Te Deum di fine anno 2019

San Petronio, Bologna
31-12-2019

Questa sera, al termine dell’anno, ringraziamo. Lo facciamo sia personalmente che assieme, per questa bellissima casa comune che ci unisce. “In ogni cosa rendete grazie” invita l’apostolo. Ringraziamo di tutto, perché in ogni cosa, anche in quelle più difficili e insostenibili, possiamo sempre vedere “lo spiraglio di luce che ci fa sentire infinitamente amati da Dio”.

“La gratitudine sarà sempre più grande del dolore”, scriveva Etty Hillesum mentre stava per essere portata sui treni diretti nei campi di concentramento nazisti, dove venne uccisa, ma senza che il male inquinasse la sua anima perché questa era piena di Dio. Se abbiamo poca gratitudine non è perché abbiamo ricevuto poco. Anzi! Spesso non sappiamo riconoscere i tanti doni che abbiamo. Li scambiamo per diritto, merito, possesso oppure, presi dai nostri affanni come Marta, ci sentiamo addirittura abbandonati da Gesù. Abbiamo preteso molto e atteso poco. Quanto tutto diventa pretesa siamo sempre scontenti e finiamo per fare crescere il rancore. Chi attende, cioè guarda con speranza il futuro e lavora per questo, gioisce di quello che ha e che è, si sa accontentare. “Accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Eb 13,5), ricorda la lettera agli Ebrei.

Accontentarsi è tutt’altro che rinuncia, ma matura consapevolezza di quello che si ha e serena ricerca di quello che serve non per sé ma per gli altri. Così i cinque pani saziano tutti: se si condivide il poco che si ha. All’inizio dell’Avvento Papa Francesco ha ricordato che la vita – lo sappiamo, certo, ma in realtà non lo impariamo mai –  non dipende da quello che abbiamo, tanto che finiamo per vivere “di cose e non si sa più per cosa”, “si hanno tanti beni, ma non si fa più il bene”, “le case si riempiono di cose, ma si svuotano di figli”, “si butta via il tempo nei passatempi, ma non si ha tempo per Dio e per gli altri”. E quando si vive di fatto per le cose, queste non bastano mai, l’avidità cresce e gli altri diventano intralci nella corsa e così si finisce per sentirsi minacciati e, sempre insoddisfatti e arrabbiati, si alza il livello dell’odio.

Capiamo ancora poco che c’è molta più gioia nel dare che nel ricevere, perché se non riceviamo pensiamo di non contare, di non avere valore, di subire qualche ingiustizia. Quando doniamo ci sembra di privarci del nostro invece di possederlo proprio perché lo regaliamo! Ringraziamo perché è il primo modo per riconoscere che abbiamo ricevuto molto, per scrollarci di dosso il pretendere, per non impadronirci dei doni come fossero un merito e soprattutto per ricevere insieme al dono anche il donatore e potere godere del suo amore. Allora sì che i doni diventano preziosi! Essi non sono anonimi! Non troviamo qualcosa ma Colui di cui abbiamo bisogno, verso cui abbiamo un debito di amore perché è una fiducia verso di noi, che chiede solo amore.

Siamo aiutati dalla gioia semplice del bambino che è nato per noi, dalla sua onnipotente fragilità nella quale si rivela tutto l’amore di un Dio che non resta lontano e si affida a noi perché impariamo ad affidarci a Lui. Quanto è diversa la sua gloria da quella, così penosa, artefatta, esibita, del mondo! Lasciamoci amare da Lui ed impariamo da Lui la semplicità dell’amare!

Lo scorrere del tempo ci induce ad un serio esame di coscienza e a non procrastinare le decisioni, come se avessimo sempre tempo.  Per farlo abbiamo bisogno di metterci di fronte a Dio. Non bastano le nostre infinite interpretazioni, perché sono sempre solo di fronte a noi stessi. Ci serve sentire personalmente il suo amore per capire chi siamo, lasciarci giudicare da Lui che è la verità e che illumina tanta oscurità del nostro cuore. Abbiamo bisogno di perdere tempo con Gesù, smettendo di agitarci, perché nella preghiera e nella carità troviamo il senso del nostro cammino e la nostra missione. Chiudiamoci nella stanza del nostro cuore, ascoltando senza diaframmi la sua parola rivolta a noi.

Lasciamoci raggiungere e guardare da Dio, poveri come siamo, senza scappare, perché il suo amore permetta di capire i nostri atteggiamenti e le loro conseguenze, di scoprire il peccato, di chiedere perdono, di dare valore al tanto che abbiamo e a quello che siamo. Cerchiamo di fare stare meglio gli altri dando in elemosina il nostro cuore e anche regalando il nostro tempo, che così alla fine staremo meglio tutti. Preghiera e prossimo, tutto, come è non come vorremmo fosse, ad iniziare da chi ha più bisogno.

Ringraziare, esaminarci e infine scegliere. C’è tanta sfiducia dentro e fuori di noi, che questa diventa un sistema difensivo e quindi aggressivo, non coltivando più la speranza di cambiare questo mondo o, semplicemente, di renderlo migliore di come lo abbiamo trovato. Stiamo restaurando il portico di San Luca. Vorrei che questo segno, così distintivo della nostra città, lo restaurassimo ognuno di noi con l’attenzione e la sensibilità per il nostro prossimo, con il perdono che ricostruisce quello che il peccato rovina, con l’interesse invece dell’inedia, con l’arte straordinaria dell’amore che ripara i guasti prodotti dall’indifferenza. I portici sono per tutti, non di qualcuno e richiedono l’impegno di tutti.

La Chiesa li vuole belli e per tutti perché non è mai di una parte e sarà sempre e solo dalla parte della persona, forte e libera dell’amore di Cristo. Le nostre comunità e le nostre persone possono essere il portico che unisce la Madre alla città degli uomini. Restauriamo le relazioni con le persone perché tanti sperimentino la maternità della Chiesa, con l’ascolto e gli umanissimi sentimenti del Vangelo! Dipende da noi. Altrimenti finiamo a parlare sopra gli altri o ad azzittirli o a lasciarli isolati. In Italia un nucleo familiare su tre è composta da una persona! Occorre tanta misericordia vera, che va oltre la misura perché questa non è indicata da noi ma dalla necessità e diventa sguardo, sorriso, tanta sensibilità. Non basta fare quello che “posso”, dobbiamo sempre cercare di fare quello che “serve”. Tutto può essere riparato dalla misericordia che rende nuovo ciò che è vecchio.

Il restauro inizia da non abituarsi al male o da non pensare che non è affare mio, ma da riparare le relazioni e le condizioni del prossimo con i piccoli gesti, concreti e possibili a tutti. Non pensiamo che farlo non serva a niente! La vita, debole com’è, dall’inizio del suo concepimento sino alla fine, ha bisogno di tanto amore, possibile a ognuno. Penso alle sofferenze più nascoste come quelle psichiche, a chi non è padrone di sé, alle malattie degenerative o a chi deve lottare con problemi enormi come le disabilità che hanno bisogno di tanto sostegno, di barriere abbattute e non di pietismo o di indifferenza. Penso agli anziani che sono lasciati nell’anonimato della solitudine. Se serve un intervento decisivo per il problema della natalità occorre anche aggiungere tanta vita agli anni e non solo tanti anni alla vita, come ha scritto Enzo Bianchi. Penso a chi è diventato schiavo delle micidiali dipendenze, alle quali non possiamo mai abituarci che rovinano la vita propria e degli altri e che senza tanto amore e tanta determinazione non può essere liberato.

E se debbo chiedere, come ogni anno, un impegno a me stesso e a tutti, vorrei chiedere il dono della pazienza. Non si ripara e di rende bello quello che è rovinato senza pazienza, che ci aiuti a sapere aspettare, a non etichettare subito, a non esigere risposte compulsive, a essere perseveranti nonostante le difficoltà e le delusioni, ma a guardare oltre lo spazio perché solo nel tempo si rivela quello che pure è nascosto nel portico.

L’anno che viene, se Dio vuole, speriamo di celebrare qui a Bologna la beatificazione del servo di Dio Olinto Marella. E’ un padre che regalò misericordia e ricorda la gratuità. La sua memoria, ancora oggi così viva perché vera, vicina, esigente e allo stesso tempo piena di tanta umanità, ci aiuti a sentirci noi responsabili del prossimo, a contribuire ognuno all’accoglienza dei tanti orfani di oggi, ad adottarli perché abbiano un futuro anche se questo richiede pazienza e sacrificio.

Grazie Signore, Dio della vita, inizio e fine di ogni nostra parola perché tutte le tue lettere sono di solo amore.

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