Che gioia e che grazia una domenica così. Portiamo con noi le tante parole, le suggestioni, le scoperte, gli infiniti incontri con l’umano che l’umanità di San Francesco ci ha donato, e fatto diventare nostri in questo suo e nostro Festival così particolare nell’ottavo centenario della sua morte. Portiamo tutto sull’altare del Signore, sperimentando la gioia di essere suoi e capendo quello che unisce terra e cielo, imparando a vedere le persone con gli occhi di Dio, e sentendo presenti nella comunione quanti celebrano la stessa liturgia di amore nella pienezza della vita.
Sorella Morte. Frate Francesco l’ha affrontata e, soprattutto, ha vissuto scegliendo la vita, volendo essere come Gesù e sentendo il suo amore. Amate i vostri nemici per riconciliare tutto, per vincerli con l’unica vittoria che è quella di non fare crescere in noi l’inimicizia. La morte non è solo quella ultima corporale: inizia prima, nel non amore, nella vita negata, nell’ignoranza dell’altro, nel banale vivere per se stessi, nel credere di poter star bene possedendo e consumando la vita. La morte cresce anche in quei sepolcri imbiancati che la nascondono, nei giudizi che fanno credere di essere giusti senza amare. La morte trova complici nel sacerdote e nel levita che abbandonano l’uomo mezzo morto, condannandolo. Certo, lo sappiamo che l’indifferenza, o la presunta impotenza, è complice e troppo poco pensiamo come il piccolo grande Francesco, umile e senza nulla, guariva e scriveva ai reggitori dei popoli perché facessero la pace e la giustizia.
La morte sta anche nel fratello maggiore che non accetta il suo fratello tornato in vita, che non sa cosa è la misericordia e lo condanna. La morte, insomma, ha tanti complici, che sono certo quanti dichiarano guerra, ma lo sono anche i meccanismi che la determinano come gli interessi enormi di chi fabbrica le armi o l’uso sconsiderato dell’intelligenza artificiale per colpire e uccidere innocenti, vittime che non possiamo mai liquidare come effetti collaterali perché sono solo e semplicemente vittime innocenti. Complici della morte sono anche coloro che non fanno nulla o troppo poco per risolverla, che pensano di volere la pace preparando la guerra, le polarizzazioni che istigano all’odio, invece che alla comprensione, l’ignoranza che genera pregiudizio, le parole di violenza che armano i cuori, le menti e, inevitabilmente le mani, gli interessi personali che vengono prima di quelli comuni.
Nessun compromesso con la morte. La guerra è la vittoria della morte e ha tanta preparazione nell’inimicizia che accettiamo, nella malevolenza che pensa di capire e combattere il male, quando, in realtà, uno ne resta soltanto prigioniero. Ecco perché per tutta la vita San Francesco combatte la morte tanto da poterla vincere chiamandola sorella. Non è un superuomo: è un uomo. Ama Gesù e crede in Lui. E credere non è chiudere gli occhi ma aprirli, non è prendere un tranquillante per non pensare o coltivare un’illusione per rendere meno amara la morte, ma è per guardarla negli occhi e non farsi intimidire, dalla morte e anche da tutto quello che la prepara e l’annuncia. Non si viene a patti con la morte. Non è perdere la vita ma imparare a cantarla. I cristiani non cercano un mondo protetto dove vivere la cortesia, la gentilezza, ma rendono cortese e gentile un mondo violento, ignorante. Il cristiano crede perché ama e ama perché crede. Non è questione di perfezione, farisaica e complice del male perché giudica ma non lo combatte.
La perfezione è solo nell’amore che guarda al crocifisso, che arriva a fare passare avanti i pubblicani e le prostitute, che abbraccia chi ha sbagliato tutto, e non perché ha capito tutto ma perché si lascia amare e si affida. Questo insegna a chi crede di non aver sbagliato nulla a ritrovare il fratello e il padre. Quanti fratelli maggiori offendono il padre e pensano di servirlo ma semplicemente non lo capiscono e anche loro lo tradiscono! San Francesco la morte l’ha vinta rendendo dolce quello che gli era amaro e così tutto diventa dolce. Non perde la gioia di vivere, anzi, la trova. Si sacrifica perché ama, non ama perché si sacrifica. Francesco prima era sempre inquieto: doveva far vedere chi era mostrando forza e imponendosi, nella spensieratezza era rincorso dai pensieri, dal non senso, dall’inutilità. Trova gioia piena affrontando la debolezza, spogliandosi di tutto e trovando ciò che è essenziale e non finisce, mortificando l’io per dominare il proprio istinto.
L’amore per Gesù, che si impara e ci fa scoprire il nostro amore, non è una regola, cresce, si trasforma. È amore che per questo cerca le regole. Gesù ha vinto la sua umana angoscia e paura per amore mio. Lui, il più grande, ha bevuto il calice amaro della sconfitta proprio perché questa non fosse più l’ultima parola sulla nostra vita. L’ultima parola diventa la nostra: vieni sorella morte, non mi fai paura perché il Signore è con me, perché attraverso te nasco alla vita vera. L’amore disarma la morte, libera dal pungiglione velenoso della paura, mostra l’inganno del male che fa credere tutto perduto, finito, senza speranza. San Francesco non fa finta che non ci sia, non cerca di sopravvivere e non salva se stesso disperatamente: la morte la disarma amando. È libero non solo davanti a quella corporale, ma davanti a tutto ciò che disprezza la vita e l’amore, che la offende e la disperde. Cercando la vita che non finisce capiamo ciò che non finisce in questa nostra vita così fragile, appassionante, meravigliosa e drammatica, fugace ed eterna. Spesso ripetiamo, sentiamo e diciamo: “Sii te stesso”.
Riceviamo tanti consigli, a volte giudizi che poi mi rendono ancora più fragile, perché facciamo fatica, mentre abbiamo bisogno di amore, di non essere soli, di senso. Non trovo me stesso affermando il mio io a tutti i costi e in tutti i modi. Siamo noi stessi soltanto quando troviamo l’altro, Gesù, e proprio perché abbiamo trovato Lui troviamo il prossimo. Ecco, questa è la forza, davvero rivoluzionaria, che non ci fa arrendere davanti ai tanti alleati della morte, ai suoi servi, consapevoli o no, inquinati e sedotti da quella cultura della potenza che è l’opposto della pace e del bene e che prepara solo la guerra, innescando quel vortice che fa precipitare nella voragine. Come si costruisce la pace? Proprio all’opposto del cercare il proprio io da soli.
Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non è buttarsi via. Anzi, solo chi ama considera l’altro superiore, perché lo amo, viene prima. Come fecero i tre preti martiri di Monte Sole che saranno beatificati oggi pomeriggio: restarono solo per amore della loro gente, martiri con quei martiri innocenti, li rappresentano tutti e ci ricordano la follia e la bestialità della guerra, delle ideologie e degli interessi che la dichiarano. L’invito “ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” è la pace del pensarsi insieme. Insieme. Non contro il mio ma nemmeno contro gli altri, insieme. Cristo svuotò se stesso assumendo una condizione di servo. La spogliazione di Dio è quella di San Francesco, fino all’ultimo. Fare in tutto la Sua volontà.
Il padre parla a questi due figli. L’invito è lo stesso per tutti e due: lavorare nella vigna. Ha cura della vigna e non vuole che restiamo disoccupati, senza senso, senza dare frutto. Quando non ci occupiamo della vigna del mondo, non solo questa viene esposto al nemico che la vigna la saccheggia, che non vuole dia frutto, ma lui stesso resta senza far nulla. Il primo risponde: “Non ne ho voglia”. “Non ho voglia” significa non mi va di soffrire, di sacrificarmi, perché si pensa di aver fatto abbastanza e che adesso devo pensare a me. “Non ne ho voglia” vuol dire che affermo i miei tempi e la mia libertà contro qualcuno; perché non trovo più un motivo per andare a lavorare, mi sento confuso, non so cosa cerco, e non voglio occuparmi di una vigna che non sento mia, che mi sembra non dia frutti, che mi delude. Non ne ho voglia perché mi sono abituato a dire di “no” sempre, a chiunque chiede; perché voglio banalmente perdere tempo per me. Dice di no solo per affermare se stesso.
Ma poi si pentì, cioè semplicemente trovò il desiderio del suo cuore e vi andò. L’altro disse: “Sì, signore”. Ma non vi andò, presuntuoso, giocherellone, superficiale, disobbediente dentro, appagato delle sue dichiarazioni, innamorato delle idee e pensa che bastano quelle senza umiliarsi con la concretezza della vita e del lavoro. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Il Padre non ci obbliga, ci invita, ci coinvolge nella sua passione per la vigna di questo mondo e della sua Chiesa. Egli attende il nostro “sì” e lo mendica. Ritroviamo la voglia, pensando al Padre, alla passione del Suo figlio, alla gioia di San Francesco, alla sofferenza enorme di un mondo stanco e sfinito. “Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per i suoi fratelli e le sue sorelle – per noi – e ci ha redenti dalla nostra superbia e caparbietà”. È questione di amore, più forte dell’amore umano. “Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amor mio”.
