Celebrare insieme i Santi Pietro e Paolo indica quanto sia importante la comunione. In tempi di sfacciato individualismo, dove tutto quello che è comune sembra abbia meno valore, dove si devono affermare le capacità individuali sopra o senza gli altri, si devono imporle e difenderle, ecco che ricordare i due Apostoli assieme ha un enorme valore. Una festa per due perché insieme, complementari, come solo la comunione permette. La comunione è la pienezza della fraternità, dell’amicizia, del volersi bene tanto da essere una cosa sola, come sempre avviene quando si ama. Pietro e Paolo erano molto diversi umanamente. Ebbero anche una discussione aperta sull’annuncio del Vangelo a tutti, eppure sono fratelli secondo il Vangelo. La Chiesa non è un partito, e leggerla con quelle categorie e viverla in maniera “politica” come ci fossero quelli di Cefa e quelli di Paolo offende il Signore, e anche questa nostra Madre che non smette di generare l’amore di Gesù che ci insegna ad amarci gli uni gli altri. Chi segue Gesù vive una nuova amicizia umana: la comunione.
Diversità e unità, responsabilità e obbedienza, coscienza e libertà, privato e pubblico, non sono più antagonisti ma complementari! È il dono del pensarsi insieme, appunto, in comunione. Dio è comunione, tre persone che sono una, e la volontà di Gesù è che dove è Lui siamo anche noi, e siamo una cosa sola. Non uguali, ma insieme come solo l’amore può permettere. E la comunione è legame di amore che non annulla ma unisce. La comunità cristiana aveva un cuore solo e un’anima sola. Il contrario è l’individualismo, premessa e alleata della cultura della potenza, come la chiama Papa Leone XIV. Siamo una generazione dove amare sembra una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere. “L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio”. Ecco cos’è la comunione: legame interiore, affettivo, personale e comunitario, che ci unisce al Signore e dal quale nessuno ci può separare.
È il legame che sarà pieno in cielo. Pietro, infatti, è colui che presiede la comunione nella comunione. Dio ci vuole uniti in un’unica famiglia. La missione affidata a Pietro da Gesù è “navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio”. Ha detto Papa Leone XIV: “Pietro può fare questo perché lui stesso, peccatore, ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio, anche nell’ora del fallimento e del rinnegamento”. Questo è vero per tutti noi. Ma noi prendiamo sul serio l’amore di Dio? Lo ascoltiamo? Lo sentiamo lasciandogli spazio nella nostra vita e lo rendiamo concreto nelle nostre relazioni con gli altri? Seguiamo e amiamo Pietro nel suo servizio all’unità in un mondo segnato da tanta discordia, “ferito dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri”.
Se noi non siamo uniti non siamo credibili e siamo così esposti alla forza della potenza, deboli, perché solo l’amore può vincere. Papa Leone XIV, con tanta serena mitezza e umile forza, ci invita a liberarci da atteggiamenti malevoli, mai giustificati, cioè a smettere di giudicare e a scegliere sempre e comunque di amare la Chiesa e i fratelli. Chi offende e mormora contro Pietro è sempre alleato del divisore. L’attuale successore di Pietro lo ha detto con chiarezza: “Vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”. Sia sempre così intorno a lui, ma anche nelle nostre comunità, nelle nostre relazioni, liberandole da quello che le indebolisce o, peggio, le offende.
La comunione ci chiede piena responsabilità, esalta le nostre capacità, proprio perché per gli altri e non sopra o contro. Papa Leone XIV di se stesso ha detto che: “Pietro deve pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri, facendosi padrone delle persone a lui affidate; al contrario, a lui è richiesto di servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro: tutti, infatti, siamo costituiti «pietre vive», chiamati col nostro Battesimo a costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità. L’ho sperimentato tanto nel recente concistoro, universale, per una civiltà dell’amore e per contrastare la logica della potenza e perché l’amore di Cristo raggiunga tanti”. La comunione non è mai acquisita una volta per tutte. È sensibilissima, basta poco per ferirla, per inaridirla, anche solo servendosene e non servendola, dandola per scontata o come se non dipendesse da ciascuno. Gesù nutre continuamente la comunione con il suo amore, con la preghiera perché siamo una cosa sola, con la sua Parola, il suo corpo, lo Spirito per pensarsi insieme. Aiutiamo questa umana, affettiva, concreta circolazione di amore. La casa delle nostre comunità si costruisce solo sulla roccia di Pietro.
Non c’è fraternità senza il primato, la paternità che garantisce la nostra comunione. Le potenze degli inferi non prevarranno su di essa, ma non dimentichiamo che siamo deboli quando al centro ci mettiamo noi e non Cristo e che le forze del male ci provano continuamente. L’unica forza è amarci come Lui ci ama e metterlo sempre al centro della nostra vita personale e comunitaria. Lo Spirito Santo sa accordare i diversi strumenti musicali, facendo vibrare le corde del nostro cuore in un’unica melodia. Noi dobbiamo costruire fraternità, cioè parlare con tutti e attraverso il nostro amore mostrare l’amore di Cristo.
Ecco, Paolo ci ricorda lo spirito missionario che deve animarci, “senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”. La Chiesa è missionaria. Non è un club di auto-aiuto, ma la famiglia di Gesù che porta il pane di Cristo a tutti gli affamati, di quel pane di senso, di vita, di compagnia, di speranza. Siamo tutti chiamati a farlo. Invitiamo tutti a parlare insieme della Parola di Dio e del Signore! L’Apostolo ci insegni ad amare la Chiesa debole e contraddittoria com’è, ma sacramento dell’amore di Dio. Paolo ci accenda il cuore dell’urgenza di annunciare il Vangelo a tutti e di vivere con un cuore universale, largo, dove non c’è straniero, uomo, donna, greco, schiavo o libero, perché tutti figli dell’unico Dio dell’amore e della vita.
Insegnaci, Signore, a professare la fede in te, per essere beati, per essere pietre vive della Chiesa che scioglie gli uomini dall’amore per sé e li lega nel vincolo dell’amore eterno. Perché “Tu sei veramente il Figlio di Dio”.
