Messa per il 250° anniversario del Patrocinio della Madonna della Scala di Castellaneta

Ringraziamo per la storia di 250 anni e per questo particolare luogo di amore così caldo e affettivo, che raccoglie e suscita tanto amore, che ci aiuta ad aprire gli occhi e che ci rende consapevoli della presenza di Dio che Maria ci mostra indicando Gesù, e anche nell’amore che ci unisce. Qui siamo aiutati a vedere, proprio per vedere quella stessa presenza nella vita di ogni giorno. Contempliamo Dio che scende nella nostra vicenda umana, perché anche noi possiamo contemplare il prossimo chinandoci su di lui e non restando dritti come il sacerdote e il levita. Contemplare non significa chiudere gli occhi o vedere quello che non esiste, anzi, ci chiede di aprirli bene, ci aiuta a vedere bene, perché questo avviene solo con gli occhi dell’amore. Sono quelli di Maria, che ci guarda con tenerezza, e che sciolgono tante resistenze e paure. Sono gli occhi di chi crede nel Signore e lo vede nei suoi segni e nel sacramento del prossimo.

Contempla chi ama e chi ama sa contemplare, sa capire perché libero dalla distrazione dell’indifferenza e dalla malizia di chi si crede giudice e vede solo la pagliuzza e non la bellezza che pure c’è in ognuno. Non vede nulla anche chi riduce tutto ad uno specchio, compreso il grande e ingannevole specchio che è lo schermo, dove pensiamo di vedere tutto e che, invece, ci porta facilmente a farci vedere solo noi stessi. La mentalità creata dalla forza così sfacciatamente e pericolosamente esibita nel linguaggio e nelle armi, distrugge gli altri, umilia. Quella di Dio fa esattamente il contrario e ci rende migliori di come siamo. Ripensare ai 250 anni ci aiuta anche a scegliere che cosa vogliamo trasmettere a chi verrà dopo di noi. Quando viviamo per noi stessi usciamo da qui così come siamo entrati e sappiamo solo prendere per noi, consumatori di qualsiasi incontro per il nostro benessere individuale. Qui, invece, amati come siamo scopriamo per chi vivere, perché Maria e Gesù vivono per noi e ci insegnano a vivere per gli altri. Solo così stiamo davvero bene! Queste pietre contengono tanto amore, tanta luce, tanta consolazione, tanta umanità che si è incontrata con la presenza di Dio e di Gesù, suo Figlio, centro della nostra fede. Lui è la scala appoggiata sulla terra che apre la via del cielo.

Maria ce lo mostra e ci conduce a Lui, chiede sempre di ascoltarlo e di fare tutto quello che ci dirà, sapendo che è per il bene nostro e di tutti, che è per la gioia. Amiamo questa Madre. Non si ha Dio per padre se non amiamo la Chiesa come madre, e quindi siamo figli premurosi, attenti, figli che amano e sono amati. Guai ad indebolirla come fossimo estranei, vivendo nella sua casa come fosse un albergo o seminando in essa divisione. È una casa che ci rende familiari. Entriamo individualisti e usciamo fratelli e sorelle, liberi dalla tentazione di sempre, quella che la nostra generazione vive con un protagonismo inedito e che si crede onnipotente: l’individualismo, pensarci slegati, credere di star bene conservando se stessi. Amiamo questa casa testimoniando fuori di essa l’amore che qui contempliamo! Sento la responsabilità di farlo in un mondo violento che cancella Dio, anche usandolo anche in maniera blasfema per sé e per il proprio interesse. Come Ester anche noi esclamiamo: “Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, perché un grande pericolo mi sovrasta”. La guerra è una minaccia che appare impossibile, incredibile ma che diventa realtà, vortice di morte che fa precipitare nella voragine del male.

Lo sappiamo bene pensando a quante morti e a quanta brutalità è costata la follia della guerra e delle ideologie totalitaristiche e pagane che l’hanno preparata e voluta! Oggi è il giorno in cui in tutto il nostro Paese si fa memoria della Liberazione e del terribile prezzo umano che ha richiesto. Per questo ripudiamo la guerra. Gesù ripudia la guerra e ogni violenza che profana la persona umana, guerra e violenza che sono la bestemmia dell’uomo che alza le mani su Dio, perché chi uccide, ferisce, tortura, lo fa a quella parte di Dio presente nella persona resa oggetto, nemico e senza alcun valore. Questa casa è di pace e ci rende artigiani di pace. Ma non possiamo sprecarla, perché da qui la pace deve raggiungere ogni cuore, le pieghe nascoste dove si insinua il divisore che acceca l’umanità e che fa pensare senza gli altri, che semina il rancore, la vendetta e l’illusine di essere se stessi da soli, distorcendo l’amore che è dono e rendendolo invece possesso, mai sazio. La pace è affidata a noi. Gesù ce la dona. Lui è la pace. Iniziamo a viverla nel nostro cuore e nelle nostre relazioni. Quanta violenza nelle parole, nelle mani, nella testa! Gesù ci ammonisce a dire pazzo a nostro fratello, perché è il nostro prossimo, e ci invita ad amare tutti. Tutti? Tutti! Guarda bene, liberati dai pregiudizi, dai giudizi, dai fastidi, dall’ignoranza, e guarda bene. Siamo figli. Il prossimo è come me e io sono come lui! Fai agli altri quello che vuoi che sia fatto a te, e così troverai quello che vuoi e scoprirai che è come te!

Oggi sento tanto nei nostri cuori lo Spirito che ci fa gridare “Abbà! Padre!”. Non siamo schiavi, schiavi degli idoli o della peggiore schiavitù che è quella dell’amore solo per noi stessi. Siamo figli e quindi fratelli. Oggi lasciamoci conquistare il cuore da questa Madre che guarda con tenerezza e con enorme sofferenza perché tanti soffrono in maniera indicibile. Aiutiamola, e aiutiamoci con la nostra fraternità che ci sostiene, ci incoraggia, rende possibile quello che altrimenti sembra impossibile. Dio cerca l’umanità e l’umanità cerca Dio.  Ascoltiamo l’Angelo, cioè la sua Parola, come Giuseppe.  Essa ci libera dalla paura delle delusioni, di perdere, di non sapere tutto, insomma dalla paura di amare. Giuseppe sceglie di amare. Lo ripete anche a tutti noi. Non temere di prendere con te questa Madre, che ti farà sentire figlio e ti farà riconoscere la presenza di Dio non fuori dal mondo ma nel tuo cuore e nella storia. Dio con noi, la scala dalla quale Lui è sceso per farci salire. È possibile a tutti, anche a chi è sceso tanto in basso e che può, con pazienza e perseveranza, risalire dalla voragine, dall’abisso del cuore e del peccato.

Questa scala raggiunge le profondità più pericolose. Chi è salito, poi, scende per portare agli altri l’amore che ha visto. Dio scende perché anche noi impariamo a chinarci verso l’altro, perché anche noi sappiamo sentire come Dio non sia lontano e riconoscerlo nel nostro cuore. Gesù a Natanaele promette che «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (Gv1, 49-51). E chi sono questi angeli che permettono di incontrarlo? Coloro che riflettono l’amore di Dio, che non è altro da noi, anzi, ne è la pienezza. Ognuno di noi può esserlo per l’altro. L’umiltà fa scendere e salire. Come San Francesco, piccolo e grande, minimo e immagine di Cristo. Quando ci esaltiamo ci facciamo del male. Arrivati all’ultimo gradino dell’umiltà, non si servirà più Dio per paura ma per amore totale. Umiltà non è buttarsi via ma servire, relativizzarsi con noi stessi e con il prossimo. “Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Matteo 23, 12). Non siamo condannati alla terra e siamo fatti per il cielo. Sappiamo che il cielo non è distante, non è impossibile. “Dobbiamo diventare esperti nella contemplazione e non per allontanarci dai problemi del mondo, o dalle richieste dei nostri fratelli, ma proprio per essere capaci di innalzare sulla scala della contemplazione la pesantezza degli uomini alle altezze divine” (Deus caritas est 7).

“Maria, mamma nostra, prega per i figli tuoi, Madonna della Scala prega per noi”.

Santuario diocesano della Madonna della Scala, Castellaneta (Taranto)
25/04/2026
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