“Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo”. Giusto è chi ama e combatte il male anche quando non conviene. Giusto è chi si spende per ciò che è di tutti. Giusto è Gesù e la sua giustizia, pienezza di amore. Il giudizio di Dio è quello di cui tutti abbiamo un gran bisogno, perché ci mette senza diaframmi di fronte a noi stessi, alle nostre scelte e alle conseguenze di queste. È giudizio liberante perché di salvezza. Dio è sempre il nostro migliore avvocato! Quando però non crediamo che il suo amore è sempre più grande del nostro cuore, e che per Lui non saremo mai solo la nostra colpa, restiamo soli. Il vero inferno è non credere all’amore, facendo di questo un possesso, usandolo ma senza donarlo, sfruttandolo, giocando da irresponsabili, facendoci noi Dio annullando così Dio. L’inferno è la diffidenza o la rassegnazione per la quale ci giudichiamo da soli. Non c’è perdono da soli.
Il Salmo ci ha fatto pregare dicendo che il giusto è chi “non entra nel consiglio dei malvagi, non si ferma nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti”. Colui, insomma, che non ne diventa complice, non si lascia irretire, o anche solo intimidire, non si fa corrompere, comprese le piccole convenienze, non accetta preferenze perché è giusto con tutti. Le Beatitudini significano gioia sulla terra, trovare oggi quello che non finisce e che dà senso e pienezza alla nostra avventura umana, che rende il mondo non più un inferno. Il risultato è che il giusto diventa “come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa riesce bene”.
Lo capiamo bene oggi ricordando, con affetto e riconoscenza, un uomo giusto che ha amato e difeso la giustizia e che, consapevolmente, ha affrontato i rischi del suo servizio. Lo ricordiamo in uno dei luoghi più alti della giustizia. Quando venni pochi mesi or sono in questa stessa aula per celebrare il Beato Livatino mi cadde l’occhio su questa lapide e sui nomi che essa riporta. Livatino aveva detto: “L’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”. Ecco, tutti loro sono uniti dalla stessa passione, dal sacrificio per il bene comune, a volte purtroppo non accompagnato da piena solidarietà – come dovrebbe essere – per affrontare le trame oscure e tragiche del male. Dobbiamo ricordarci il dolore causato da questo assassinio, vile e causato da vigliacchi, per capire e scegliere. Partiamo sempre dal dolore per capire il male, per non abituarsi mai a questo, per sapere piangere, scegliere, e rifiutare ogni complicità.
Riprenderò due commenti che ci aiutano a rivivere quelle emozioni. Inizio con le parole che pronunciò Paolo VI, la domenica successiva, all’Angelus in Piazza San Pietro. Usava il noi, senza nessun trionfalismo e con tanta e sofferta responsabilità, perché parlava a nome di quel bellissimo, universale e delicatissimo noi che è la Chiesa. “Noi non possiamo, ancor meno d’ogni altro uomo assetato di giustizia e di bontà, essere insensibili all’urto morale che l’uccisione vile e folle del magistrato Vittorio Occorsio, nella tristissima corona d’altri simili delitti – Papa Paolo VI aveva in mente quanto era avvenuto solo un mese prima, l’8 giugno, in una stradina di Genova, quando venne ucciso Francesco Coco, Procuratore Capo presso la Corte D’appello nel capoluogo ligure, l’agente di scorta e il carabiniere che gli faceva da autista, Giovanni Saponara e Antioco Deiana – produce nel nostro animo, nella nostra concezione civile del diritto e della giustizia, e specialmente nella nostra sensibilità cristiana. Invitiamo perciò voi tutti, partecipi di questa nostra cordiale preghiera festiva, a curvare con noi il capo davanti a questa vittima proditoriamente colpita nell’esercizio d’un intangibile dovere; a rivolgere il vostro pensiero a Dio in suo spirituale suffragio, ed a conforto dei familiari afflitti per così acerba sciagura; a ripensare alla denuncia che tanto triste ed emblematico avvenimento rivela dello spirito rivoluzionario e vendicativo invalso nella mentalità di molti ed infelici figli del nostro tempo.
Soltanto vincendo il male col bene potremo superare questi fenomeni di aberrante socialità; e ristabilendo nella coscienza di tutti il senso del sacro rispetto alla vita, del quale il Dio Padre nostro è vindice e tutore, potremo restaurare la fratellanza che fa civili gli uomini. Preghiamo dunque e speriamo”. Basterebbe questo. L’urto morale, curvare il capo davanti alla vittima, intangibile dovere, acerba sciagura, infelici figli, sacro rispetto, Dio vindice e tutore, fratellanza che fa civili gli uomini. Tutto qui. La fratellanza ci fa civili e cristiani.
Vorrei rivivere con voi il dolore dei suoi cari prendendo le parole del figlio, parole che mi hanno commosso tanto. Per certi versi, lo sappiamo, l’angoscioso sbigottimento non ha mai fine. Occorsio è appena uscito dal garage della sua abitazione, a bordo della propria autovettura, una Fiat 125. È diretto in Tribunale perché di turno presso la VII sezione penale. È il suo ultimo giorno di lavoro prima delle ferie: non ha più la scorta da oltre un mese, malgrado in città campeggino ancora le scritte contro il magistrato. Racconta il figlio: «All’improvviso un rumore assurdo, pazzesco. Sembrava, sai, quando si rompe una saracinesca e rotola giù all’improvviso. Era una raffica di mitra. Dopo qualche decimo di secondo un’altra. Ancora dentro il portone mi sono venuti incontro i portieri, Tonino e Diana, gridando e piangendo. Gli ho chiesto “Ditemi solo se è morto”. Mi ha risposto Diana, urlando “è morto, è morto”.
Poi credo che abbiano tentato di fermarmi ma è stato inutile, sono corso di fuori, proprio mentre passava di fronte al portone un’Alfetta dei carabinieri a sirene spiegate. Fuori casa, in quel caldo atroce di luglio, ho caracollato per i cinquanta metri di discesa fino a via del Giuba dove c’era la macchina e lui raggomitolato sul fianco, un piede fuori perché aveva cercato di uscire e di rotolarsi dietro la macchina per pararsi dai colpi. Aveva un vestito marrone, si era tolto la giacca. La cravatta pendeva, e lui era coperto da un lago incredibile di sangue, che continuava ad allargarsi sull’asfalto. Era ferito alla testa e a un braccio, quello con il quale aveva cercato di ripararsi. Mi sono proteso come per toccarlo, non hai idea di come è diverso un corpo morto da uno vivo, sembrava un fantoccio, sembrava finto. Avvertii chiaramente che la vita lo aveva lasciato. Qualcuno mi ha fermato e mi ha riaccompagnato al portone. In quel momento è arrivata un’ambulanza. Si è fermata, ha spento i motori ed è rimasta lì in silenzio, come in silenzio erano tutti. Mi sono girato, e quella è l’ultima immagine di mio padre. Ora dovevo evitare di svenire, raccogliere le forze e telefonare a mia madre.
Le ho detto “vieni che è successo qualcosa a papà”. “Come — fu la risposta — cosa è successo? È stato sequestrato?”. “No, è ferito, ma vieni, vieni subito”. Mamma mi passò mio nonno, suo padre, che mi chiese ancora: “ma dobbiamo venire subito?”. Arrivarono molto rapidamente su una macchina a noleggio con autista. Mamma ebbe una reazione composta, straordinaria. Qualcuno, intanto, aveva chiamato anche Susanna, mia sorella, che arrivò invece diverse ore dopo, e aveva una camicetta blu con i ricami, non la dimenticherò mai. Aveva le sopracciglia ancora intrise di sale sui suoi begli occhi azzurri, come di qualcuno che è stato tirato fuori dal mare in fretta, e mi chiese: “Ma perché tutta questa gente?”. Io la trascinai in camera sua, chiusi la porta, le dissi la verità e lei, invece, ebbe una reazione di rabbia, violenta, cominciò a scaraventare oggetti contro i muri gridando “Perché? Perché?”».
È la domanda. Perché? Come si arriva a produrre questo? L’ideologia, i pregiudizi e la presunzione rendono folli, la presunzione della verità che, se offende la persona qualunque essa sia, non è mai accettabile ed è solo follia. La persona, qualunque sia, non è mai un effetto collaterale, è il centro di tutto. Se lo perdi, perdi tutto, anche te stesso. L’odio, le ideologizzazioni, l’utopia del superuomo, l’adrenalina del combattente che fa credere di poter vivere e agire al di sopra della legge morale aiutano a rispondere alla domanda di come è possibile arrivare a questo; sia che lo si faccia per biechi interessi economici o di potere personale come quelli delle mafie, sia che lo si faccia pensando di difendere così una convinzione, un presunto cambiamento, un ideale divenuto ideologia, arrivando a immaginare e decidere stragi, omicidi, tentativi di sovvertire le istituzioni. Il filo che unisce queste terribili stragi e uccisioni, compresa quella di Piazza Fontana e poi arriverà quella di Bologna, era proprio oggetto dell’indagine del giudice Occorsio. Dobbiamo interrogarci sempre sul terreno di coltura della violenza, mai illudersi di esserne protetti, a cominciare dalle parole, da cattivi maestri, da enfasi mal poste, dall’accettazione per cui la scritta «10, 100, 1000 Occorsio» era ancora ricorrente sui muri di Roma anni dopo l’omicidio, del dileggio dell’avversario che diventa nemico, del prossimo trasformato in bersaglio. Queste trame, qualsiasi colore abbiano, vanno condannate sempre, anche quando approfittano di opacità o debolezze delle istituzioni.
Mai perdere la vigilanza, quella che richiede di fare esattamente il contrario, praticare la giustizia, il dialogo, il confronto, il rispetto. Vittorio Occorsio con coraggio – lui veramente un perseguitato a causa della giustizia e attaccato anche da sponde opposte a causa della sua imparzialità – ha difeso il bene comune con serietà, rigore, indipendenza, sobrietà, professionalità. Non conobbe altro indirizzo politico che quello fissato dalla Costituzione. Era un democratico nel senso più letterale e genuino del termine, un repubblicano nel senso che difendeva la Repubblica nella sua essenza, un uomo convinto che ci sono delle regole e queste regole vanno fatte rispettare perché sono stabilite nell’interesse di tutti e della civile convivenza. Aveva sempre voluto fare il magistrato, fin da quando frequentava il Giulio Cesare e conobbe una ragazza di qualche anno più giovane, Emilia che per tutti è sempre stata Lilia, e che abitava nello stesso palazzo a Corso Trieste. Nel 1957 è entrato in magistratura, Pretura di Roma,
Pubblico Ministero assai scrupoloso nel raccogliere le prove della colpevolezza dell’imputato, nel capire dal profondo la psicologia che aveva motivato l’imputato non già per mitigare la durezza delle pene in nome dell’interesse collettivo, ma per predisporre la parte lesa alla comprensione e al perdono, per capirne le cause, per lottare contro la filosofia della vendetta. La giustizia è cieca perché non fa preferenze ma ci vede bene per capire l’autore e per impostare la risposta ai crimini, anche i più odiosi e assurdi, entro i limiti delle regole della nostra grande civiltà. Serve solo comminare punizioni giuste, mai eccessive, nulla che sappia di vendetta. Non serve rincorrere il giustizialismo, pericoloso, in realtà, soprattutto per la giustizia. La memoria permette, come avviene con l’importantissima Giornata del 9 maggio, di cercare una vera riparazione, senza che questa significhi minimamente rimozione, banalizzazione, oblio dell’ingiustizia e del dolore. Riparare è azione essenziale per una società che vuole andare avanti; ma ciò è possibile a partire dalla memoria piena di dolore e dal riconoscimento del male e del dolore prodotti, senza attenuazioni.
La Beatitudine di chi ha fame e sete della giustizia, cioè non può vivere senza perché è nutrimento indispensabile, non è uno stato etereo, ineffabile, fuori dalla storia, ma è vittoria, con ciò che richiede, sul male e sulle complicità degli uomini. Conoscere il dolore dell’altro potrà aiutare, c’è sempre tempo, pure per la via del pentimento, perché anche quelli che non l’hanno ancora fatto tirino fuori, con coraggio e sincerità, tutto ciò che sanno e che ha portato a quest’ondata di follia gratuita, vile ed efferata. E proprio oggi lo sentiamo quanto sia necessario aiutare la giustizia, con il concorso di tutti e nell’intangibile equilibrio dei poteri, sempre, da parte di tutti, cambiando ciò che è necessario perché la giustizia svolga al meglio il suo indispensabile servizio nella casa comune. La memoria di Vittorio Occorsio, del suo sacrificio, ci aiuta a non smettere di restaurare la fratellanza che fa civili gli uomini. Dio ci aiuti. Il Beato Livatino interceda per noi.
