la nostra comunione a riti associativi.
Le vostre realtà non sono immediatamente riconducibili ad un territorio, ma si sono sempre misurare con una dimensione più larga. E’ una buona dialettica che aiuterà le parrocchie, al contrario determinate dal territorio, e le aiuterà a non chiudersi ma a ripensarsi sempre con il “vasto mondo” di cui parlava Congar. Tutti dobbiamo pensarci in missione. E’ questa la prospettiva appassionante di Papa Francesco con l’Evagelii Gaudium, vero programma che ci aiuta a non cercare prima tutte le risposte ma a trovarle, senza paura, proprio in itinere, viaggiando, camminando. Per qualcuno l’invito a dare da mangiare è quello che sempre si è fatto. In realtà c’è invece sempre qualcosa di nuovo e questo ci fa comprendere qualcosa che abbiamo e che riscopriamo. Non si tratta anche di nuove iniziative, ma soprattutto di spirito. E di alcune priorità. Il pane è sempre lo stesso. Certo. Ma quanto facilmente viviamo la tentazione dei discepoli di tenercelo, per prudenza, per paura, paradossalmente proprio per conservarlo! E quanto crediamo che farlo richieda una preparazione ulteriore, tanto che sembra quasi un’incoscienza, considerando il nostro piccolo. Gesù chiedendoci di dare da mangiare ci fa confrontare proprio con il nostro piccolo, ce lo mette davanti e ci fa partire proprio dalla nostra debolezza, liberandoci dalla tentazione di farci grandi da soli e senza gli altri.
Farlo non corrisponde ad una logica interna, di autopromozione, ma solo per rispondere alla folla, alla domanda di pane! Senza questa consapevolezza cercheremmo strategie, piani di conquista di “generali sempre sconfitti! Il problema è la commozione, la misericordia verso la miseria della folla che ci spinge a farcene carico, che libera dalla autoreferenzialità così normale nella logica del mondo. Voi siete laici. Siete indispensabili. Non è pensabile una chiesa clericale. Ma il problema non è una redistribuzione interna, ma rispondere con piena responsabilità e servizi diversi alla domanda della folla, della grande messe per la quale Gesù vuole gli operai!
La folla a volte appare anche antipatica, pericolosa, opportunista. Ci difendiamo istintivamente cercando un’identità senza gli altri o contro. Invece l’invito è andare verso servendola e non usandola, regalando invece dimettere condizione, di donare a tutti anche a chi se ne approfitta o non capisce perché lo facciamo. E poi farlo anche se nessuno ce lo chiede, ma perché sappiamo capire la domanda inespressa, perché la misericordia comprendere la fame degli uomini. Infatti la folla non chiede il pane. E’ Gesù che vuole darglielo, perché ci insegna a capire che siamo noi i custodi dei nostri fratelli e che a noi c’è chiesto conto di loro. Spesso difendiamo i nostri cinque pani e due pesci! Abbiamo paura e siam presuntuosi.  E’ nostro e non loro! Qualche volta si rivela la sottile convinzione che tenerci il nostro piccolo significhi automaticamente diversità e protezione dal mondo. Il problema è essere nel mondo ma non diventare nel mondo, avere simpatia, parlare a tutti, ma solo perché la grazia del Signore raggiunga i cuori.
In questi anni stiamo vivendo proprio la Pentecoste. Lo Spirito ci spinge ad uscire, in un mondo minaccioso e incomprensibile, con tutte le lingue che ci possono confondere. Ma la chiesa se non fosse uscita sarebbe rimasta prudentemente a difendersi, magari con corsi intensivi di lingue mentre invece solo uscendo e dalla pienezza del cuore la Chiesa si fa capire da tutti e capisce che il mondo minaccioso in realtà è una messe che aspetta speranza e carità.
Le nostre realtà sono diverse, anche per storia e per sensibilità. In passato diffidenze, protagonismi, presunzioni, chiusure, spesso sono state le cause che hanno aiutato a pensarsi in maniera autoreferenziale, a perdere tanto tempo in discussioni che facevano sentire diversi non in confronto alla folla o alla chiamata di Gesù, ma rispetto ad una chiesa organizzazione, a questioni che finivano per essere ideologiche, virtuali, più di definizione che di vita, di ortodossia che di orto prassi. Certe geografie ecclesiastiche facevano sentire automaticamente buoni. Gesù non ci dà tante avvertenze, proprio quelle che per paura amiamo ma che complicano le cose facili, ci fanno vedere nemici che non ci sono, ci fanno perdere la distinzione tra errante e errore e rendono noioso quello che è appassionante! Il fratello maggiore non capiva il padre e non rivela tanta gioia nel servire la casa comune. La verità è attrattiva, non antipatica. I farisei la rendevano antipatica, certo non volendolo, gelosi delle loro funzioni, spaventati da un maestro che confondeva tutto con la misericordia e che parlava con autorità e non applicando una regola senza cuore.
 
Farci vicino a tutti! Solo così la folla diventa persone. E’ la prossimità. Non è solo compagnia, ma avvicinare, accompagnare. Ci interpretano male? Pensavano che siamo psicologici che non fanno pagare o taumaturghi a buon mercato o dottori che mi debbono aiutare? Pensano che siam buoni se facciamo come dice la mentalità comune? Non ci preoccupiamo, chiariremo, l’importante è andare avanti con chiarezza nelle passioni vere di amore.
È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità. E questo è il bello della Chiesa: ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. E tra i componenti c’è questa diversità, ma è una diversità che non entra in conflitto, non si contrappone; è una varietà che si lascia fondere in armonia dallo Spirito Santo; è Lui il vero “Maestro”, Lui stesso è armonia. La vita della Chiesa è varietà, e quando vogliamo mettere questa uniformità su tutti uccidiamo i doni dello Spirito Santo. Tu vuoi che tutti siano saziati e usi proprio la nostra debolezza, i cinque pani e due pesci, che pensavamo giustificasse mandare via la folla e potere dire “a me che importa, non posso fare nulla”.  Liberaci dalla rassegnazione, che spegne la speranza; dall’orgoglio che ci fa conservare il poco che  abbiamo; dall’indifferenza, che non ci fa accorgere della fame di amore e di futuro degli uomini che incontriamo. Insegnaci a non avere paura di condividere perché solo donando il pane non finisce. Aprici gli occhi perché sappiamo vedere le necessità dei fratelli; rendi i nostri orecchi sensibili e pazienti nell’ascolto di ognuno; donaci mani generose e disponibili, capaci di offrire gratuitamente gesti di tenerezza; aiutaci ad avere il gusto di rendere contento il prossimo e di offrire sempre e a tutti la gioia del Vangelo; fa che sentiamo e comunichiamo il soave profumo dell’amore, che si diffonde da se stesso.
Donaci Te ed insegnaci a donare noi. Trasforma la folla nella tua famiglia saziata da te. Fa anche della nostra povera vita il tuo rendimento di grazie. Amen

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