L’accoglienza apre al futuro. Non lo capisci all’impronta, come piace a noi pigri e bulimici di risultati. Quella donna trattiene Eliseo e la sua accoglienza significa un legame, tanto che Eliseo torna da lei. Le porte chiuse respingono, non permettono l’incontro, incattiviscono il prossimo e non fanno accorgere i tanti doni che il Signore ci manda. Chi conserva la vita la perde, perché non trova l’altro. Solo l’accoglienza permette di conoscere. Anche con il Signore c’è bisogno di un incontro: non conosciamo una formula, una regola, ma una persona, un amore che non smettiamo di capire e che conosciamo solo se viviamo con il nostro il suo amore. La donna vuole che l’altro entri a far parte della sua vita e per questo costruisce una stanza per lui. Così trova vita. Eliseo chiede cosa si può fare per lei. Chi accoglie sarà accolto e trova il suo futuro. Sappiamo che la donna rispose dicendo di non mentire alla tua serva.
La donna era segnata dall’amarezza, dalla disillusione. Non vuole soffrire di nuovo, tanto che dice a Eliseo che non deve prendersi gioco di lei. Quanta rassegnazione abita nei nostri cuori! Abbiamo paura di sperare perché feriti dalle inevitabili delusioni. La Parola di Dio è più forte di queste e accende, anche contro il nostro triste realismo, la speranza. Chi accoglie la Parola di Dio e la mette in pratica accoglie il prossimo e sperimenta la vita nuova che l’incontro genera. Gesù vuole donarci la risposta alla domanda sul nostro futuro. Per questo mette in chiaro cosa significa volergli bene. Il suo Vangelo è tutt’altro che un tranquillante accomodante. Il suo è un amore vero, esigente, radicale. Lui non dona qualcosa di sé.
Dona tutto se stesso, perché questa è la logica dell’amore. Gesù dice che non puoi amare il padre o la madre più di lui perché non è degno di lui. Il suo non è un problema di classifiche, chi amiamo di più, di convenienze, di importanza. L’amore rende tutti importanti e la ricompensa, come sappiamo, è una sola per tutti e libera dal calcolo. Se amiamo il Signore più di tutto e di tutti siamo liberi dall’idea del possesso, della convenienza, della ricompensa. Chi fa tutto per il Signore impara a donare tutto a tutti. Chi ama il Signore più di tutto impara ad amare il padre, la madre, il fratello, la sorella! Per il mondo una vita così è considerata inutile, tanto più in una stagione di sfacciata potenza personale, di esibizione di sé per mostrare la potenza nell’arroganza, nella capacità dimenticando che la nostra forza è quella dell’amare, che è esattamente il contrario del possedere perché amare è donare. Ricevi se doni.
Gesù non chiede un amore come se fosse il prezzo da pagare per poi starsene tranquilli o pensare di avere avuto successo. È un amore unico e più di tutto perché sia per tutti. Gesù aggiunge che bisogna prendere la propria croce. Seguire Gesù comporta sempre dare vita, perdere la propria vita per il Vangelo, vincendo le avversità anche con il sangue. Per amore prendiamo la nostra debolezza e seguiamo la sua Parola, non per stare male ma per trovare gioia, senso, risposta. I sacerdoti dell’individualismo, rassicuranti e convincenti, fanno gioire esattamente con il contrario! Ripetono con insistenza: Pensa per te. Salva te stesso! Invece chi accoglie voi, accoglie me. Cioè il vostro amore è il mio se il vostro è unito a me.
Tutti possiamo essere riflesso, indegnamente, dell’amore che il Signore ci dona, e di farlo vedere attraverso il nostro che entra nella storia e la cambia. Voler bene è anche dare solo un bicchiere d’acqua, anche uno solo, ai piccoli. È possibile a tutti, perché vuol dire gentilezza verso chi ha sete, non cercare il grande gesto che, poi, inevitabilmente non facciamo mai, sollevare un poco da una situazione difficile che richiede visita, cura, attenzione. In un mondo in cui regna la violenza, in cui la guerra sembra prendere i primi posti, possiamo mostrare che solo chi regala la vita, chi lo fa per il Signore e non per se stesso, trova il senso. Sappiamo che ci vengono i dubbi: cosa resta? Troverò qualcosa? Come faccio a capire? Vorremmo prima vedere il frutto per potere lasciare con sicurezza, mentre ci è chiesto di fidarci, perdere per trovare. Non diventa tutto anonimo, non perdo quello che non possiedo e che non esibisco? Anche a Pietro venne il dubbio. In realtà, a bene vedere, abbiamo trovato il cento volte tanto, molto di più del poco che abbiamo lasciato.
Oggi ringraziamo don Giuseppe che celebra il suo cinquantesimo di sacerdozio! Cinquant’anni sono un periodo lungo che tutti facciamo nostro. Con lui celebriamo l’amore del Signore, la sua fedeltà, sempre tanto più grande del nostro cuore, la sua misericordia tanto più del nostro peccato. Dio ci cambia amandoci e non perché siamo perfetti, ci rende suoi, perfetti solo perché amati da Lui. È una Madre che ci fa sentire a casa perché ci fa scoprire fratelli e sorelle, e ci fa essere noi fratelli e sorelle per gli altri. Don Giuseppe si è sentito a casa ovunque, dove c’è il Signore e dove ci sono i suoi fratelli da amare. Per lui nessuno è mai stato straniero. Ha attraversato tante comunità senza mai smettere di essere un uomo in cammino, sempre pronto ad andare, ad ascoltare. Tanti, incontrandolo, hanno potuto dire quello che disse quella donna: “Qui passa un uomo di Dio”.
Non un uomo perfetto. Un uomo di Dio, perché la nostra fedeltà è sempre unita al nostro peccato e al limite. Ha sempre parlato con franchezza, con schiettezza lombarda, che qualche volta punge, sempre cercando una grande libertà interiore e aiutando a mettersi di fronte a Gesù. Caro Giuseppe, hai preferito dire la verità piuttosto che cercare il consenso, scorticando se serve ma sempre per mostrare l’amore pieno di Gesù. Hai aperto la casa del tuo cuore ai piccoli che sono stati sempre profeti di amore, come lo saranno nell’ultimo giorno. Penso alla Mensa e alla Caritas. Quanti bicchieri d’acqua hai distribuito in questi cinquant’anni! A cosa servono? A tutto! Fanno sentire l’altro importante, amato. Non dobbiamo calcolarlo noi. Sono un sorriso, un ascolto, una visita, un ricordo, un po’ di sollievo. In quel bicchiere c’è Gesù, e Gesù è il primo dei piccoli che lo ricorderà.
Penso anche ai tuoi dodici anni a Roma, dove sei andato attratto dall’aiutare la missione. Avvenne nel 2000. Ti mettesti, già adulto, a disposizione di chi aveva bisogno di preti. Era già nella tua storia, quando dopo il terremoto del 1980 in Irpinia avevi partecipato al gemellaggio della Diocesi di Lodi con la Diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia, andando lì a turno per un anno per mostrare la forza del Vangelo e la credibilità dell’Annuncio. Hai detto: «Nella Chiesa siamo diventati troppo autoreferenziali, sia come clero che come laici. Occorre sapersi mettere all’ascolto dell’altro. Io per tendenza innata sono un pessimista. Ma come dice Papa Francesco non si deve essere per forza ottimisti, ma uomini di speranza». E noi chiediamo al Signore che ti conceda molti anni di ministero, perché la Chiesa possa continuare a beneficiare della tua presenza, del tuo servizio e della tua amicizia.
Grazie perché hai amato la Chiesa senza idealizzarla. Grazie perché hai cercato di costruire comunità, ti sei sentito comunità, in luoghi di incontro tra la nostra umanità concreta e Dio. Caro Giuseppe, continua ad essere quell’uomo di Dio che passa in mezzo al suo popolo. Continua a mettere Cristo al centro. Continua a voler bene alla Chiesa. Che il Signore ti custodisca nella gioia semplice del Vangelo. E che, guardando la tua vita, tanti possano ancora dire, come la donna di Sunem: “So che è un uomo di Dio, colui che passa sempre da noi”. Sia così. Amen.
