Il Signore in tutti i modi cerca di parlare al nostro cuore. È proprio un innamorato. Però Lui, a differenza nostra, ama sempre, lo fa per primo anche quando non è amato e lega la sua vita alla nostra. Non ci possiede – il profeta, lo abbiamo ascoltato, dice che è marito e non padrone! -, non ci usa, anzi Lui stesso si fa servo per mostrarci che l’amore è donarsi, servire. Il male fa credere che per voler bene a noi stessi dobbiamo conservare, prendere, possedere. E proprio per questo non siamo felici! Dio parla nel deserto, cioè senza interferenze, senza ipocrisie e difese, da cuore a cuore. Dio vuole ristabilire l’amore di un tempo, quello dell’inizio, maturo ma non invecchiato, consapevole del peccato ma reso nuovo, pieno di passione e di entusiasmo ma non idealizzato o fuori dalla storia. La promessa di Dio si realizza pienamente nel Signore Gesù. È Lui che he ristabilisce l’amore pieno dell’inizio, libera la nostra umanità dall’incertezza, dall’abbandono, dalla paura che diventa presunzione o fatalismo.
Gesù dona tutto il suo amore e vuole che sia nostro, che lo viviamo tra noi. Gesù si lascia avvicinare da tutti. Noi mettiamo facilmente dei filtri, ci difendiamo, ci irritiamo, esigiamo verifiche per garantire condizioni previe che riteniamo necessarie. Gesù accoglie tutti, prende sul serio le nostre domande, cambia per noi i suoi programmi, perché è l’amore per noi il suo programma. Gli imprevisti li rende opportunità. Fa sentire subito amati con la sua accoglienza. Ha compassione: piange con chi è nel pianto, assume lo sguardo delle vittime, come chiede Papa Leone XIV. Gesù è il primo ad aprire a chi bussa e, come fa chi ama, sa leggere nel cuore la stanchezza e l’oppressione, la fame e la sete anche quando non chiediamo risposta.
La compassione libera l’altro dal sentirsi in colpa per la propria condizione, facilmente la povertà e la debolezza diventano una colpa quando l’altro è indifferente o supponente. Facendo così autorizza a chiedere e ci insegna a non avere paura a farlo. Gesù, poi, non mette dei limiti, delle misure. Non dice: adesso ho fatto abbastanza, sono finite le possibilità! La sua misura è la sofferenza del prossimo di cui si fa carico, tanto che “ciò che spenderai in più te lo pagherò al ritorno” (Lc 10,35). Il padre di quella bambina aveva visto la figlia morire. Quanta disperazione! Non si arrende. Ha fede in Gesù. La fede lotta per la vita. Vuole che vada da lui perché “sa” che se impone le mani su di lei ella “vivrà”. Gesù subito, come i discepoli che lo seguirono con la stessa disponibilità, segue chi chiede. Nel buio della disperazione è lo spiraglio di luce che fa sentire infinitamente amati da Dio. Non lo fa pesare. Lo fa con leggerezza, subito. Le persone importanti – o che si credono tali – fanno sempre pesare la loro attenzione.
Qualcuno lo fa solo se conviene a lui! Gesù ama. È sempre gratuito, che significa anche che lo fa senza mettere in difficoltà. Egli entra nelle nostre case, cioè nella vita così com’è, nella stanza del nostro cuore, non per giudicare ma per salvare. Mentre cammina si avvicina una donna malata, potremmo dire cronica, che però non ha perso la speranza. Gli tocca il lembo del suo mantello perché “sa” che se fosse riuscita a farlo sarebbe stata “salvata”. Ha fede. Questa è la fede: non ha capito tutto, ma si affida al suo amore. Gesù la cerca perché vuole parlarle al cuore, confermare la sua fede, renderla consapevole di questa. “Figlia” la chiama e, quindi, genera un legame di amore per cui lei poteva chiedere sempre. La speranza sembra impossibile tanto che Gesù viene deriso dalla “folla”. Gesù manda via la rassegnazione e la disillusione. Il suo amore richiama alla vita. Il mantello che la donna ha toccato è la Parola di Gesù, e possiamo esserne riflesso anche noi quando con la nostra vita la mettiamo in pratica e la trasformiamo in amore, cura, tenerezza, visita. Altrimenti, lo sappiamo, senza le opere è morta. Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente. Ecco perché oggi per tutti noi è caro e importante il ricordo di don Nando Negri.
Quando nel 1945 divenne prete, nei giorni terribili della guerra, ascoltò Pio XII che disse: “Salviamo i fanciulli”. Da quel giorno cominciò a dedicarsi ai ragazzi. Lui la pace la costruì sanando le ferite terribili della guerra. E sono profondissime nel corpo e nell’anima. Anche noi dobbiamo farlo oggi. E abbiamo paura di chi scappa dalla guerra, e dalla quella guerra che è anche la fame? Dobbiamo aiutarli dove sono, facendo la pace e garantendo lo sviluppo. Dobbiamo salvare la vita se muoiono di speranza, nei viaggi. Il numero di morti in mare è aumentato in questi mesi e si garantisce la legalità, necessaria, degna dell’umanesimo, dalle radici cristiane, del nostro Paese, solo se ricordiamo che i morti in mare “sono vittime”, e sono vittime “sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Quali? Il passaggio da una mera gestione delle emergenze, come avviene da decenni, all’elaborazione di politiche organiche, condivise ed europee. La sicurezza è stabilire le regole dell’accoglienza e applicarle con chiarezza e dignità, come avviene per i corridoi umanitari. Solo questo salva la vita, sconfigge la criminalità e con essa anche la paura.
Per don Nando, come sempre per tutti, gli inizi sono umili. L’amore vede quello che ci sarà e non si arrende alle difficoltà. Come chi ama. Non “pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo”, scrive Papa Leone XIV. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione… è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”. Don Nando ha scelto e ha fatto sue le sfide dell’ingiustizia di bambini senza niente, della diseguaglianza, delle nuove schiavitù, come la droga. Aveva capito che il problema è l’educazione, rendere padroni di sé, e anche l’occupazione, unico vero antidoto all’emarginazione e alla delinquenza. Ecco il perché del Centro di Formazione Professionale, della cura dei malati psichiatrici e degli anziani soli, del lavoro per i disabili adulti, della Casa Famiglia per i tossicodipendenti. Ma al centro di tutto, l’anima di tutto, era l’Eucaristia e l’Adorazione con le “Lampade Ardenti”. Cristo che si fa condivisione e condivisione che ci porta a Cristo. Cosa ci insegna?
Che la carità non finisce, è creativa, si realizza con piccoli gesti, supera ogni misura. Non elemosina ma guarigione, cioè lavoro, dignità, affrancamento dalla droga. E sempre con urgenza, perché Charitas urget nos. Ha fretta l’amore e mette in movimento. Non aspetta. Negli ultimi anni si rammaricava di non aver potuto fare quasi nulla per i senza fissa dimora e le prostitute. Viveva lui quello che chiedeva agli altri: era povero e rendeva ricchi. Era umile per rendere grandi gli altri. Era tenace, perché l’amore non si arrende. Sempre sorridente e gentile nel tratto, perché l’amore, che significa carità, è gioia per chi dona e per chi riceve, rende miti, premurosi. Per questo non finisce. Coinvolse tanti e pensò al dopo di lui, come chi non è protagonista e rende protagonisti i poveri. «Amare i ragazzi nel nome del Vangelo e a questo scopo avevamo visto il fiorire di persone, volontarie, che veramente si sacrificavano per aiutare questi ragazzi. La Mastini Dina che non essendo madre fu veramente madre». A chi gli chiedeva qual era la forza che lo animava rispose: «Per rispondere dovrei dire che cosa è la Messa. Perché, non vorrei parlar male, tre quarti dei praticanti non sanno cos’è la Messa. La nostra forza è proprio saper vivere la Messa, partecipare alla Messa. Alla Messa nessuno deve essere spettatore, nessuno. Tutti devono essere attori, tutti. Non si “dice” la Messa. La Messa si fa». Papa Leone XIV ci ricorda, riprendendo il suo predecessore, che «il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare». Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa! «L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno».
Don Balletto disse così al funerale di don Nando: «So che non ci hai lasciato, sei salito più in alto per aiutarci ancora più di quando ci hai aiutato». E aggiunse: «Bastano pochi giusti perché il mondo rifiorisca e perché il buon Dio guardi a tutti noi con sguardo sereno e benigno». Il Signore ci doni di essere il riflesso del suo amore senza fine per tutti, particolarmente per i poveri. Caro don Nando, grazie e aiutaci ad amare con gioia, intelligenza e passione, a farlo assieme, come Chiesa, perché i più deboli siamo sempre rivestiti dalla forza del tuo amore, siano accolti e amati.
