Messa per la festa di san Vincenzo de’ Paoli

Il profeta Isaia parla di uno Spirito che porta lieto annuncio ai miseri, che sa fasciare le piaghe dei cuori spezzati. Che bella espressione: i cuori spezzati, che devono ritrovare se stessi, feriti nel profondo, che non sanno più stare con gli altri, perché il cuore è spezzato quando manca qualcuno, l’altro. Non si può vivere con il cuore spezzato, come non si può vivere senza gli altri. Quando guardiamo certe immagini di dolore si spezza il cuore. Possiamo fasciare chi soffre con il nostro amore, con la nostra presenza, con l’amore che Cristo ci ha affidato, ma dobbiamo soffrire con loro, farci spezzare anche noi il cuore.

Questo Spirito, che libera i prigionieri, che affranca dalle dipendenze, che consola, Gesù ha detto che oggi entra nella nostra vita. È lo stesso Spirito di Pentecoste, è l’amore che entra nel cuore dei discepoli, che li trasforma, li rende capaci oggi di realizzare anche loro questa parola del Profeta. È lo spirito di San Vincenzo de Paoli. La vita non la capiamo guardando il conto in banca, esibendola, ma nell’amore. Oggi viviamo tanta cultura della potenza, della forza che fa andare contro, che fa prendere in giro, affermare se stessi e, di conseguenza, disprezzare, guardare con inimicizia, con paura e aggressività, quella che genera inimicizia invece che incontro. Gesù non guarda la folla con l’interesse distaccato di un analista, nemmeno con l’indifferenza di chi vuol farsi gli affari propri. Non giudica gli altri, pronto a condannare per qualcosa che non va. Ha compassione per le folle stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

La compassione non si esaurisce nel cuore, perché sarebbe compiacimento da narcisista. Unisce, non resta lontana, anzi è insieme, tanto vicina a tal punto che quello che l’altro ha nel cuore diventa mio, e viceversa. Non dall’alto in basso ma insieme e dentro. Solo se guardiamo con compassione vediamo il prossimo, altrimenti sarà sempre solo un estraneo che non ci dice nulla, che giudicheremo, e da cui ci difenderemo o di cui conosceremo solo l’apparenza. “Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto”. San Vincenzo vede l’altro. Si accorge, per esempio, del divario esistente tra ricchi e poveri, non solo da un punto di vista materiale e sociale, ma anche culturale e morale. Non basta l’elemosina ma occorre risolvere le cause della povertà. Le sue amiche, ispirate da lui, le Figlie della Carità, non saranno “monache”, lontane dal mondo e dedite alla contemplazione, bensì “suore”, sorelle degli ultimi, che vivono accanto a loro nel mondo e di loro si occupano quotidianamente. Mostrano il volto materno della Chiesa. “Noi non siamo monache, ma il volto materno della Chiesa possiamo mostrarlo!”

La Dilexi Te di Papa Leone XIV (e un po’ anche di Papa Francesco) ci aiuta. “Qualche anno fa, la foto di un bambino riverso senza vita su una spiaggia del Mediterraneo provocò grande sconcerto; purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali”. “Sulla povertà non dobbiamo abbassare la guardia. In Europa sono sempre di più le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese”. I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Non possiamo dire che la maggior parte dei poveri lo sono perché non hanno acquistato dei “meriti”, secondo quella falsa visione della meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita. Per noi hanno sempre un merito: essere i fratelli più piccoli di Gesù, senza distinzioni. Solo partendo da questo si trovano le risposte che servono a loro, non a noi.

C’è un legame stretto tra l’altare, l’Eucarestia e la povertà: “Se non incontrano Cristo nei poveri che stanno alla porta, non potranno adorarlo nemmeno sull’Altare”, ricorda San Giovanni Crisostomo. «Che vantaggio c’è se la sua mensa è piena di calici d’oro e lui è sfinito dalla fame? Prima sazia la sua fame e poi, per sovrappiù, orna anche la sua mensa». II Vangelo è annunciato correttamente solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi, il rigore dottrinale senza misericordia è un discorso vuoto. La compassione cristiana si è manifestata in modo peculiare nella cura dei malati e dei sofferenti.  Non dobbiamo tutti essere quello che in realtà siamo? Cioè mendicanti. Coloro che si fanno poveri con loro, e San Francesco d’Assisi divenne l’icona di questa primavera spirituale.

«La Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri». Il Cardinal Lercaro disse che è compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli “stupidi”. Durante il Cammino Sinodale abbiamo discusso tante cose, ma molto poco dei poveri. Non c’è stata tanta passione a rimetterli al centro. “In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria. Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una ‘questione familiare’”.

Sono “dei nostri” e noi siamo dei servi. San Vincenzo diceva: “Io non sono d’accordo con chi dice che per mantenere la propria autorità bisogna far vedere che si è il superiore. Mio Dio, nostro Signore non ha parlato così. A parole e a fatto ci insegna il contrario”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa. L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla.

Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno. Sempre San Vincenzo diceva: “Dovete visitare i poveri con lo spirito che vorreste vedere in chi visitasse voi, trovandovi nelle medesime condizioni; e, inoltre, nella fede di visitare in essi Nostro Signore. Sono i vostri padroni, e anche i miei”.

Concludo con la preghiera dei vincenziani: “Signore, fammi buon amico di tutti. Fa’ che la mia persona ispiri fiducia: a chi soffre e si lamenta, a chi cerca luce lontano da Te, a chi vorrebbe cominciare e non sa come, a chi vorrebbe confidarsi e non se ne sente capace. Signore aiutami, perché non passi accanto a nessuno con il volto indifferente, con il cuore chiuso, con il passo affrettato. Signore, aiutami ad accorgermi subito: di quelli che mi stanno accanto, di quelli che sono preoccupati e disorientati, di quelli che soffrono senza mostrarlo, di quelli che si sentono isolati senza volerlo. Signore, dammi una sensibilità che sappia andare incontro ai cuori. Signore, liberami dall’egoismo, perché Ti possa servire, perché Ti possa amare, perché Ti possa ascoltare in ogni fratello che mi fai incontrare”.

Chiesa di San Vincenzo de' Paoli, Bologna
26/09/2026
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