La donna cananea è una straniera. Se pensiamo alla famiglia umana, se sappiamo riconoscere nell’altro un dono di Dio e nascosta in ognuno la stessa immagine originale e unica di Dio, irripetibile, dovremmo chiederci: Chi è straniero? Chi possiamo considerare straniero dopo che il Signore ci chiede di amare il nostro “prossimo”, senza offrire nessuna indicazione, categoria, etichetta e quindi limite? Anzi, ci mette ben in guardia dal fare classifiche – se proprio dobbiamo iniziamo dagli ultimi, perché saranno i primi! -, da chiamare nostro prossimo solo i nostri amici o quelli che ci possono dare qualcosa in contraccambio, perché l’amicizia per interesse che amicizia è? E per di più sappiamo già che saremo giudicati – quindi la verità di quello che siamo stati al di là delle apparenze, di quei tanti test a cui diamo tanta importanza, a cominciare da quelli social con prestazioni ed esibizioni – se abbiamo dato da mangiare ad uno sconosciuto solo perché aveva fame, accoglienza ad uno straniero solo perché aveva bisogno. Non dice se il prossimo è buono o cattivo, che religione osserva, se corrisponde alle nostre aspettative, se ha la faccia simpatica o mette paura. Ha fame ed è carcerato, è straniero o malato. Solo questo. Gesù chiede un amore universale. Ma non generico, sempre personale com’è l’amore. Universale perché per ogni persona. Possiamo essere universali se Gesù è il nostro maestro. Impariamo a rivolgerci a chiunque con la sua fiducia ed amore. Anche per questo non possiamo accettare distinzioni. Chi le pratica verso gli altri le ritroverà rivolte contro se stesso, perché con la stessa moneta saremo ripagati. E non è questione di giustizia finale. Già oggi. Se escludiamo saremo esclusi, non troveremo futuro. Il nazionalismo religioso nutriva la diffidenza verso gli stranieri, i pagani, “cani” secondo l’espressione comune con la quale lo stesso Gesù spiega alla donna Cananea il suo rifiuto. Quanto è facile pensarsi contro gli altri, condannarli, giudicarli, credere di star bene soli e, soprattutto, convincersi che i problemi vengano da fuori, che il male lo portino “gli altri”!
Incontra una donna che appena lo vede grida, chiedendo pietà per sua figlia “molto tormentata da un demonio”. Quante invocazioni disperate non vengono ascoltate, aggiungendo disperazione alla sofferenza! Non c’è povertà peggiore che quella di essere come invisibili, non considerati come persone, tanto che non mi fermo, non prendo sul serio, a volte mi irrito, qualche volta allontano con violenza. Quante donne sono fisicamente come lei, disperate per la sofferenza, crudele, che colpisce persone care, sprofondate nello sconforto, senza speranza, senza qualcuno che prenda sul serio! Chi raccoglie l’implorazione di pietà di tante madri che non possono curare la malattia che segna la vita dei propri figli? Chi ha ascoltato il grido di quelle che hanno perso i figli sui barconi della speranza, dopo mesi di privazioni e torture, come quelle che subiscono in Libia? La compassione supera ogni distinzione.
Questa donna è straniera e implora Gesù di guarire sua figlia perché tormentata da “un demonio”. Possiamo pensare anche ai tanti ragazzi che soffrono e fanno soffrire, come gli oltre centomila che non escono più di casa, o a quelli che si fanno del male e fanno del male con la violenza. Don Burgio sulla porta di ingresso della sua comunità per ragazzi minori, che possono andare da lui uscendo dal carcere minorile, ha scritto: “Non esistono ragazzi cattivi”. Parecchi penserebbero che è un ingenuo. Quelli che pensano di essere risolutivi sostengono che i cattivi bisogna trattarli così come sono, cattivi, e non fare diversamente perché pensano sia un’ingenuità che mette in pericolo la sicurezza. Quando si colpevolizza, addirittura si criminalizza l’umanitario, e si pensa che viene fatto per interesse economico, il male è contento, perché cresce, come cresce. Così come cresce l’insicurezza se non si ripara, rieduca, insomma, se non si ama. Don Claudio li tratta da buoni e vince così le cose cattive che pure hanno fatto e si portano dentro e che spesso li incattiviscono facendo credere che non c’è più nulla da fare, perché sono cattivo e io sono uno di quelli. Il Signore sembra disinteressato alla domanda della donna! Stranamente “non le rivolse neppure una parola”. Mette alla prova la fede di quella donna, ostentatamente non ascolta la preghiera, manifesta indifferenza alla sua invocazione. Sembra proprio fare come quelli che fanno finta di non ascoltare o che dicono che è colpa sua e non deve chiedere, come se chiedere fosse una colpa, quindi anche la sofferenza! I discepoli non sono interessati alla donna, quanto piuttosto al giudizio degli altri che li guardano. Questa madre insiste. È proprio questo suo amore, e la fiducia che ha verso Gesù perché proprio Lui può esaudire la sua richiesta, che non la fa arrendere. Quando qualcuno soffre ha solo la speranza. E se noi deludiamo la speranza vuol dire condannare alla sofferenza. Lei ama sua figlia e non può accettare che soffra. Come non essere d’accordo con lei? Ha solo un’intuizione e una sofferenza terribile: “Gesù può aiutarmi”. Non sappiamo perché. Forse lo aveva ascoltato parlare, forse qualcuno gli aveva detto qualcosa circa quell’uomo. L’amore muove la fede e la fede dona senso e compimento all’amore, porta a conoscere chi è Gesù, ad avere un rapporto personale. Gesù rimane ammirato dalla fede di una donna pagana: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. Non solo accoglie la sua domanda ma la indica come modello di fede. La mette alla prova, perché non vuole essere un guaritore ma uno che risolve i problemi, è un amore da amare, da cui imparare ad amare. La preghiera, infatti, deve essere insistente, più forte di quel che sembra il silenzio di Dio. Quella donna risponde ancora, perché crede che anche solo una briciola è sufficiente. Non pretende. È consapevole, umile.
Questa fede, questa fame del pane è una critica a noi che pensiamo ai nostri diritti, che andiamo dal Signore sfidandolo, a noi anche sciuponi che abbiamo tanto sia in senso materiale sia spirituale! È lo scandalo dei poveri e dei peccatori che cercano salvezza, che sanno il valore dell’amore e lo ricordano a chi lo perde perché convinto di averlo sempre per diritto o perché è ormai deformato dal benessere! Lei sa di non avere diritto, non s’impone, non esige, non rivendica. Ecco la preghiera! Donne come lei ci precederanno nel Regno dei cieli! Quanto è importante cercare il pane vero, anche una briciola, l’amore che ci serve! Gesù, esclama: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. Egli riconosce la sua fede, libero da tutti i pregiudizi, espressi e nascosti. Nessun uomo, nessun dolore sarà mai straniero per il Signore. Quante briciole di amore possono consolare, sciogliere dal male, vincere la crudeltà e la disumanità del dolore, fisico e spirituale. Gesù fa sue le lacrime di dolore di ogni povera straniera, perché le lacrime sono tutte uguali e lui stesso s’identificherà in un uomo, un uomo senza appartenenze o classificazioni, che era affamato, assetato, carcerato, nudo. Gesù trasforma tutti i cagnolini in figli perché, come dice l’Apostolo Paolo, “usa misericordia a tutti”. Impariamo da Lui ad essere fratelli universali, figli di quel Dio che ha compassione di tutti e che tutti rende fratelli.
