Sbuhan (Sbogan). Ẓ̌u Krïštë. To me vasalì da ja si paršel. (In dialetto resiano: “Rimani con Dio in Gesù Cristo. Sono contento che tu sia venuto”) Salve. È una grande gioia essere qui. “Chi ci può dare così la gioia se non colui che ha creato tutte le cose che sono fonte di gioia?” diceva S. Agostino, che aggiungeva: “Una gioia condivisa con molti è più abbondante anche per ciascuno. Ci si riscalda e accende a vicenda”. Oggi tutto questo lo contempliamo con tanta riconoscenza. Ricordare, per noi, non è l’ennesima ed egotica operazione nostalgia, che riempie di amarezza o presunzione. È eucarestia, rendimento di grazie per i doni che permisero di affrontare quella sofferenza enorme che ancora oggi toglie il respiro. In essa abbiamo riconosciuto la presenza di Dio. Il ricordo diventa sapienza nell’uso dei beni, conoscenza del limite che segna il mondo e ognuno di noi, rifiuto della violenza distruttrice provocata dall’uomo con la follia della guerra che, come il terremoto, distrugge la persona e la vita. Ricordiamo per celebrare, capire e scegliere di usare la nostra vera forza, l’unica che ripara ciò che il male distrugge: l’amore.
Allora eravamo tutti lì nella comunione, così come oggi tutti sono qui con noi, perché è un legame che supera le distanze, colma le assenze, rivela la presenza che unisce nell’incontro cielo e terra e anche terra con terra. Papa Leone XIV ricorda che fraternità è il riconoscimento concreto che il destino di ognuno è legato al destino di tutti: davvero “nessuno si salva da solo” (MH 73). “La fede ci invita a leggere questa realtà come una chiamata: non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico, per quanto può, della vita e delle ferite del fratello e della sorella” (MH 70), imparando a “pensare e agire in termini di comunità”. Davvero l’uomo non è un’isola, e anche se iperconnesso non è bene che stia solo. La persona trova se stessa nella comunione, specchiandosi nel prossimo e non come Narciso! Per questo la solidarietà è “un modo di fare la storia” e di cambiarla. C’è un legame stretto, fisico, tra la solidarietà, condividere il pane della terra, cioè aiuto, amicizia, sostegno, e l’Eucarestia, condividere il pane del cielo. “L’Eucaristia, sacramento dell’unità, alimenta la nostra appartenenza al corpo di Cristo e ci educa alla condivisione” (MH80). Nell’Eucarestia contempliamo la Chiesa di Cristo che ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della sofferenza, della povertà. Se condividiamo il pane del cielo, come non condividere quello della terra?
Ci aiuta il Vangelo di oggi che, come sempre, parla proprio di noi, pronuncia i nostri nomi, ci fa entrare nella storia. Gesù provò compassione, ma non rimase un’emozione e divenne una scelta, un servizio perché nessuno fosse perduto e per ricostruire la comunità intorno al Pastore buono. Il Friuli, quando tutto era perduto, ha sentito la vicinanza di migliaia di persone. La solidarietà nasce dalla compassione per una sofferenza terribile, che annichiliva e sfiniva, accompagnata sempre da tanta dignità. La compassione è come un gemellaggio personale e di comunità con l’altro, per cui quello che è suo è mio, e viceversa. Sperimentammo tutti la beatitudine di cui parla Gesù, la consolazione nella sofferenza, quella per cui anche chi consola piange con chi è nel pianto e per cui tutti sono consolati nell’amore. Colpiva che persone sconosciute facessero tutto per degli sconosciuti. Come sempre nella compassione e nella solidarietà che da questa deriva, poi in realtà non erano sconosciuti ma il prossimo. Lo erano sia chi ha avuto compassione e si è fatto carico, sia chi si è trovato per terra mezzo morto come a Resia nella terribile distruzione.
In quella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), Dio ci custodisce e ci sostiene. Vi eravate sentiti perduti perché tutto era crollato, in una scena che appariva incredibile, un incubo terribile e difficile da accettare. In quella desolazione che poteva far perdere ogni speranza si sono unite la vostra voglia e determinazione di ricostruire insieme alla solidarietà di tanti. Dio è il primo che ha compassione e si coinvolge: non è mai dall’alto in basso, da superiore a inferiore. Dio si è fatto inferiore per condividere tutta la nostra sofferenza e trasformarla in gioia. Dobbiamo dire che, invece, sono gli uomini che spesso restano indifferenti, distratti, passano dall’altra parte, fanno finta, si sentono troppo piccoli o troppo grandi per fare qualcosa. Gesù restituisce fiducia nello scetticismo, speranza nella rassegnazione, resurrezione nella morte. La compassione è il gemellaggio del cuore, luce che splende nelle tenebre, vita che vince il terribile duello con la morte. In questa solidarietà capiamo ciò che non finisce. La compassione di Gesù ha bisogno di noi per riparare il mondo e le persone, per guarirlo dalla sofferenza ma anche per riparare, nel senso di proteggere e custodire.
C’è un altro elemento della compassione di Gesù: la gratuità, cioè fare solo per amore, dono. E questo ricompensa tutti con l’unico denaro di Dio: l’amore, quello che celebriamo oggi. La compassione ci fa sentire fratelli e sorelle senza superiorità, supponenza, calcolo, e con il desiderio solo di amare e riparare. La compassione ci slega dall’amore per noi stessi e dal nostro individualismo e ci lega, ci unisce, sempre più a Cristo, e quindi al prossimo, diventando fraternità, amicizia. Dobbiamo, però, chiederci cosa avviene quando non c’è solidarietà, come avviene in buona parte delle sciagure e dei conflitti del mondo! Mons. Battisti parlò allora della “capacità d’amare” delle Chiese locali italiane creata dall’Eucarestia.
“Il gemellaggio delle vostre Diocesi con le comunità cristiane del Friuli è l’agape che ritesse l’unità della Chiesa. Così si rivela il volto della Chiesa, che sente suo il dolore di questi fratelli, che corre (quante centinaia di km!) per guarire da un male che è loro e vostro”. Aggiunse Battisti: “Il gemellaggio sarà utile anche alle vostre Diocesi: il dolore, il lutto, i disagi di questi fratelli che hanno perduto tutto saranno per voi una continua provocazione ad amare e perciò a diventare sempre più Chiesa del Signore. Renderete credibile la vostra Chiesa specie ai lontani. Il contatto con queste popolazioni aiuterà i vostri cristiani a riscoprire la gerarchia dei valori; quei valori primari essenziali che i friulani hanno duramente riscoperto piangendo e scavando fra le macerie: la vita, la famiglia, la casa”. È andata proprio così per la Chiesa di Bologna. Molti trascorsero l’inverno ’76-‘77 in quelle tende con tanto freddo e tanta neve, ma non si scoraggiarono e lavorarono sodo per costruire le casette. Freddo e calore umano tra volontari e gente del posto che “fumava” consolante gioia, come il fumante punch che le donne premurosamente portavano nei diversi punti di lavoro e di costruzione delle casette.
Vi fu una particolare attenzione ai bimbi di tutta la Valle e a coloro che avevano bisogno di aiuto per riparare la propria casa. Tecnici professionisti e ragazzi inesperti si adoperarono in lavori di ogni genere. Ricordo per tutti Don Alfonso, parroco di Resia, don Tarcisio Nardelli, Edgardo Monari e Aristide Govoni che, scherzando, dicevano che “la Beata Vergine di San Luca aveva steso un velo sopra di noi affinché fossimo preservati da incidenti e che per fare ciò, vista la scarsa professionalità di molti volontari, aveva fatto una gran fatica”. Il ricordo della sofferenza indicibile di chi allora ha visto il mondo cadere addosso divenne compassione per tanta sofferenza, e dimostrò che con poco si può fare molto, soprattutto se ognuno fa qualcosa. Tanti, poi, continuarono con l’impegno per Usokami, e senza Resia questo non sarebbe successo. In un mondo che si abitua a restare impassibile di fronte a tanta sofferenza, cinico o impotente, quello che si è vissuto allora ci aiuta ad essere sensibili ai tanti terremoti di oggi, a sentirli nostri, perché la compassione è quel sismografo del cuore da non staccare mai, che ci fa accorgere della sofferenza provocata dalle scosse terribili come quelle della povertà, dell’uso della forza, della violenza, della guerra. Per la compassione l’altro non è un numero, uno, ma è lui, quello lì.
Gesù ama ognuno come fosse tutto per Lui. La compassione genera fraternità. Non conoscevano nessuno ma ci volle veramente poco per instaurare un clima di grande collaborazione e amicizia. Molti ragazzi di città si cimentarono nei lavori contadini: con il rastrello, in gruppo si raccoglieva il fieno, si riempivano le gerle e nessun disagio pesava. C’è più gioia nel dare che nel ricevere, tutti abbiamo ricevuto dai resiani il regalo più bello, il pane condiviso, nel sudore del lavoro, nel freddo, negli ostacoli da oltrepassare. Quando nel capannone di Varcota venne celebrata un‘Eucarestia da Mons. Battisti e Mons. Cocchi, don Tarcisio scrisse: “Sentimmo realizzata la Parola che il Signore disse a Davide: non sarai tu a costruirmi una casa, ma io ti costruirò una casa. Il Signore aveva costruito la sua casa, la gioia di essere Chiesa, di essere comunità, famiglia. Non sono progetti, proposte umane ma la presenza del Signore che ciascuno di noi ha sentito presente e operante. Il vero miracolo è stata la comunione che si è creata lassù a Resia e qui a Bologna, tra le persone di ogni tipo, e tutti ci siamo sentiti comunità cristiana al di là delle nostre caratteristiche personali e di gruppo. Il Signore costruiva la sua casa”. Così fa Dio e così ci insegna a fare oggi per tanti.
To löpu bet izdë wkop ano upamo da bomo spet se vïdali anu da Madonica warijë näs anu ves svit (Dialetto resiano:). È bello essere qui e speriamo di rivederci, e che la Madonnina protegga noi e tutto il mondo.
