È la festa dei vostri Santi Patroni. Essi rappresentano quello che vi unisce, aiutano a pensarvi insieme, a capire che la nostra vita è sempre intrecciata a quella degli altri. Quanti di coloro che sono lontani oggi pensano a noi in questo momento di festa? L’individualismo, invece, non ha patroni, rende i nostri legami – tutti – fragili, un po’ virtuali, tanto da credere che possono essere intercambiabili. La relazione digitale fa pensare che accendo o spengo un’amicizia come fosse un contatto, ma l’amicizia, se è veramente tale, è un legame e l’altro non è un follower! Quanta sofferenza e quanta durezza provocano la dimenticanza e il tradimento dell’amicizia! Se siamo amici di Dio, se ne facciamo esperienza e, quindi, siamo addomesticati dalla sua amicizia, sappiamo esserlo anche tra di noi e verso tutti. Chi è amico di Dio vede il mondo come amico e sa scorgere il suo prossimo anche in chi è un estraneo, il proprio fratello a chi appare un nemico.
I Patroni ci ricordano la comunità che essi proteggono e chiedono di essere comunità tra noi, di prendersi cura gli uni degli altri, di non trattarci da estranei ma da fratelli e sorelle, da cristiani e anche da membri di quella comunità di destino che è la città degli uomini. Tutti. E lo sapete bene in questa vostre comunità definite aree interne, ma che non devono significare aree archeologiche! Qui ci sono le radici e sono convinto che esse possono generare nuovi frutti se adeguatamente sostenute. Non si vive senza radici ma queste sono capaci di trasformazioni continue! Curiamo la nostra casa comune per essere insieme gli uni gli altri. Abbiamo tanto bisogno di comunità, perché senza questa non c’è l’individuo! E quando c’è meno comunità, cioè meno legame e interesse per le cose comuni e meno legami di amicizia tra noi, siamo tutti più deboli. Non ci si salva da soli. Affermava Peguy: “Non si ritorna da soli alla casa del Padre. Ci si dà la mano: il peccatore dà la mano al santo e il santo dà la mano a Gesù”.
Permettetemi anche una parola sul cambiamento nella vostra Diocesi. È una trasformazione, a volte dolorosa ma il dolore rivela l’amore per la vostra storia. Se c’è dolore è perché c’è tanto amore! Trasformazione, però, non vuol dire perdita, anzi, trasformare serve proprio per non perdere. Vale, in fondo, come per ogni persona: chi vuole conservare la sua vita la perde. Trasformare non è mai facile, per nessuno. A qualcuno può sembrare che l’unica scelta sia continuare a fare come abbiamo sempre fatto. Ma questo rende deboli, perché la storia va avanti. Oggi ricordiamo i trecento anni della consacrazione di questa casa, edificata sopra un’altra, come spesso avviene. La sfida è conservare il passato cambiandolo, costruendo, imparando a pensarsi in comunione. Questo non significa diventare uguali, ma aiutarsi. Spesso quando facciamo qualcosa insieme scatta comunque la domanda: cosa è mio e cosa è suo, devo difendere quello che mi riguarda? Nella comunione tutto ci riguarda, tutto è nostro.
È il segreto la vera regola della casa del padre, quella che nessuno dei due fratelli capisce e che tutti e due in maniera diversa tradiscono: uno impadronendosi del proprio, credendo che sarebbe stato bene dicendo mio e pensando che quello che viveva con il padre non lo fosse. Il figlio piccolo pensava che dire mio lo rendesse importante, libero, responsabile. Avvenne esattamente il contrario: si trovò servo, privato di tutto, insignificante. Il maggiore non diceva mio ma non diceva neanche nostro. Lavorava ma come fosse un estraneo. La comunione è saper dire mio ma sempre e solo insieme a nostro: perché dividere? Tutto quello che è nostro è mio e tuo, tutto tuo e anche tutto mio perché nostro. Questa è la comunione!
Ne siamo e ne saremo capaci? Penso di sì ed è una grande opportunità per annunciare il Vangelo, viverlo con rinnovata passione in questo tempo di cambiamento. C’è bisogno del Vangelo ma anche di persone che lo mettano in pratica, perché il Vangelo è amore e questo o diventa storia, esperienza, testimonianza, vita, oppure rimane lontano, mediocre. Le sfide sono tante e quello che serve è l’amore. Per questo non basta fare cose, ma serve essere santi, cioè farle con amore, quel di più che cambia tutto. Non confondiamo mai la santità con la perfezione. La santità è dei peccatori. I perfetti sono i farisei. La santità è chi fa suo l’amore di Gesù perché si innamora di Lui, sente il suo amore e corrisponde. La perfezione non è non sbagliare, ma amare.
La Chiesa giustamente ha chiesto di non accontentarci, di farlo anche contro la nostra volontà, per oblazione, per sacrificio. Noi, spesso, abbiamo solo l’io come unica regola e facciamo solo ciò che conviene. Il problema è uno: l’amore. L’amore ci spinge ad essere migliori, non si accontenta e ci spinge a fare di più. Sempre per amore, altrimenti che facciamo di straordinario? Non fanno così anche i pagani, se amiamo quelli che ci amano? Possiamo mettere più amore in tutte le nostre relazioni, in ogni occasione: amore. I santi, i martiri, non sono deboli, rinunciatari, degli sconfitti: sono forti e vincono il male perché non si fanno vincere dal male, e se questo intimidisce non smettono di amare. Se il male vuole rendere cattivi, i santi sono più forti e non lo diventano.
Così si sconfigge il male. Esattamente quello che serve oggi per spezzare questa logica della forza e avviare la civiltà dell’amore, per difendere la magnifica umanità altrimenti calpestata o che diventa terribile. E non si ama in astratto, in maniera indistinta. Si ama il prossimo, quel prossimo, queste persone, quella persona che incontri, con cui cammini, quella dove ti manda l’amore di Dio. “Ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare” (GE 37), scrisse Papa Francesco. Finiamo, altrimenti, per ascoltare i sapientoni che parlano di «un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo».
La grazia non ci rende di colpo superuomini, anzi molte volte ci fa accorgere del nostro limite, consapevoli del nostro peccato ma anche della grazia che ci rende nuovi. I martiri non sono supereroi, ma persone che, a volte come tutti, avranno fatto fatica a scegliere, ma non hanno voluto tradire l’amore. Hanno amato fino alla fine e hanno amato più gli altri delle proprie paure. Oggi i cristiani soffrono in tante parti del mondo. Purtroppo anche nella terra di Gesù. Lo dico con tanta amarezza, pensando alle comunità che vengono, insieme agli altri cittadini arabi, vessate, umiliate purtroppo senza giustizia pure da parte di chi dovrebbe difendere anche loro.
I santi hanno semplicemente ascoltato l’invito di Gesù a perdere la vita per amore: perché chi vuole salvarla – salva te stesso, pensa per te – la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso? La nostra stagione è quella della forza, volgare, dura, malevola, violenta. Guadagnare il mondo intero, fosse il possesso di qualcuno o di qualcosa, rende ossessivi, tanto da perdere umanità. Leone XIV scrive: “Riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, di polarizzazioni e di violenze”.
Nazario ci ricorda di vivere il Vangelo, ovunque e con tutti. Conobbe l’Apostolo Pietro e da lui imparò ad amare Gesù Cristo. Aveva il papà ebreo e la mamma cristiana, poi alla fine anche il padre diventò cristiano. Partì da casa sua e subito donò tutto ai poveri. Non rimase fermo: facciamo noi, sempre, il primo passo verso gli altri! Andando in tanti luoghi conobbe Celso, un giovane che divenne discepolo. Portò il Vangelo in terre diverse, senza frontiere parlò con l’unica lingua che conosceva. Nerone vide il volto di Nazario splendere come il sole. Il volto pieno di amore. Sì, chi vive il Vangelo è luminoso, il suo volto si trasforma. Seminiamolo con la nostra vita. Vittore, Papa, fissò alcune regole importanti per tutta la Chiesa, in particolare la data della Pasqua. Ecco, è quello che fa, come ogni Papa, Papa Leone XIV, fa quello che unisce.
Preghiamo perché ciò che è comune sia sempre circondato di attenzione. Vittore era africano, l’unico Papa insieme a S. Melchiade – 100 anni dopo – di quel Continente, mostrando così che la Chiesa è una famiglia universale che ci rende universali. La Chiesa unisce storie, lingue, tradizioni diverse, libera da pregiudizi. Guai ad accettarli in maniera indiretta! Noi preghiamo sempre per Papa Leone XIV e viviamo la comunione con lui e tra di noi. Guai a chi in nome delle proprie convinzioni lo indebolisce, diventando motivo di divisione! La propria “verità” che divide è sempre frutto del maligno che distorce anche le migliori intenzioni, e le usa per indebolire la fragile barca di Pietro. Serviamola e aiutiamola. Sant’Ambrogio di Nazario scrisse e cantò così: “Tu che ritrovi la dramma perduta nascosta da tanto nella polvere, tu ritrovi luminoso del fuoco della luce divina Cristo, perché tutti vedano i premi che dai nel tuo regno e gli occhi degli uomini contemplino il volto degli angeli”. Sia così anche per noi, forti della forza dell’amore di Dio, quella che rende i fragili capaci di vincere il male, aiutati dai nostri Patroni e uniti alla nostra comunità.
