Messa con ordinazione di tre sacerdoti e tre diaconi domenicani

Come sono le messi dove sono inviati i nostri fratelli, coloro che ora si apprestano a servire nel ministero? Siamo nella stagione della forza. Papa Leone XIV la chiama “la cultura della potenza”, quella che accarezza l’istinto di Caino e lo istiga, enfatizzata dall’individualismo perché “se cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, porta a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana”. La vediamo nei suoi frutti. Il dramma dei popoli in guerra – sofferenza infinita – e ridotto a “variabile secondaria” rispetto agli interessi strategici. Le vittime sono effetti collaterali. È assassino chi per colpire un obiettivo decide di uccidere, dato e non concesso che il nemico vada eliminato e, quindi, la giustizia diventi la pena di morte.

Si tratta in realtà di veri e propri massacri, di crimini cui non è possibile trovare alcuna giustificazione. La cultura della forza, in realtà, penetra nei cuori e nelle menti di tutti, modifica relazioni e comportamenti, polarizza così tanto che non si sa parlare insieme e non si combatte il vero nemico comune. Si ritiene, infatti, normale la guerra “erodendo anche i criteri etici che ne avevano limitato l’uso”, anche nella semantica tanto da farne un Ministero. Si rendono così ordinari la violenza, l’odio, la vendetta, il disprezzo dell’altro, l’abitudine al dileggio. Si arriva a pensare che la comprensione sia debolezza, il dialogo vivere fuori dalla realtà, l’incontro perdita di identità, la pazienza illusione. Così la guerra e la violenza diventano un assoluto, devono crescere e non si arrestano perché non si combattono l’inimicizia e le cause di questa, e così si finisce inesorabilmente per far crescere nuovi nemici.

Si riempiono gli arsenali ma anche i cuori delle persone, armati di malevolenza nei giudizi, nella distruzione dell’altro, nel banale parlar male che semina il male. E la malevolenza non è mai innocua. Lo vediamo nei cuori che armano le menti e le mani, che giustificano la rabbia e la violenza senza condannarla e contrastarla, come se fosse l’unica soluzione possibile o, addirittura, necessaria e normale! Ci abituiamo a guardare senza compassione o, persino, a gioire dell’umiliazione e della sofferenza del nemico. La cultura della potenza esalta l’orgoglio e il protagonismo, come fossero indispensabili in un mondo da cui difendersi.

Quanta sofferenza prodotta dalla cultura della potenza! La vediamo tutta nelle lacrime di un bambino che ha visto il male o nel buio assoluto che avvolge chi ha perduto la persona amata. Non vogliamo mai abituarci ad un mondo così. Il mondo non è fatto per essere così! La forza di Dio, “padrone di tutti” è esattamente il contrario: l’indulgenza verso tutti e la mitezza nel giudizio. È questa l’unica forza capace di vincere il nemico. È la forza di amore che ci dona il seme di vita piena che Gesù seminatore ha gettato nel mondo alla ricerca del terreno buono del nostro cuore. E in ognuno c’è quel terreno buono.

Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, il perfido incantatore che semina zizzania in mezzo al grano e se ne va. Il male si nasconde, facciamo fatica a capirlo, a riconoscerlo. Cos’è la zizzania? Anche nel linguaggio comune è ciò che divide, che umilia la vita, la soffoca, la rende inutile, insignificante, sterile. È un seme che si rivela, drammaticamente, solo dai frutti. Il male non genera la vita ma la disperde, la soffoca. Inizialmente si confonde con ciò che è buono, ne può assumere il linguaggio, ne usa le forme, persino quelle religiose. Anche noi andiamo dal padrone e lo interroghiamo per capire da dove viene la zizzania. Lo domandiamo a volte con tanta amarezza per una difficoltà inaspettata. Altre volte rivendichiamo il benessere garantito e protestiamo verso il padrone come fosse sua la responsabilità.

Altre volte ancora lo chiediamo con moralismo, cercando una soluzione definitiva e rassicurante. Accusiamo il padrone di avere permesso questo quando, caso mai, dovremmo interrogarci sul nostro sonno complice del nemico. Se il nemico avesse trovato cuori svegli, pronti a difendere il seme buono, sarebbe cresciuta la zizzania? Dio non è l’autore del male, anzi è il primo a soffrine, perché il campo è il suo e ci ha messo tutto se stesso. I servi pensano di rispondere al male sradicandolo. Il padrone, invece, facendo crescere il seme buono. Essi crescono insieme ma sappiamo che la zizzania, che sembra vincere e rovinare definitivamente tutto, in realtà sarà persa mentre il grano conservato. Strappare tutto significa perdere ciò che conta, il seme del bene. Convivere con la zizzania non significa accettarla, ma vincere il divisore proteggendo il seme buono dell’amore, perché esso resta mentre la divisione si disperde. Quando pensiamo che tutto vada in rovina non dobbiamo rendere male per male perché così sradichiamo tutto. Il male lo vinciamo facendo crescere il seme del Vangelo, l’unico che ci rende davvero liberi dalla zizzania e che non ci fa diventare complici della divisione sradicando tutto.

La malevolenza sa vedere solo la zizzania e non il seme della vita che pure c’è, anche se a volte è nascosto. La malevolenza diventa ossessiva ricerca del moscerino che finisce per ingoiare il cammello e così fa crescere la zizzania, facendo credere di scegliere il giusto e, paradossalmente, di difendere la verità. Non dobbiamo scandalizzarci né scoraggiarci ma aiutarci a difendere il seme buono. Il male è sorprendentemente contagioso: bastano una parola, il cattivo esempio, l’illusione che non ha conseguenze. Attendere non è tirare avanti alla buona, abituarsi, ma vincere il male con il bene. Amiamo il campo del mondo e le nostre comunità, anche se segnate dal male ma pur sempre terra dove c’è il seme buono del Vangelo.

Lo chiedo per voi, cari fratelli che oggi siete chiamati al ministero. Vi aiuti San Domenico che aveva “un saldo equilibrio di mente”, e siccome “un cuore lieto rallegra il volto”, lui “faceva uscire la placida composizione dell’uomo interiore mediante la bontà evidente e la gaiezza del volto. Si attirava facilmente l’amore di tutti e negli affetti di tutti si insinuava senza difficoltà non appena lo vedessero. Era affabile, nessuno più piacevole. Poiché amava tutti era da tutti amato. Procedendo sulla via della semplicità non mostrava mai nelle parole e nelle opere alcuna traccia di duplicità o finzione”. Ecco, siate così! Sarete come quei giusti che «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43).  Siate luminosi in queste tenebre fitte del tempo della forza, che produce rassegnazione, rabbia, violenza.

Cari fratelli, nella vostra scelta vediamo con tanta gioia luci che ci riempiono di speranza. Voi stessi siete frutto di tanto seme buono. Siete chiamati a vostra volta ad essere seminatori con la vostra vita. Diaconi e presbiteri. Ci ricordate che diaconi – lo rivela la bella tradizione di far indossare la dalmatica anche al Vescovo – lo restiamo sempre. Siete di età, di storie e provenienze diverse. La Chiesa, la comunità cristiana, i figli di San Domenico sono tutt’altro che omologati, un’unica categoria, uguali tra loro. Il Signore chiama nelle varie stagioni. E ciò è avvenuto per voi quando avete incontrato dei Frati che con le parole e l’esempio hanno toccato il vostro cuore, come Frate Stefano, attratti dai santi della famiglia domenicana – la santità infatti genera sempre santità – dall’amicizia della vita comune. Vivetela e comunicatela, perché anche la vostra vita sia un seme e il vostro ministero abbia senso donandosi, costruendo comunità, predicando con sapienza e passione il Vangelo perché dia frutto.

Alin, che è stato capace di organizzare questa festa nel giorno del suo compleanno, Giovanni, Cristoforo, Damiano, Andrea, Stefano. Siete, in realtà, uguali proprio perché diversi e tutti amati, chiamati e fratelli. Scegliete la povertà in un mondo sfacciatamente alla ricerca della forza, volgare. Possiate, voi poveri, rendere ricco il prossimo donando ciò che è davvero prezioso e che rende preziosi, la Parola di amore e l’amore per la Parola. Come San Domenico vendete i vostri preziosi libri per aprire un’elemosineria. Scegliete la castità al contrario dell’esibizione volgare e del mai sazio possesso che tanto rovina le relazioni, perché siate voi stessi e perché trasmettiate amore, solo amore. Siate obbedienti per essere liberi dall’individualismo, dalle dipendenze o dai dittatori di turno, dal pensiero dominante, e per legarci a Colui che ci unisce e ci fa essere noi stessi, perché è il Tu che permette l’io. Come San Domenico sappiate parlare anche una lingua che non conoscete e che si ottiene con la preghiera. Non fatevi responsabili senza essere anche servi, non siate personali senza essere comunità, non siate maestri senza essere discepoli.

Nell’oscurità del presente sappiate riconoscere la luce che cerca di raggiungerci. Come San Domenico siate fratelli innamorati di Gesù, e anche delle persone e della vita comune, come lui ha desiderato, istituito e vissuto. Come San Domenico possiate anche voi rispondere a Reginaldo d’Orleans che non avete rimpianti per l’Ordine perché “vi avete sempre trovato troppa gioia”. “Assisti me e tutti, sii per noi un vero Domenico custode assiduo del gregge del Signore e aiutaci a ottenere fede retta, speranza salda e perfetta carità, fervore di spirito inesauribile”.

Cattedrale di San Pietro, Bologna
18/07/2026
condividi su