“L’ardente aspettativa della creazione”. L’Apostolo parla di un’attesa di tutto e di tutti, della vita, del creato e delle creature. Il Vangelo ci apre gli occhi sulla storia, ci strappa dal ridurre tutto al possesso e, quindi, ci aiuta a capire la nostra attesa e la nostra storia. L’ardente aspettativa della creazione è quella domanda scritta in ognuno di noi, nella nostra debolezza, nell’attesa di futuro, di vita, di capire e conservare ciò che non finisce, di non perdere quello che abbiamo, di cercare luce che penetri le tenebre, amore più forte del male. Tutti portiamo, a volte senza consapevolezza, questa domanda. Diventa lacerante quando siamo costretti a porcela perché sbattiamo, dolorosamente, contro il limite della vita, che, come abbiamo ascoltato, è stata “sottoposta alla caducità”, “non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta”. La volontà di Dio è e sarà quella di renderla eterna, piena, e Gesù è venuto per mostrare questa volontà, quella che chiediamo sia fatta nel Padre Nostro, impegnandoci, ovviamente, noi per primi a farla! Che niente vada perduto.
Tutti sperimentiamo la caducità e quindi anche la delusione, lo smarrimento, il fallimento quando questo avviene. A volte facciamo finta che non ci sia. Quanta sofferenza della creazione che geme e soffre! Penso a quando sperimentiamo la nostra personale sofferenza, quando la caducità umilia la nostra vita, la trasforma, la rovina o quando ci strappa dalle persone che amiamo. Quanta sofferenza in chi è travolto dalla guerra e cerca pace, in chi precipitato nel buio della disperazione cerca luce, in chi è perduto nell’immensità del mare della solitudine o dell’indifferenza! In realtà, tutti cerchiamo futuro e risposte. Spesso le cerchiamo nelle cose, nell’affermazione di sé, nel possesso, accumulando. E non le troviamo! Gesù ci insegna a trovare la risposta. Parla del seme e Lui, che è il seme, è venuto a fare il seminatore. Gesù è venuto a gettare nel cuore di ognuno di noi e nel cuore del mondo il seme del suo amore, perché la Parola di Dio è il suo amore.
Non è una regola, un codice, una lezione: è amore, per aiutarci ad amare facendoci sentire amati. Per questo dobbiamo leggerla e accoglierla. Nel seme c’è già il frutto. Lo contiene ma non lo capiamo esaminandolo, sezionandolo, interpretandolo, come facciamo continuamente. Il frutto lo troviamo solo gettandolo a terra e donandolo perché si apra. Così è anche della nostra vita: se ce la teniamo stretta non serve, e possiamo metterla anche in contenitori preziosi ma rimane inutile. La perdiamo! La vita deve cadere a terra, donarsi per dare frutto e quindi restare. Il seminatore stesso non sa tutto ciò che accadrà, ma sa che se non semina non si raccoglie e che quel seme darà frutto.
Ma deve perderlo. Lui non se lo deve tenere e il seme deve morire nella terra. Il cuore di ognuno di noi è insieme sassoso, cioèorgoglioso e quindi resistente; si riempie di rovi, preoccupazioni che distraggono, che appaiono rapidamente e illudono, che rendono impazienti e dissipano il nostro cuore dietro a preoccupazioni che non contano. A volte abbiamo poca terra, siamo superficiali, riduciamo tutto a emozione epidermica e, sollecitati da quelle infinite dello schermo, finiamo per perdere quello che conta e non andiamo nella profondità della nostra vita, il cuore. Gesù, il seminatore, non si scandalizza di questo! Semina lo stesso e con tanta larghezza, perché sa che in ognuno di noi c’è il terreno buono e gli interessa che almeno un poco del frutto lo raggiunga perché quel terreno dia frutto. I farisei condannerebbero. Gesù è interessato alla terra buona. E la terra buona c’è anche negli altri, in tutti, anche se a volte ci sembra che siano solo sassi e spine!
Non dobbiamo dimenticarlo! Chi ascolta la Parola, e la comprende, darà frutto. Che vuol dire: la comprende? È un problema di studio, di perfezione? No, solo di farla propria, di sentirla per sé, di metterci cuore, cioè l’amore, senza riserve e convenienze. Come i bambini: affidandosi. Il seme ha bisogno di tempo, cresce poco alla volta, gradualmente. Gesù non esige tutto subito, ma solo che ci mettiamo il cuore.
Ricordiamoci che anche il diavolo, il male, il divisore, semina continuamente il male, spesso di notte quando il mondo dorme nella sicurezza e nell’illusione. E anche il male fa crescere tanti frutti terribili, e che poi nessuno controlla e che diventano quel vortice che fa cadere tutti nella voragine dell’odio, della violenza, della guerra, di quella guerra che arriviamo a dire che è giusta, che prepariamo e sentiamo come indispensabile fare tanto ne siamo irretiti. Poi non si ricorda più il male seminato e fatto di incomprensione, di incomunicabilità, di rancore, di pregiudizio, di inganno accettato, di indifferenza, di giudizi e dileggi. Alcuni giustificano la violenza con l’ideologia che fa credere di essere nel giusto. Si può essere nel giusto e uccidere qualcuno?
Oggi ricordiamo una vittima della violenza, don Giuseppe Rasori, parroco buono e zelante, che per 38 anni ha guidato, operoso e sagace, questa comunità. Sono passati ottant’anni, ma giustamente il ricordo lo portiamo con noi. L’odio crebbe anche con le chiacchiere, nella malevolenza, nel pregiudizio, calcolato o ideologico che fosse, per cui si arriva a demonizzare l’altro, a renderlo un obiettivo, a tal punto un nemico che sia quasi autorizzata o addirittura necessaria la violenza. La manipolazione e la menzogna, anche nell’uso dei mezzi di comunicazione, giustificano la reazione violenta e soprattutto un’idea di forza.
Tanti preti vennero uccisi, martiri, prima e dopo la Guerra, perché hanno testimoniato l’amore e sono rimasti a difendere le loro comunità. Hanno sempre parlato la lingua di Abele anche quando intorno c’era solo quella di Caino che non sapeva più parlare con rispetto, pazienza, umanità. Viviamo in una stagione di potenza, come scrive Papa Leone XIV, pericolosa, perché istiga il diritto della forza e scatena il vortice per essere più forti. Papa Leone XIV si augura che “la coscienza della dignità umana non venga offuscata sotto la pressione di nuove ideologie o di determinati interessi molto potenti nel mondo di oggi”. Guardate come si diventa disumani tanto da non saper piangere per la violenza, da non trovare più parole di riconciliazione, da fare crescere l’odio, accarezzarlo, usarlo! E si può perdere l’umanità! Per questo, anche pensando ai tanti testimoni che hanno donato la loro vita, dobbiamo gettare nella terra delle nostre relazioni il piccolo seme del Vangelo, cioè del suo amore. Pensiamo pure ai tanti cristiani e ai tanti preti che sono stati uccisi dall’odio. Gesù ci ha manifestato il vero volto di Dio, la sua infinita compassione per l’umanità. Quante donne e uomini, religiose e religiosi, laici e sacerdoti, pagano con la vita la fedeltà al Vangelo, l’impegno per la giustizia, la lotta per la libertà religiosa laddove è ancora violata, la solidarietà con i più poveri! Non possiamo e non vogliamo dimenticare, perché il ricordo ci invita a non avere paura di far crescere nel nostro cuore il seme del Vangelo, perché questo dia frutti di amore, di umanità, quelli che vincono il male.
Papa Leone XIV parlò, ricordando proprio i martiri cristiani, di un bambino pakistano, Abish Masih, ucciso in un attentato contro la Chiesa Cattolica, che aveva scritto sul proprio quaderno: «Making the world a better place», «rendere il mondo un posto migliore». Il seme lo abbiamo. La creazione e le creature non aspettano altro. Il sogno di questo bambino ci sproni a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere insieme lievito di un’umanità pacifica e fraterna. Iniziamo da noi, che possiamo seminare con la nostra vita. Don Giuseppe ci ispiri e ci incoraggi con la sua testimonianza di amore.
