Messa in onore dei Beati Martiri d’Algeria nel 30° del martirio

Il richiamo severo di Qoelet, pieno di pessimismo, è però la premessa necessaria per comprendere la gioia della salvezza. Vanità delle vanità.
La domanda è severa e personale: quale guadagno viene all’uomo? Del resto, la terra resta sempre la stessa. Non è forse vero che le parole si esauriscono e che nessuno è in grado di esprimersi a fondo? Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. Cosa resta? “Nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito”. Ci riporta all’essenziale, per capire quello che non è inutile, che non finisce, che resta. Senza speranza si insinua nel cuore qualcosa che lo riduce a salvadanaio o a collezione di esperienze che non finiscono mai ma che portano via tutto. Il consumismo ci fa stare bene? Ci aiuta? In realtà non capiamo chi siamo e ripetiamo all’infinito. L’avere ci fa diventare bulimici, voraci nel possesso, costretti a cercare sempre qualcosa senza trovarlo mai. Perché tutto è vanità. Ciò che ci fa diventare così lo vinciamo solo cercando quello che resta, che nessuno può portare via, ed è colui che è davvero nuovo e rende nuove tutte le cose, che non dimentica, anzi, ha memoria anche dei capelli del nostro capo. È questo che ci fa essere noi stessi e ci libera.

È quanto avviene per i figli di San Francesco, ma è sempre così per chi segue Gesù: “Siccome non possedevano niente di terreno a niente attaccavano il cuore e niente temevano di perdere. Si sentivano sicuri dappertutto, non condizionati da nessun timore, non distratti da nessuna preoccupazione”. È la libertà, il contrario della prigione inutile della vanità. Erode non sapeva più cosa pensare, è confuso: pensa di decidere tutto ma non sa decidere, tanto che decide contro la sua volontà per la sua vanagloria con la figlia di Erodiade. Pensa decidere lui, in realtà non capisce.  Sant’Ambrogio dice: “La colpa produce infatti sempre il terrore, e l’empietà non trova mai riposo”. I martiri non sono i valorosi, quelli capaci di gesti eroici e superuomini. Anzi, sono uomini, anche attraversati da dubbi e paure, ma hanno trovato l’essenziale, non smettono di amare, scelgono di amare Dio e il prossimo più delle proprie paure. È la vita come un dono che porta a restare e a legarsi ad una comunità.

Spesi per quel popolo, semplicemente condividendone in tutto e per tutto la vita, offrendo una testimonianza di fraternità, amicizia, vicinanza, aiuto concreto. Senza protagonismi: solo per amore. Perché il posto del cristiano è sempre sotto la croce, non per amore della croce, anzi, c’è una ripugnanza naturale nel cristiano per la violenza, per la sofferenza che lo porta a curare, a soccorrere, a restare. Sotto la croce per amore del crocifisso. In Algeria era un intero popolo, una comunità crocifissa dalla violenza. Per questo l’amore cristiano non è una filantropia, perché è amore, non dono di ciò che avanza o finché conviene e non mi chiede di lasciare qualcosa di mio. Il martire testimonia l’amore, non il coraggio. È amante di quella persona, di quel popolo inchiodato che non vuole e non può abbandonare. La croce, sia di chi è crocifisso e sia di chi sta sotto è una richiesta di amore ed è già vittoria sulla morte.

La vita è donata. Che vita è, al contrario, quella di cui restiamo in possesso e finisce con noi? Una vita senz’amore, perché l’amore è dono. Mons. Pierre Claverie e tutti gli altri, come ha detto Papa Leone XIV: “Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia”. Lo stesso Pierre Claverie nel 1996, poco prima di essere ucciso dai fondamentalisti islamici, rispondendo alla domanda sul perché continuasse a vivere in Algeria sapendo di rischiare ogni giorno la vita, aveva detto: “Dov’è casa per noi? Siamo lì a causa di questo Messia crocifisso. Per nessun altro motivo, per nessun’altra persona! Non abbiamo interessi da difendere, nessuna influenza da mantenere… Non abbiamo alcun potere, ma siamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte”. E continuava: “Dove dovrebbe essere la Chiesa di Gesù, che è essa stessa Corpo di Cristo, se non innanzitutto lì?”.

Scelgono di restare e di amare come possono. Come i nostri martiri di Montesole, don Giovanni, don Elia, don Ubaldo e don Martino, tutti insieme alla loro gente. Condivisero gioie e dolori, angosce e speranze. Non muoiono perché non importa loro della vita, anzi. Muoiono perché hanno trovato l’amore della vita e per questo sono disposti a correre rischi. La domanda è sempre quella: chi te lo fa fare? Non ti capiscono? Ti tradiranno! Non sanno quello che fanno ma lo fanno! Vale la pena restare lì quando non ti amano? Vale sempre la pena amare e amare Gesù ci fa amare, restare vicino, restare sotto la croce! Non posso andare via! Non salvo me stesso se tu non ti salvi! Do la vita per te o semplicemente ti resto vicino, perché la vita tua è la mia. Sono stati custodi di Abele. Frere Christian dopo l’incontro con i terroristi così racconta: “Lui ha detto ‘non avete scelta’, io ho risposto ‘sì, ho la scelta’, non solo perché sono il custode dei miei fratelli, ma anche perché sono il custode di un fratello che sta di fronte a me, e che deve poter scoprire che esiste qualcosa in lui di diverso da ciò che lui è diventato”. Noi stiamo vivendo una stagione di una sguaiata cultura della potenza, arrogante, che disprezza la fragilità, che semina inimicizia in nome di una presunta difesa, che gioca con le armi e follemente è tornata a credere che solo preparando la guerra si arrivi alla pace, ignorando il prezzo di questo e senza cercare il dialogo e l’incontro.

Ecco, è proprio a questa cultura della potenza che è rivolto il giudizio sereno ma fortissimo dei martiri, sulle nostre pavidità, sulle discussioni inutili e al sicuro, sul banale pensare a sé, su quell’egoismo che ci fa credere addirittura di essere vittime e ci fa pensare che siamo noi stessi conservando la nostra vita, amministrandola e non donandola. Questi martiri l’hanno offerta, “non gli hanno rubato la vita, l’avevano già donata”. Non ignoravano la paura, dimostravano semplicemente che questa può essere attraversata, superata con l’urgenza più grande di una disponibilità all’altro. Hanno scelto l’umile coraggio dei piccoli gesti quotidiani che assicurano la vittoria della vita su tutte le forze di distruzione. Sono gli “oscuri” testimoni della speranza. Su di loro riposa tutto il futuro del mondo. Non hanno atteso di morire per morire. E noi chi siamo? Siamo semplicemente ammiratori? Facciamo della nostra fede un sentimento, uno studio, un’ipotesi, un tranquillante o saremo capaci di offrire la vita? Il cristiano non muore, il cristiano offre la vita come Gesù. Il martire è martire dell’amore. Questa è la verità della loro vita che ci rivela la verità di Cristo più di qualsiasi definizione o regola.

Durante i mesi terribili in cui restarono attorniati da una barbara violenza, si domandavano: “Li amiamo davvero? Li amiamo abbastanza?”. Padre Luc scriveva: “La violenza è sempre allo stesso livello nonostante la censura voglia nasconderlo. Come venirne fuori? Non penso che la violenza possa estirpare la violenza. Non possiamo esistere come uomini se non accettando di farci immagine dell’amore, come si è manifestato nel Cristo che, giusto, ha voluto subire la sorte dell’ingiusto”. Il loro testamento lo capiamo nelle parole di Padre Christian: “La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: ‘Dica, adesso, quello che ne pensa!’. Potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto. In questo ‘grazie’ in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo ‘grazie’, e questo ‘a-Dio’ nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah”.

Basilica di San Domenico, Bologna
24/09/2026
condividi su