Festa di Sant’Elia Facchini

È sempre una gioia trovarsi insieme per ringraziare del dono di Sant’Elia Facchini. Nella comunione sono vinte le distanze, quelle tra noi – possiamo essere vicini ma qualche volta siamo agli antipodi! – e quella più grande, che ci dà sempre le vertigini, cioè la distanza tra la terra e il cielo. Nella comunione, cioè il legame di amore pieno, tanto da essere una cosa sola, si supera anche la distanza del tempo. Ci sentiamo uniti a coloro che ci hanno preceduto e che oggi sono compagni di strada, e anche con quelli che sono avanti a noi, che verranno. E tutto a partire sempre da un punto preciso. Quanto è sbagliato chiudersi in piccole prospettive! Abbiamo bisogno del campanile, perché il cielo si capisce partendo da un punto, orientandosi in una comunità, altrimenti ci si perde, l’infinito disorienta e si diventa vaghi, persi. Ma se il campanile isola, se diventa chiusura, affermazione di sé, ricerca della propria forza senza, o peggio, contro gli altri, tradisce il suo ruolo. Sant’Elia Facchini ci porta in un mondo lontano, sconosciuto ancor oggi. E preghiamo tanto per la Chiesa in Cina, frutto anche del seme di Padre Elia.

Egli vinse tutte le distanze. Non possiamo capirlo senza ricordarci che è figlio di San Francesco, che i suoi frati li manda dappertutto perché pieni di Gesù e del suo amore. Il mondo era per lui una cosa sola e non c’erano le frontiere, non c’erano confini. Si sentiva a casa in Cina e sentiva i cinesi come i suoi familiari. Noi per paura mettiamo tanti confini. A volte il cuore stesso diventa un confine invalicabile, dove nessuno può entrare. A volte le nostre case, le nostre idee, il nostro orgoglio sono lontani da chiunque. San Francesco, discepolo di Gesù, aveva come unico confine quello dell’amore, che notoriamente non ha confini, ed era amore per tutti. Perché questo significa essere cristiani. Amare senza confini e amare tutti.  L’amore costa? Certo! Non ho mai visto l’amore senza sofferenza. Non perché ci piace la sofferenza, ma perché questa c’è e l’amore l’affronta. Non ti voglio bene solo quando le cose vanno bene o fino a quando conviene a me.

Ti voglio bene anche nelle difficoltà e non smetto di amarti. Così ha fatto Gesù. Così hanno fatti i martiri come Sant’Elia che ha vissuto amando fino in fondo. Testimone vuol dire innamorato di Gesù, che non smette di farlo vedere, non per esibizione, ma perché ama. Il mondo odia i testimoni. Ripeto, i testimoni: i cristiani non si vanno a cercarsi i problemi, loro non devono odiare, provocare. Devono essere semplicemente cristiani, cioè pieni di amore nelle difficoltà e verso tutti. E non quando conviene a me ma quando conviene a Dio e, quindi, al prossimo. Padre Elia venne ucciso quando scattò l’odio, il pregiudizio, il nemico. Anche per questo non accettiamo mai la volgare idea che spinge all’inimicizia e alla violenza, finendo per costruirsi un nemico, “alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa” (MH 201). Dice Papa Leone XIV: “La semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili. Se amiamo ci sarà sempre qualcuno che penserà male o che avrà fastidio, perché il male non sopporta l’amore e lo combatte, vuole spegnerlo, spesso nel modo più comune, rendendolo inutile facendolo apparire inefficace, con l’indifferenza o la rassegnazione. Gesù è il primo testimone, cioè ha amato fino alla fine, vincendo per amore la sua tristezza e angoscia. Non ha salvato se stesso, ha amato fino alla fine solo per amore nostro. Per capire l’abisso del male, provocato dalla violenza e dalla guerra, non dobbiamo mai accettare come normale la logica del conflitto; siamo chiamati “a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate”. Padre Elia infine, vinse una tentazione: quella di pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli e che, dunque, le nostre scelte non spostino nulla.

“È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo”. Tutti possiamo scegliere se alimentare la logica della forza, anche solo con l’indifferenza, il cinismo, la menzogna, l’odio, oppure custodire la logica della pace, con verità, sobrietà, prossimità, cura. Testimoniamo l’amore di Cristo con la nostra vita, aiutiamo a incontrare le domande sul senso, sul futuro, su come vincere il male. Cerchiamo sempre ciò che resta, l’amicizia con Gesù e testimoniamola con la nostra fede nel Figlio di Dio che si è fatto carne per noi perché la nostra vita non finisca. Noi non dobbiamo andare in Cina – chissà? – ma essere cristiani lì dove siamo e farlo vedere con la nostra vita. Non è esibizione: si comunica quello che si vive. È luce che dobbiamo portare specie a chi è nel buio. Disarmiamo le parole e diventiamo comunicatori dell’amore di Cristo, con la preghiera, con la gentilezza, la gratuità, il servizio specie a chi è più solo. Basta guardarsi attorno: quanta sofferenza! Quanti stranieri restano stranieri perché nessuno parla a loro! Quanti nostri anziani diventano degli scarti perché nessuno fa capire loro quanto siamo importanti, amandoli e trattandoli con cura! Quanti piccoli non hanno adulti che li aiutano, gli danno fiducia, gli insegnano l’arte di vivere e di stare insieme! Ieri ho parlato a lungo con la mamma e il papà di Sammy Basso, il ragazzo che ebbe una rara malattia genetica e che lasciò scritto: “La gloria personale, la grandezza, la fama, altro non sono che una cosa passeggera. L’amore che si crea nella vita invece è eterno, poiché Dio solo è eterno, e l’amore ci viene da Dio. Il mondo è buono se sappiamo dove guardare!”. Sant’Elia ci aiuta a vincere tutte le distanze vivendo l’amore e comunicandolo a chi abbiamo vicino. E il mondo sarà buono.

Reno Centese, parco della chiesa parrocchiale
09/07/2026
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