S. Messa e funzione lourdiana

21-05-2017

Gesù vuole che il Vangelo arrivi a tutti. Non possiamo noi tenerlo prigioniero, con le nostre paure! Lo Spirito manda Filippo in Samaria, dove nessun ebreo sarebbe andato per il pregiudizio verso i samaritani, giudicati pericolosi, imbroglioni. Il cristiano è libero dalla mentalità comune, che spesso diventa condanna vera e propria, per cui con quella persona non ci si parla perchè giudicata prima ancora di ascoltarla, per la sola provenienza, per il tratto fisico, per come si presenta. Gesù vuole che il pane buono del Vangelo raggiunga tutti e raccolga tutti. Oggi ci ritroviamo assieme perché nessuno è lasciato solo dall’amore di Dio e di questa nostra Madre che è la Chiesa. Il mondo scarta. La Chiesa riunisce e riveste con ciò che dona importanza a ciascuno e rivela la bellezza nascosta in ognuno: l’amore. Qualche volta ci sembra che gli altri non si rendano conto di chi siamo, di chi siamo stati, insomma della nostra storia. In questa casa, attorno a Maria, nostra madre, sentiamo la gioia di essere suoi e il suo amore tenero e sensibile. Maria è la donna dell’Eucarestia. Lei genera il Corpo di Cristo nel mondo; è madre che riunisce attorno a sé e vuole che tutti abbiamo gioia. La predicazione del Vangelo, cioè di Cristo e del suo amore, è sempre una guarigione del cuore e dello spirito, libera dalla solitudine, dalla disillusione, dalla tristezza che sempre accompagna la condizione, spesso insostenibile, della sofferenza. Commentano gli Atti: “Vi fu grande gioia in quella città”. E’ quella che Bologna intera vive in questi giorni nei quali accogliendo Maria accogliamo Gesù e “tutto quanto lui ci dirà”, come invita la madre del Signore a Cana di Galilea. E’ una gioia per tutta la città e produce tanta tenerezza, sollievo, speranza. Anche questa celebrazione è una gioia che libera da tanta solitudine, tristezza e ci dona un poco di quella guarigione che Gesù vuole per tutti coloro che sono nella sofferenza. Abbiamo tanto bisogno di consolazione. Gesù vuole che non manchi mai il paraclito, consolazione, difesa, protezione, guida. Quanto ne abbiamo bisogno per la nostra fragilità e per non cedere alla mentalità per cui la vita vale se consuma, se è vitale, non per quello che è. Paraclito è la vicinanza di Dio nella nostra condizione, il suo amore, non banale, non paternalista, intimo, tenero, premuroso. Siamo sensibili nel naufragio della malattia, nelle tenebre della sofferenza che nascondono la speranza, quando il dolore porta a preferire la fine. Spesso ci sentiamo un peso; altre volte finiamo per essere aggressivi per farci valere. Qualche volta pensiamo anche noi che davvero la nostra vita vale poco e la sufficienza degli altri, la loro tiepidezza, la tortura della solitudine causata dall’indifferenza,  ce lo conferma. Quando uno sta male è più fragile, ma anche più sensibile e si accorge di tutto. Del resto la malattia trasfigura la nostra vita, la cambia tutta. Il tempo diventa un altro, a volte interminabile a volte rapidissimo; cambiano i rapporti e si evidenziano i nostri tratti, si modificano anche gli equilibri, sempre così incerti, dei nostri sentimenti. Quanto è facile sentirci “orfani”, abbandonati dagli amici e dallo stesso Dio! Ha detto l’altro giorno Papa Francesco: “In molti casi gli ammalati e loro famiglie hanno vissuto il dramma della vergogna, dell’ isolamento, dell’abbandono. Gesù ha sempre incontrato gli ammalati. Si è fatto carico delle loro sofferenze, ha abbattuto i muri dello stigma e della emarginazione che impedivano a tanti di loro di sentirsi rispettati e amati. Per Gesù la malattia non è mai stata ostacolo per incontrare l’uomo, anzi, il contrario. Egli ci ha insegnato che la persona umana è sempre preziosa, sempre dotata di una dignità che niente e nessuno può cancellare”. E’ vero! La fragilità non è un male, anche se un mondo finto, che cancella la sofferenza quasi la rende una colpa!  E la malattia, che è espressione della fragilità, non può e non deve farci dimenticare che agli occhi di Dio il nostro valore rimane sempre inestimabile. Non siamo orfani. E la compagnia dei fratelli e delle sorelle, questa madre che è la Chiesa, ce lo vuole e ce lo deve confermare e testimoniare in modo molto concreto, fisico! Gesù non ci lascia e nemmeno noi vogliamo lasciarvi, mai! Come una madre, che sa bene come non è la stessa cosa stare soli o avere qualcuno; implorare e sentire disturbare e invece non dovere chiedere perché il mio amico lo fa prima che io lo domandi! Non è uguale se arriviamo tardi o lasciamo soli quando la luce dell’alba non arriva mai, non è uguale! La chiesa è una madre che corre vicina al letto di dolore dei suoi figlio. Occorre esserci, aiutare, rimuovere cause, dare risposte certe, “tornare” come si impegnò il samaritano. Dobbiamo allearci con gli alberghi dove vogliamo l’uomo sia guarito; volerli funzionanti, efficienti, eccellenti, perché la malattia chiede questo, eccellenza. Che tristezza vedere ospedali o istituti che sprecano risorse o addirittura lucrano sulla malattia! Non potremo mai abituarci allo scandalo dello sperpero o dell’economia che sostituisce la difesa della persona! Che responsabilità per tutti! «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Cosa ci è chiesto? Amare lui e così capiremo tutti i comandamenti.  E l’amore è luce nelle tenebre della malattia. Niente e nessuno ci può separare dall’amore di Cristo e anche da quello degli uomini, se mettiamo in pratica il comandamento di Gesù e crediamo all’amore. La malattia non può spegnere la nostra forza di amare, anche quella straordinaria di intercedere. Quanto valgono le preghiere di chi soffre per il suo fratello che è nella sofferenza! Anzi, in alcuni casi la può rafforzare e nella malattia diventiamo consapevoli di qualcosa che nell’onnipotenza, nella deformazione del benessere non sapevamo vedere e capire.  Così la malattia diviene occasione di incontro, di condivisione, di solidarietà. Nessuno di voi si senta mai solo, nessuno si senta un peso, nessuno senta il bisogno di fuggire. Voi siete preziosi agli occhi di Dio, siete preziosi agli occhi della Chiesa, con Maria Consolatrice degli afflitti. O Maria, nostra Madre, che in Cristo accogli ognuno di noi come figlio, sostieni l’attesa fiduciosa del nostro cuore, soccorrici nelle nostre infermità e sofferenze, guidaci verso Cristo tuo figlio e nostro fratello, e aiutaci ad affidarci al Padre che compie grandi cose.

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