Omelia nella Messa in preparazione alla Visita del Santo Padre a Rimini

L’attesa ci aiuta a vivere l’incontro. Tutta la vita in fondo è un’attesa. Vogliamo sentire con noi i tanti che non conosciamo, ma che attendono, che cercano, gli assetati che desiderano acqua perché nel deserto non c‘è, ma se c’è sete vuol dire che c’è l’acqua anche se non so dove trovarla, i lontani che domandano qualcuno che si faccia vicino, i perduti che chiedono di essere trovati. E con loro anche i tantissimi riminesi e romagnoli che qui sono presenti, e i turisti che non sono stranieri nel Signore, particolarmente accolti in questo tempo estivo. Noi tendiamo a cancellare l’attesa, pensandola tempo perso in un attivismo che perde il senso e il perché delle cose, sentendoci smarriti proprio perché dobbiamo aspettare, preparare, scegliere, senza vedere subito il risultato. Noi non sappiamo attendere. La logica prestazionale, l’esibizione di sé, il possesso come modalità di relazione, richiedono la verifica immediata, assecondata da relazioni digitali che sollecitano solo la rapida reazione e la superficiale epidermide mentre disprezzano la faticosa e lenta interiorità. Questa, infatti, ha bisogno di tempo, di insistenza, di cambiamento. Viviamo così sempre legati al presente che prepariamo poco il futuro. La vita è l’arte dell’incontro, citò Papa Francesco nella Fratelli Tutti per aiutarci a vivere, per imparare a incontrare e a preparare un cuore attento, pieno di spirito, cioè di amore. Gesù cerca tutti i modi per incontrarci, per strapparci dalla chiusura o dalla distrazione, per penetrare la rassegnazione, la scontentezza, il banale egocentrismo per il quale mi accorgo solo di quello che penso mi serva, come se ogni incontro non fosse, in realtà, già sempre qualcosa di importante se pieno di amore. L’arte dell’incontro è l’amore che rende l’imprevisto, fastidioso e cruento, di un uomo mezzo morto trovato lungo la strada, l’occasione per trovare il prossimo. L’arte dell’incontro è il dialogo con il forestiero curioso, poco informato e quasi un po’ invadente, nell’incontro che cambia inaspettatamente e definitivamente la vita. Lo Spirito rende nuove tutte le cose, e ci apre gli occhi del cuore, quelli che rendono una vita ordinaria straordinaria, come solo l’amore può fare, e non perché dobbiamo inventare sempre qualcosa, che poi diventa la qualunque, o riempirla di emozioni, quelle sì alla fine sempre uguali. E in ogni incontro possiamo trovare il riflesso dell’amore di Dio, vedere l’infinito, l’eterno, quello che resta, la bellezza che mi fa capire il suo autore, cantare, insomma, stupiti con la nostra vita il Cantico delle creature. Non è che non ci rendiamo conto dei problemi e della fatica, ma un amore così forte sa trasformare anche le avversità in perfetta letizia, perché piene dell’amore di Dio che non garantisce un po’ di benessere ma sempre la luce e la forza del suo amore. Gesù sulla barca dormiva non perché distratto, distaccato dalle fatiche della navigazione, ma perché pieno di fiducia nel Padre e affidandosi a Lui.

 L’incontro con Papa Leone XIV è con il successore di Pietro, e anche di Francesco e, guardate è anche l’incontro con noi stessi. Capiamo chi siamo, e il dono della nostra vita, non aumentando la risoluzione digitale del nostro io, come Narciso, ma trovando l’Altro. Il successore di Pietro ci conferma nella fede, ci aiuta a comprendere la bellezza dell’essere Chiesa e di essere in comunione con colui che presiede nella comunione e, quindi, con la barca fragile e fortissima che guida. Confermare non è mai assecondare, come pigramente o presuntuosamente desidereremmo e come la regola ipocrita del falso rispetto impone; non è nemmeno l’esame di un giudice o di un fiscalista, da cui finiremmo inevitabilmente per difenderci. È un padre, per il quale cerchiamo di essere migliori, non altri ma noi stessi, consapevoli anche di quello a cui siamo chiamati. Perché essere confermati, come sempre, è anche aiutare, servire questa comunione, sostenendoci a vicenda con la testimonianza della nostra fede. La comunione è sempre circolare. Non dobbiamo mai pensare che sia la stessa cosa se cambiamo o restiamo uguali, se amiamo o no, se doniamo o teniamo per noi. L’indifferenza fa credere che non ci siano conseguenze, mentre sappiamo che se c’è la passione dei fratelli, se ci sono il coraggio, la testimonianza, la creatività, queste cose fanno bene a tutto il delicatissimo organismo della Chiesa, quello che Papa Leone XIV – non dimentichiamo mai di pregare per lui – rappresenta. La sua e nostra fragile barca deve affrontare grandi sconvolgimenti. Si misura con la forza delle onde, con le tante avversità e con quel nemico che non prevarrà se ci affidiamo a Dio, mentre prevarrà se contiamo sul nostro protagonismo. E quando il nemico, che sempre la minaccia, il fumo di satana avrebbe detto Paolo VI, inquina, intossica, condiziona la comunione, nel modo peggiore usando lo zelo mal posto e blasfemo perché divisivo e non crede allo Spirito, la barca sperimenta la sua fragilità. E noi con essa. Il Signore, non dimentichiamolo, è sempre con noi, anzi è Lui la nostra forza, quella che la paura fa credere inesistente, paura per la quale ci arrendiamo di fronte al male o pensiamo che dobbiamo avere una forza identica per contrastarlo. E dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa! Cosa ci chiede allora questa visita? Accrescere la nostra fede, ascoltando e mettendo in pratica. Un fratello chiamato a essere Padre. In un suo discorso Papa Giovanni XXIII manifestò, non senza sorpresa di qualcuno, la sinodalità, cioè la comunione: “La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato Padre per la volontà di Nostro Signore, ma tutt’insieme: paternità e fraternità e grazia di Dio, tutto, tutto! Continuiamo, dunque, a volerci bene, a volerci bene così, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro, cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello – se c’è – qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. Niente: Fratres sumus!”. Pietro guida alla comunione con Cristo e con la Chiesa universale. La sua visita ci fa sentire parte di questa, allarga il confine a volte angusto delle nostre comunità e della nostra Chiesa e, allo stesso tempo, valorizza il nostro radicamento. Papa Leone XIV ci ha chiesto qualcosa e ha scritto: “A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11). Questo è il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare” (MH 16). Ha spiegato fin dalla sua prima omelia come lui viene: “Vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia. Amore e unità: queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù. La Chiesa di Roma presiede nella carità e la sua vera autorità è la carità di Cristo. Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù”. Tutti siamo costituiti «pietre vive» (1Pt 2,5), chiamati col nostro Battesimo a costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità. Le onde in questo nostro tempo sono “troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”. Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore nel quale costruire case di pace e di non violenza, costruire intorno al Signore comunità con il dono di noi stessi, tessendo relazioni che comunicano il suo amore. “La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale”.

Ecco come prepararci ad accoglierlo! Ecco quello che cerca. Indica la nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, “non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”.

Il vostro, e nostro, don Oreste Benzi, che gioisce dal cielo, ci ricorda di disarmare il nostro cuore, di imparare a guardare l’altro. “Prima di tutto bisogna creare relazione. Altrimenti non è possibile parlare, si predica!”. “La persona che viene a te perché ha bisogno, prima ancora che tu le risolva il bisogno ti chiede di volergli bene.  Noi siamo tentati di incontrarci con il bisogno che la gente ha e non con la gente che ha bisogno”. E infine ci confida il suo segreto: “Non dite mai male di nessuno. Quando uno è abituato a dire male vede il male anche dove non c’è. Vedete sempre il bene, fate la prova!”. Ringraziamo del dono di questa visita, la attendiamo preparando il nostro cuore e le nostre comunità, disarmando e cantando la gioia di essere in comunione con Dio e con la sua Chiesa.

Tempio Malatestiano - Rimini
30/06/2026
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